Categoria: educazione

Appunti e riflessioni dall’incontro di polivisione di novembre 2017

“Monologo per l'altro” 
dalla polivisione del 17/11/2018
di Nicola Basile

“Nel parlare di matematica, o nel fare matematica, che comporta il parlare, magari solo con se stessi, o nell’esporre matematica si deve sempre trovare un delicato equilibrio, variabile a seconda del livello dell’argomento e delle competenze e maturità degli attori che dialogano, tra la lingua naturale e i linguaggi simbolici. Per chi non abbia vissuto l’esperienza della matematica non è facile capire e giustificare la necessità di tale mescolanza e di tale equilibrio. La matematica è una attività molto difficile, non da fare, ma da definire. Essa è sostanzialmente un discorso, un insieme di discorsi.”
Le parole nella matematica
Gabriele Lolli Scuola Normale Superiore di Pisa
https://reliefteachingideas.com/

Che dire di me a voi che vi domandate di me?
Voi tutti dovete pur valere qualcosa, siete nati per dare un nuovo valore a un uomo e a una donna. Vi succede mai di non averlo a volte questo gran valore? Il valore si calcola con la matematica e per farlo si deve essere bravi in matematica. Sapete calcolare, ordinare? In che senso? Immagino che appena vi si chiede di fare qualcosa per qualcuno come me, voi sappiate a chi rivolgervi. In un attimo ordinate chi io debba incontrare e chi no, quando e per quanto tempo. In un soffio mi ritrovo già preordinata da voi esseri piuttosto ordinati.
Sapete anche cosa io debba indossare per apparire più grande di quanto mi senta? E se volessi rimanere ancora e ancora in quell'età che la necessità può trascurare e che dell’accessorio può fare una scienza?
Tu che sei venuta a trovarmi sei proprio quella donna che spero di diventare anche se non ho ancora capito bene come.

Che dire ancora a voi che vi domandate di me.
Sapete contare tutti i numeri dell’universo. Mi sa però che tra quei numeri il mio non è uscito bene. Assomiglio a una cifra difficile da leggere. Ad esempio la mia età vorrebbe che io non fossi alla scuola con i più piccoli ma hanno detto che in quella dei miei coetanei era francamente inutile che io andassi. I numeri della mia età non corrispondono mai con le mie competenze. E questa storia dei numeri fa veramente arrabbiare papà, mamma e gli insegnanti. Ma non dite che l’ho detto.

Ricordate Alice nel paese delle meraviglie quando incontra il Cappellaio Matto e la Lepre di marzo?
Quei mattacchioni non facevano altro che girare intorno al tavolo in attesa delle cinque, per festeggiare una festa di non compleanno. Io devo essere una di quelle tazzine del loro tavolo che sono sempre piene di tea o un minuto del loro orologio che staziona sempre sulla stessa cifra, un calendario che non cambia mai pagina. Così non so mai se vado veramente bene.

http://sostegno.forumattivo.com/

A voi che vi domandate di me, sembrano sensate le mie domande?
Si i numeri si trasformano in mostri dentati che mi vogliono divorare, come d'altronde sono i denti, numeri che si contano e numeri che si curano e poi si perdono. Io perdo sempre qualche numero. Quando arrivo a casa mi dicono che li lascio sempre a scuola e quando sono a scuola mi dicono che li ho lasciati a casa. I numeri non stanno mai al loro posto.

Avete idea dove si nascondano i numeri?
Questa storia mi confonde e le mie mani cercano di afferrare numeri e letteri mulinando nell’aria per scacciare cifre senza senso, cifre mute, lettere spaiate. Tra di voi che siete riuniti a domandarvi di me c’è un qualcuno che mi ha chiesto di stabilire delle regole, altrimenti saremmo rimasti bloccati al tavolino da te di Lewis Carroll e la sua Alice. Non è un granché essere una copia sbiadita di una personaggio famoso che attraversa lo specchio.

E' difficile attraversare lo specchio? Io lo so fare benissimo ma al di là di quello ci si ritrova sempre gli stessi che non crescono e che non sanno contare le carte della Regina di Cuori. Da tale principio inoltre ne consegue un altro: per bere il tè non bisogna alzarsi, fin quando tè e pasticcini non sono che un ricordo. Quindi voi vorreste instaurare un prima e un dopo che non capisco mai come si leghino.

Vengo prima io o mamma per papà? E per mamma chi viene prima?
Una questione per me è chiara, a scrivere sul quaderno delle regole devo essere io. Io e le regole non possiamo che essere tutt’uno. Vi domanderete il perché di questa mia osservazione, voi che vi riunite per chiedere se non vi assomiglio almeno un poco. È semplice. Se la regola è estranea a me, io non la posso modificare, devo poterla leggere e chiedermi chi la possa cambiare.
Mamma e papà dovrebbero poter cambiare le regole ma non so mai quando e dove lo facciano. Così con voi mi conviene scrivere le mie regole sul mio quaderno affinché le regole siano mie e mie soltanto.
Mi viene il sospetto che se papà non dà qualche regola, io comincio a confondermi e a assomigliare a un nome che sta tra me e lui, come la linea di frazione che sta tra due numeri.

Non assomiglio alla linea di frazione tra due numeri che operano un significato? Se papà non mi assegna un altro posto, lo dovrete fare voi, volenti o meno. Sarete costretti ad utilizzare pedagogia, neuropsichiatria, psicoanalisi, psicoterapia, tanta buona volontà cosicché si possa diventare buoni amici e cominciare a scriverci.
E se ci scriviamo possiamo definire la nostra assenza come uno spazio topologico con meridiani e paralleli, dove l’incontro è possibile. Potremmo stabilire un giorno, un’ora, un luogo del nostro incontro. Il mio cuore imparerebbe a battere un poco più forte in attesa dell'arrivo. Tu non lo sai ma stai pensando anche tu a me anche se sei arrabbiato perché hai perso il bus e qualcuno che ti sta antipatico ti trattiene, con il tuo orologio sempre avanti rispetto alla tua posizione geografica distante dalla mia. Io imparerò che il giorno in cui tu arrivi devo predisporre il tavolo con il materiale e l’ordine di quel tavolo sarai anche un poco tu. Apparecchiare un tavolo lo si fa per gli ospiti e mi sa che è la prima volta che ospito un ospite.

Chissà se lascerò il materiale ancora a scuola?
Vorresti essere Tutor, il mio Tutor?
La legge 170 dice che un disabile può avere un Tutor. Vorresti essere tu il mio tutor per il quale apparecchierei il tavolo, non ci girerei intorno e mi comincerei a domandarmi quanti minuti restano tra l’adesso e il futuro prossimo in cui ci incontreremo?
Sto forse citando l’incontro tra la volpe e il Piccolo Principe inconsapevolmente ma mai la questione è stata così seria come tra me e te e quella volpe e l’ometto, come mi hanno detto che chiamava l'altro la volpe.

NOTE
Le definizioni sulle frazioni sono tratte da: http://www.youmath.it/scuola-primaria/matematica-scuola-primaria/quarta-elementare/2084-cosa-sono-le-frazioni-e-come-si-leggono.html
Le immagini sono tratte da url citate nelle didascalia 
BIBLIOGRAFIA
M. Klein – La psicoanalisi dei bambini – Giunti ed.
M. Klein Lo sviluppo libidico del bambino - Bollati Boringhieri, 2013
Saint Exupery – Il Piccolo Principe - Bompiani

Adolescenti e Comunità Terapeutiche a cura di C. Bencivenga e A. Uselli – ed. Alpes

Ho avuto il piacere di condividere un’esperienza di CTU con il curatore e autore di molte parti del libro di cui proporrò solo una breve presentazione. L’autore è psicologo, psicoterapeuta, docente di Psicologia dei Gruppi e delle famiglie c/o l’Università degli Studi di Parma, promotore nel Lazio della prima Struttura terapeutica estensiva e a carattere comunitario per minori adolescenti, in due parole Claudio Bencivenga. Nel libro come nel nostro incontro professionale Bencivenga cerca di far emergere in quali contesti si possa dare voce all’infans, a ciò che per statuto è silenzio, mancanza di parola. L’autore e curatore del libro, si sforza di costruire e utilizzare spazi mentali e istituzionali che si determinano, nel dare regola al conflitto tra due genitori, anche attraverso il verdetto di un giudice, per offrire un contenitore di pensiero a coloro che altrimenti non l’avrebbero, i minori. Parlando di Claudio Bencivenga sto anche descrivendo il progetto del libro “Adolescenti e Comunità Terapeutiche”, edito da Alpes, curato assieme a Alessandro Uselli, psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica.

Il titolo del libro è seguito da un sottotitolo assai impegnativo, “tra trasformazioni e nuove forme di malessere” .

Gli autori dei testi sono stati coordinati dai curatori affinché il lettore fosse posto in condizione di ridefinire il sintomo come ciò che nasconde la parola ma ne lascia tracce e come esso possa venire tradotto in un progetto educativo e riabilitativo per adolescenti.

Nel libro troviamo un’ampia panoramica teorica e clinica su come costruire un vero e proprio spazio, fisico, culturale, pedagogico e psicoterapeutico da offrire al minore schiacciato nella contesa tra essere soggetto e paria del desiderio dell’altro. “La Comunità terapeutica per adolescenti è una struttura (…) che per raggiungere le sue finalità si avvale di un trattamento complesso multifattoriale e multidisciplinare di tipo evolutivo/trasformativo” scrive Bencivenga “ E’ necessario che in questo tipologia di struttura venga svolto un costante lavoro di ponte e collegamento con altri contesti, non solo di cura, ma anche di vita dell’utente”.

Il progetto quindi è vastissimo ma gli autori ne delineano con cura e perizia sia i contenuti teorici che quelli normativi. Condivido con Bencivenga le righe che ritrovo in un capitolo centrale del libro, consigliando a tutti coloro che sono impegnati nel lavoro con gli adolescenti la lettura di questa bella opera.

“Crediamo di aver illustrato come il rapporto quotidiano con i pazienti, il vivere assieme condividendo esperienze impensabili per un setting classico, sia un fattore indispensabile nel lavoro di Comunità: del resto ciò è inevitabile se ci si approccia alla cura del paziente “grave” partendo dal presupposto che la residenzialità, così come la si è intesa, è uno strumento di terapia e di trattamento elettivo per questa frangia di utenti”. (1)

(1) Claudio Bencivenga – Residenzialità comunitaria, parafamiliarità e terapeuticità – p.40

Appunti per l’incontro di supervisione del 17 febbraio 2017

E’ supposto che qualcuno sappia,
in questo caso il soggetto in gruppo,
lo domanda,
a ciascun partecipante all’incontro
che si fa contenitore di bisogni
e non urna e lapide
del sapere ogni volta diverso.

Ci diamo appuntamento
qui a rovistare tra questi bisogni
in modo da trasformarli in domande
che aprano alla dimensione
fluttuante del desiderio
che cerca un contenitore
che permetta agli sguardi
di farsi parola.
La costruzione di uno studio contenitore
di uno sguardo/ supervisione
non senza impicci
non senza fatiche
si fonda sulla giusta altezza
del bambino che ci interroga,
sul tempo fluttuante del gesto,
del sogno condiviso,
osservato da più punti di vista
da chi e con chi
è in quel luogo
per offrire relazione e cura
alla domanda.

 

Questa pagina esce per rendere pubblico il nostro lavoro mensile di supervisione in gruppo, a chi  si occupa di relazione di cura con i minori, a chi la richiede.
Non scriviamo per gratificare il piacere della pubblicazione, scriviamo affinché chi incontriamo nelle stanze dello studio “Nuovi Percorsi” di via Borelli 5 a Roma, possa offrirci il suo di pensiero, e se non lo ha fatto, possa pensare di farlo.
E’ un semplice augurio affidato alla parola, affinché essa trovi un suo contenitore temporaneo anche su queste pagine, come nel prossimo incontro di venerdì 17 febbraio e in tutti gli incontri, in gruppo e individuali.
                                                                                                    a cura di Nicola Basile e Giuseppe Preziosi
Si ringrazia l’artista Alessandro Broccoletti per la gentile concessione visibile al seguente indirizzo: http://www.iskandart.it/

“Il romanzo familiare” di Nicola Basile e Giuseppe Preziosi

N.Basile e G.Preziosi propongono nel nuovo numero dei Quaderni di Psicodramma Analitico una comune riflessione sul delicato tema del “Romanzo familiare” e di come si articoli il narrativo, cosciente e incosciente, di donne e bambini all’interno di un viaggio che teso a scoprire il loro volto e quello di coloro a cui hanno dato vita.

I due autori si orientano, nella comune esperienza, utilizzando gli strumenti dell’antropologia dell’immaginario di Gilbert Durand e  i concetti della psicoanalisi Freudiana che proprio sul romanzo familiare ha scritto forse le più belle pagine della sua inesausta ricerca.

Questo scritto nasce con l’intento di delineare il profilo di una istituzione, una casa famiglia per ragazze madri, il lavoro di tessitura del romanzo familiare di chi, per un tempo definito, la abita. Ogni strumento educativo, pedagogico, psicoterapico che l’istituzione ha elaborato nella sua lunga esperienza, ci sembra subordinato a un delicato lavoro di riscrittura che si incarna nell’architettura stessa del luogo, nell’organizzazione dei suoi spazi. Continua a leggere. Auguri di buone festività a tutti!

 

“L’occhio che mi guarda”

Introduzione di Nicola Basile

Si può interagire attraverso lo sguardo, lo hanno dimostrato le ricerche sulle relazioni neonatali tra madre e infante, lo hanno confermato le ricerche sui neuroni a specchio, lo troviamo scritto e descritto nelle ricerche della Esther Bick sulla relazione madre bambino, ne ha fatto una metodica osservativa il gruppo diretto da Franco Scotti che ha pubblicato i suoi lavori in quel bel libro intitolato “Osservare e Comprendere” (2002) che narra come l’incontro degli sguardi metta in moto progettualità nei diversi campi della relazione di cura. L’elenco tralascia ovviamente l’intera ricerca condotta dalla psicoanalisi nelle persone del suo fondatore Sigmund Freud, quella della Klein, che proprio intorno alla pulsione scopica scrive pagine memorabili, alle pagine di Winnicott che intreccia sguardo e segno con i suoi piccoli analizzandi per non terminare con Jacques Lacan e il concetto dello specchio, in cui si dà conto dell’origine dell’inconscio. L’elenco deve essere per forza incompleto per lasciare spazio alle righe che gentilmente Pau Farràs Ribas ha scritto e tradotto per noi dal catalano.  Con Pau da anni lavoriamo a intenso scambio proprio sull’esperienza di cosa possa produrre un osservatore in un campo educativo, osservatore partecipante ma astinente, allenato a sostenere per un tempo dato un ruolo di presenza senza parola e meno ingombrante possibile. L’articolo recentemente apparso su “El jardì de Sant Gervasi“, nello spazio nominato “L’arte di osservare”, Pau lo ha tradotto per noi e noi lo pubblichiamo nelle due lingue, catalano (raggiungibile con il link sulla pagina) e italiano perché i suoni si confrontino, si completino, suscitino domande. Ringraziamo ovviamente Dino Buzzati e il suo cane Galeone, (1968) , che ci hanno dato un’altra opportunità di incontro e che speriamo vengano nuovamente letti e apprezzati.
1) 2002 Borla editore
2) 1968 Arnoldo Mondadori Editore

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