“Concludo con una piccola storia clinica”
Un uomo di mezza età torna in stanza d’analisi dopo una interruzione di diversi mesi. Prima di questa “pausa” erano stati diversi gli anni trascorsi ad una seduta a settimana. Anni di lamentazioni sempre identiche, di racconti noiosi di lavoro e quotidianità. E per anni mi sono chiesto il senso di questo “incontro” sollecitato anche da una sua non sempre celata insoddisfazione per la mia posizione a-parte. Poco prima di una ricorrenza festiva arriva in ritardo in seduta e appena si siede, con aria grave e seria mi racconta senza un attimo di esitazione di un remoto ricordo del passato che coinvolge una figura genitoriale. Un ricordo banale, ma che solo in quel momento i gangli della rimozione avevano deciso di far riaffiorare. Dove ciò avrebbe condotto, non sapevo nel presente della seduta e forse non lo so ancora adesso, ma a seduta terminata mi sono chiesto se essere in presenza per tutti quegli anni, sforzandomi di mettere a tacere consigli, indicazioni, suggerimenti, affettività che pur questa persona suscita in me, fosse l’unica cosa che davvero potessi fare. Quanto invece, propendendo per un miglioramento della qualità della sua vita, appoggiandomi semplicemente al buon senso, al mio “supposto sapere”, all’onnipresente empatia avrei reso più difficile o forse impossibile, l’emersione di quel frammento, l’incontro con l’inaspettato?