Categoria: comunità

manifesto per il reclutamento

CHI CI RAPPRESENTA È ANDATO ALTROVE

Ero nello stesso 8 agosto di oggi, appena quattro anni fa e l’eccidio di Marcinelle allora come oggi richiedeva un pensiero generativo, non solo celebrativo per poter essere in pace domani. Scrivevo ai colleghi della Società Italiana di Psicodramma Analitico con cui condivido il piacere della ricerca nella psicoanalisi da oltre vent’anni per riflettere sui processi di migrazione, aspri allora come oggi. Affermavo che era necessario farlo per porre noi stessi nella condizione di “erranti”, di coloro che si pongono nella posizione di ricerca di un luogo in cui la vita quotidiana conosciuta non si possa considerare l'unica forma di esperienza possibile.
Il testo proseguiva così:
“Lo abbiamo pensato in tutti questi anni per porci nella condizione di ascolto dell'altrove che il sintomo psichico, la fatica di vivere, ci chiede di tradurre e chiede di poter trasformarsi in quadro, orizzonte, progetto, riconoscimento.
Esattamente sessanta anni fa morivano a Marcinelle 262 minatori divisi in ben 12 nazionalità di cui 136 italiani. Morirono a 975 metri sotto la terra e in quel momento erano i rappresentanti di ben tre continenti.
Un freddo elenco di deceduti per nazione, ci riporta a un Europa che era stata pensata a Ventotene, che vedrà a Roma i primi vagiti in quegli anni e che oggi ha necessità di un progetto di vita, come lo richiedono ancora i minatori di Marcinelle:
136 italiani; 95 belgi; 8 polacchi; 6 greci; 5 tedeschi; 3 ungheresi; 3 algerini; 2 francesi; 1 britannico; 1 olandese; 1 russo, 1 ucraino.
Cosa cercavano questi giovani tra le profondità della terra, questi giovani che tali sono rimasti da allora?
Ciascuno di loro sapeva che un luogo altro doveva esistere, un luogo che poteva dare corpo alle loro aspettative, ai loro sogni di niente, sogni che pensavano a un'esistenza altra di cui non potevano neanche delineare i contorni. È legittimo pensare che il desiderio di quella gente non riuscisse a esprimersi in forma di parola, essendo sempre collocato in un luogo altro dalla vita reale, essendo la loro parola, parola di servi che cercava il proprio linguaggio, la propria espressione, nel linguaggio dell'altro. Poi un giorno, quel desiderio, trovò espressione in una forma gentile: un manifesto rosa pallido. Su quel leggero foglio appeso tra i piccoli paesi del sud Italia, chi poteva leggeva, e molti chiedevano ai pochi di leggere, la speranza di un lavoro, di carbone per scaldarsi, di un premio per i figli, premio da trovare sotto la terra. E si, che di vita, sotto la terra, il nostro sud, come ogni sud della terra che s'incontrarono quel 8 agosto del 1956 in Belgio, molto sapevano.
Sotto la terra Proserpina scompare al suo amante per apparire solo nello splendore primaverile, sotto la terra si seppelliscono i morti perché sopra la terra i riti del lutto si possano esprimere in canti e cerimonie, sotto la terra si deposita il seme affinché nove mesi più tardi si posi il pane sul tavolo. E la terra era molto più vicina a tutti quei giovani di quanto non lo sia oggi sotto i piedi dei nostri giovani del 2016. Sotto la terra, quel popolo di giovani, non aspettava solo il buio, non aspettava una paga appena sufficiente per sfamare sé stessi e i propri cari, non aspettava di vivere in baracche che non potevano essere chiamate case, cercava il luogo atteso da una promessa di riscatto, passata di bocca in bocca attraverso le generazioni. Si mosse verso un luogo, annunciato da un manifesto rosa pallido, tintura della tipografia dell'epoca, che esprimeva, meglio di ogni altro strumento, il luogo altro che il desiderio non sapeva tradurre in parole, non essendo il desiderio stesso capace di trovarle. Il capitale utilizzò inchiostro e carta per tradire i desideri di una generazione, la speranza di vita di uomini e donne che non trovarono parole più attraenti che quelle stampate su manifesti di leggera carta, incollati a mura sbrecciate. Il capitale spedì più di mille italiani a estrarre dalle viscere della manifesto per il reclutamentoterra belga il di più di energia che doveva servire a alimentare la produzione di merce contro braccia, cose contro desideri, sintomi contro poesia, fumo dentro i bronchi per togliere il diritto alla parola. Chi scrive era nato da qualche mese e quell’8 agosto del 1956 ascoltava la parola dell'altro e si faceva essere di parola. Chi rimase sotto quei mille metri di terra, non ebbe più parola da cantare nei riti, non ebbe più desideri da incorniciare in un altrove che si fa incontro con l'altro. Ma può essere ancora cantato da noi con le parole di un mio amico che come me all'epoca non aveva parole ma che oggi, come me, ha superato i sessant'anni.

Noi che festeggiamo i sessant'anni
Non sappiamo da dove veniamo
I nostri nonni in fondo alle miniere
Le loro vite date per carbone.

Morirono italiani a Marcinelle
Morirono soffrendo in terre amare
Rinacque la speranza dalla guerra
In un'Italia già ferragostana.

Olimpiadi medaglie luccicore

Chi ci rappresenta è andato altrove.

                                   Concezio Salvo

A chi come noi intende la psicoanalisi come un delicatissimo strumento per dare parola all'altrove, ai luoghi del pensiero che si esprimono in forma di linguaggio ma che non trovano altro che sintomi, Marcinelle non è solo un ricordo, ma una continua sfida etica.

 

una dipensa in un bicchiere

Polivisione del 16 giugno 2020

"C'è qualcosa di strano nell'aria"

“C’è qualcosa di strano nell’aria. Lontano dal tono festoso che si muove nelle correnti sotterranee (…) Un po’ per via delle mascherine che non ti fanno ben capire chi ti stia salutando, un po’ per il corpo disabituato a salutare e la tua voce disabituata da chiacchiere abbozzate, un po’ per il tempo grigio che nuvoloso si sofferma sul tuo umore.” scrive il poeta Thomas Tsalapatis, tradotto da Viviana Sebastio.

Questa aria è penetrata nella dispensa che oggi si presenta non più come luogo del pieno, del necessario e del di più. La nostra dispensa richiede nuovi pensieri per essere utilizzata, per non disperdere la memoria di come essa ci ha servito in questi mesi.

una dipensa in un bicchiere
"Catalogo degli oggetti introvabili"

Ci incontriamo su piattaforma zoom martedì 16 giugno dalle 20,00 alle 21,30 in setting analitico con lo Psicodramma.

Il lavoro del gruppo verrà introdotto da un testo elaborato dall’equipe dello Studio Nuovi Percorsi.

Il gruppo verrà condotto dal dott. Nicola Basile, membro didatta della S.I.Ps.A. e l’osservazione sarà a cura del dott. Giuseppe Preziosi, membro titolare della S.I.Ps.A.

Per richiedere le credenziali:

Lo psicodramma in istituzione

Il 12 aprile del 2015 alcuni professionisti dello studio, partecipanti al centro didattico Campo di Ricerca sullo Psicodramma Analitico della SIPsA, richiamavano prima di tutto a loro stessi e poi ai compagni di viaggio dentro e fuori lo studio "Nuovi Percorsi", l’esser noi sempre dei migranti, soggetti in transito. Ricordavamo nella presentazione di allora come il transito sia sempre legato alle leggi politiche e di mercato dentro le quali il soggetto deve vivere sviluppando la sua capacità di lettura.
Per poter essere un cittadino, un lavoratore, un uomo e una donna capaci di relazionarsi con gli altri, ciascuno di noi deve interiorizzare regole e comportamenti che comunque sono sempre opera di un Altro. Al contempo questi comportamenti e queste regole ciascun uomo e donna di questo pianeta li deve poter leggere e pensare come trasformabili, grazie al lavoro comune con l’altro, uomo, donna, anziano, bambino che sia. Quindi ciascuno di noi deve potersi mettere al di fuori della legge per poterla riconoscere e renderla utile alla convivenza.
Il CRPA nela sua fondazione ha voluto il ricordo del sacrificio degli emigranti di Marcinelle che morirono per dare all’Italia carbone negli anni ’50, il transito delle popolazioni dell’Africa che cercano dignità altrove dal luogo che li ha visti nascere, la domanda della donna che si è riconosciuta madre anche per potersi guardare nell’altro, la perdita della propria soggettività nell’uguaglianza degli uomini e delle donne nel gioco d’azzardo e nella tossicodipendenza, l’alterità della psicosi che rende il nome dell’Altro impronunciabile. La psicoanalisi che ha saputo rappresentare il soggetto come alienato da sé stesso e lo psicodramma,  sono gli strumenti del nostro lavoro nella clinica delle istituzioni, nel lavoro clinico dello studio, nella ricerca della nostra professione, fuori e dentro le stanze del nostro studio che fu fondato per offrire "Nuovi Percorsi" alla domanda di uomini, donne, bambini, adolescenti, adulti, anziani. In questo ultimo anno alcuni professionisti dello studio hanno collaborato alla realizzazione del primo numero della rubrica trimestrale del portale web della SIPsA con alcuni articoli.
Li abbiamo pubblicati con l’intento di rendere pubblico all’altro, che transita con noi tra i continenti del desiderio, che lui non è solo e per poter ripetere il gesto di speranza dell’uomo che disegnò e scrisse per incontrare l’assente all’alba dell’umanità. Ci auguriamo di condividere la nostra scrittura ospitata sulle pagine che troverete di cliccando: rubrica trimestrale S.I.Ps.A.  
                                                                                                                                                  Nicola Basile e Giuseppe Preziosi

 

Adolescenti e Comunità Terapeutiche a cura di C. Bencivenga e A. Uselli – ed. Alpes

Ho avuto il piacere di condividere un’esperienza di CTU con il curatore e autore di molte parti del libro di cui proporrò solo una breve presentazione. L’autore è psicologo, psicoterapeuta, docente di Psicologia dei Gruppi e delle famiglie c/o l’Università degli Studi di Parma, promotore nel Lazio della prima Struttura terapeutica estensiva e a carattere comunitario per minori adolescenti, in due parole Claudio Bencivenga. Nel libro come nel nostro incontro professionale Bencivenga cerca di far emergere in quali contesti si possa dare voce all’infans, a ciò che per statuto è silenzio, mancanza di parola. L’autore e curatore del libro, si sforza di costruire e utilizzare spazi mentali e istituzionali che si determinano, nel dare regola al conflitto tra due genitori, anche attraverso il verdetto di un giudice, per offrire un contenitore di pensiero a coloro che altrimenti non l’avrebbero, i minori. Parlando di Claudio Bencivenga sto anche descrivendo il progetto del libro “Adolescenti e Comunità Terapeutiche”, edito da Alpes, curato assieme a Alessandro Uselli, psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica.

Il titolo del libro è seguito da un sottotitolo assai impegnativo, “tra trasformazioni e nuove forme di malessere” .

Gli autori dei testi sono stati coordinati dai curatori affinché il lettore fosse posto in condizione di ridefinire il sintomo come ciò che nasconde la parola ma ne lascia tracce e come esso possa venire tradotto in un progetto educativo e riabilitativo per adolescenti.

Nel libro troviamo un’ampia panoramica teorica e clinica su come costruire un vero e proprio spazio, fisico, culturale, pedagogico e psicoterapeutico da offrire al minore schiacciato nella contesa tra essere soggetto e paria del desiderio dell’altro. “La Comunità terapeutica per adolescenti è una struttura (…) che per raggiungere le sue finalità si avvale di un trattamento complesso multifattoriale e multidisciplinare di tipo evolutivo/trasformativo” scrive Bencivenga “ E’ necessario che in questo tipologia di struttura venga svolto un costante lavoro di ponte e collegamento con altri contesti, non solo di cura, ma anche di vita dell’utente”.

Il progetto quindi è vastissimo ma gli autori ne delineano con cura e perizia sia i contenuti teorici che quelli normativi. Condivido con Bencivenga le righe che ritrovo in un capitolo centrale del libro, consigliando a tutti coloro che sono impegnati nel lavoro con gli adolescenti la lettura di questa bella opera.

“Crediamo di aver illustrato come il rapporto quotidiano con i pazienti, il vivere assieme condividendo esperienze impensabili per un setting classico, sia un fattore indispensabile nel lavoro di Comunità: del resto ciò è inevitabile se ci si approccia alla cura del paziente “grave” partendo dal presupposto che la residenzialità, così come la si è intesa, è uno strumento di terapia e di trattamento elettivo per questa frangia di utenti”. (1)

(1) Claudio Bencivenga – Residenzialità comunitaria, parafamiliarità e terapeuticità – p.40