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In o questione dell’incontro. La dimenticanza del nome apre alla ricerca

 

I treni che da Bombay vanno a Madras partono dalla Victoria Station. La mia guida assicurava che una partenza dalla Victoria Station vale da sola un viaggio in India, e questa era la prima motivazione che mi aveva fatto preferire il treno all’aereo. La mia guida era un libretto un po’ eccentrico che dava consigli perfettamente incongrui, e io lo stavo seguendo alla lettera. Il fatto era che anche il mio viaggio era perfettamente incongruo; dunque, quello era il libro fatto apposta per me. Trattava il viaggiatore non come un predone avido di immagini stereotipe al quale si consigliano tre o quattro itinerari obbligatori come nei grandi musei visitati di corsa, ma alla stregua di un essere vagante e illogico, disponibile all’ozio e all’errore. Con l’aereo, diceva, farete un viaggio comodo e rapido, ma salterete l’India dei villaggi e dei paesaggi indimenticabili [...] non dimenticate che sui treni indiani si possono fare gli incontri più imprevedibili. / Queste ultime considerazioni mi avevano definitivamente convinto. [1]

Prologo

 

 

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Seguirò il percorso di Freud alle prese con la dimenticanza del nome Signorelli che solo un fortunato incontro fece emergere. Cercherò di illustrare come interrogare la dimenticanza sia stata per Freud e lo è per tutti noi, una strada consolare di accesso all’inconscio. Queste righe sono state provocate dal seminario di Polivisione in setting di Psicodramma Analitico della Società di Psicodramma Analitico del

In/contro

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In/contro
Inizio dalla preposizione semplice “in”, isolandola dall’avverbio “contro”, non per far torto al secondo ma per ritrovarmi in un luogo, in una specifica condizione affettiva o emotiva, per l’esser entrato in luogo avendone lasciato un altro a cui ero legato, per essermi trovato in presenza di un altro, forse atteso ma per questo inaspettato.
Scelgo non a caso alcuni esempi di una preposizione che indicano tutti il trovarsi con l’altro, sia esso una persona, un essere vivente come un luogo che richiama estraneità.

“In” una versatile preposizione

La preposizione “in” è assai versatile, basta dare uno sguardo alla seguente tabella che rubo dalla Treccani::

Da una rapida occhiata si rileva che essa è poliedrica, si occupa di tutto, sia transazioni affettive come di quelle commerciali. La preposizione “in” non disdegna la solitudine e si accompagna volentieri ad altre preposizioni.
La ritroviamo assieme alla preposizione “contro” [2] che richiama scontro, opposizione, conflitto a meno che non si faccia precedere da lei, dalla piccola preposizione semplice “in” per alludere alla possibilità, al piacere, al desiderio, alla speranza, alla competizione che si esplica tra esseri viventi se è un sostantivo. [3]
Se diviene una forma legata al verbo esso “Indica direzione di movimento, e più in partic. movimento verso persone che siano [...]” [4]

 

Incontro

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Contenuta nel sostantivo incontro, trovo la forma che mi intriga per scandagliare la dimenticanza di un nome e in particolare la dimenticanza di un nome, che occorre a Freud, diretto verso Cattaro [5]:
Si chiama INCONTRO il fatto di incontrare qualcuno o l’incontrarsi casualmente di due o più persone (un i. impensato; un i. felice, fortunato, sgradito; un i. inevitabile); 2. si può [...] o per la ricerca di un accordo (un i. di capi di Stato; un i. al vertice). [6]

Date e tempo dell’inconscio.

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1897 Sigmund Freud è in viaggio, ha visitato Orvieto, scrive a Martha, di cui accusa l’assenza poiché il viaggio era previsto assieme alla consorte; scrive a Fliess, come un compagno di diario che meticolosamente scrive; non comprende molto l’italiano, è straniero in una terra tanto studiata e desiderata.
1898, andando da Ragusa alle Bocche di Cattaro Egli dimentica un nome, di cui sa moltissimo e di cui ha studiato gli affreschi, l’anno prima, Signorelli. [7]
Durante uno scambio di ricordi in treno, vis a vis con un altro viaggiatore, desidera sapere se anche l’altro avesse potuto visitare la cappella di San Brizio, o cappella Nova, che si trova nel transetto destro del duomo di Orvieto. Cita tutto a regola d’arte ma il nome del pittore, che Egli conosce perfettamente, resta impigliato tra i denti. La dimenticanza è tenace e a nulla varranno gli sforzi di aggirare l’ostacolo, anche diverse catene associative non gli saranno di aiuto. Freud definirà la dimenticanza “insistente e fastidiosa”.

Invano

 

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In "Psicopatologia della vita quotidiana" Freud scrive:

“Nell’esempio da me scelto per l’analisi nel 1898, invano io mi ero sforzato di ricordare il nome di quel pittore che nel Duomo di Orvieto aveva creato i grandiosi affreschi del ciclo della fine del mondo. In luogo del nome cercato, Signorelli, mi venivano alla mente con insistenza due altri nomi di pittori, Botticelli e Boltraffio, che il mio giudizio, subito e decisamente, rifiutò come sbagliati. Quando il nome esatto mi fu comunicato da altri, lo riconobbi immediatamente e senza esitazione. La ricerca degli influssi e delle vie associative per cui la riproduzione mnestica si fosse in tal modo spostata da Signorelli a Botticelli e Boltraffio, portò ai seguenti i risultati (…) [8]

 

 

Il compagno di viaggio

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Chi sono mai questi altri che riescono a comunicare a Freud il nome che si celava dietro la dimenticanza? In realtà era semplicemente un “signore” colui che impersonò la dimenticanza, in tedesco “Herr” e fu un estraneo, un “Signore colto” colui che risolse la mancanza. Seguiamo la scrittura di Freud a ritroso, dal libro all’articolo e infine alla lettera a Fliess, di molto precedente il libro stesso: “Nel libro, la raccomandazione diventa domanda: Freud domanda a questo estraneo “Se fosse mai stato Orvieto a vedere i celebri affreschi di (…).
Il processo di recupero del nome, nella lettera, è dato come spontaneo:” Alla fine seppi il cognome: Signorelli. E ricordai subito il suo nome, Luca.”
L'articolo presenta un percorso più arduo: " Il mio compagno di viaggio non fu in grado di aiutarmi (...) dato che, essendo in viaggio, non avevo la possibilità di consultare alcun testo, per parecchi giorni dovetti rassegnarmi a sopportare questo vuoto di memoria e il fastidio interiore che esso più volte al dì mi dava, finché non incontrai un italiano colto che me ne liberò comunicandomi il nome cercato: Signorelli. Al cognome seppi subito aggiungere, di mio, il nome: Luca.”
L’interessante ricostruzione è opera dello psicoanalista francese Jean Lombardi, nel bellissimo piccolo libro del 1995 –di Freud – Erre Emme edizioni che devo aver acquistato a mia volta durante un viaggio a Orvieto con mia moglie.

 

 

Solitudine

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Freud è solo, distante da Martha, un altro lapsus coinvolgerà il nome proprio della moglie con il nome di una bellissima località sul lago di Bolsena, Marta. Freud è in transito, dirigendosi verso Cattaro. Siamo alle prese con la dimensione dell’oralità che apre all’inesprimibile lingua materna che si fa straniera ma al tempo stesso va tradotta. La lingua materna è ciò che segna il primo incontro, indicibile, dell’essere umano; incontro che si struttura come deposito dell’inconscio, di cui il soggetto è responsabile, senza averne avuto in consegna gli strumenti per decifrarlo. Il soggetto sa di aver udito la lingua materna ma non sa ripetere come Egli sia stato parlato da essa, quali note siano state emesse. Freud, e ciascuno di noi, ha dimenticato come il proprio nome da estraneo e inquietante sia divenuto, quotidiano, familiare, senza che esso si confonda su colui che risponde voltandosi, se chiamato.

 

 

Traduzione

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Scrive J. Lombardi: “Sollecitato da un'altra lingua il viaggiatore ha l'attenzione occupata dalla traduzione accanto alla lingua del viaggio, a cui ci si deve assuefare, è la lingua materna che si pone come lingua straniera. L'operazione di traduzione, che cerca di stabilire un ponte fra l'intenzione che vuole dirsi, la forma familiare che prende nella lingua materna è quella che deve farsi intendere in un'altra lingua, ha un effetto di contraccolpo. Con essa si rivela l'equivoco di ciò che è ordinario nel linguaggio d'uso corrente nella lingua materna. L’estraneità non risiede tanto nell'altra lingua quanto in ciò che della lingua materna resta inaudito, non inteso benché enunciato appunto la vera lingua straniera è quella che si intende all'insaputa di colui che parla e i cui effetti di significazione determinano gli atti più realmente di ciò che il parlatore crede di dire. Freud fa per sé stesso la scoperta delle operazioni di traduzione in questo campo d'esperienza che denomina l'inconscio, (…)”. [9]

 

 

Herr, Signore, Signorelli

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Per poter indagare l’inconscio, Freud come noi stessi, ci obblighiamo all’incontro. Incontro con lo straniero che si fa “Signore”, “Herr”, Signorelli. L’inconscio è sempre altro dal soggetto stesso, in quanto il soggetto è alienato per fondazione dal suo stesso linguaggio, essendo noi tutti e anche i nostri amici animali a noi più vicini, parlati dall’altro. [10]
E quindi è solo nella dimensione dell’incontro che è possibile avere informazioni su ciò che pur avendo una sua forma e le sue regole, non lavora come un linguaggio.

 

 

Viaggio d’incontro con la psicoanalisi

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“In questo momento, benché Freud abbia capito, dalle manifestazioni sintomatiche dei suoi pazienti, che ogni soggetto intrattiene un rapporto singolare con il sapere che ha su sé stesso, il termine psicoanalisi rappresenta ciò che Freud ignora di se stesso accanto all'altro discorso che è l'inconscio. Con l'artificio di un incontro, lungo la strada che lo conduce a Cattaro, il suo proprio discorso è realmente messa alla prova di produrre un sapere sulla verità del suo desiderio.” [11]
“Dalla prima versione alla terza, l'avvenimento sopravvenuto sulla strada di Cattaro ha preso la dimensione di un incontro.” Scrive ancora J. Lombardi,[12] Riferendosi al lavoro di Freud sulla dimenticanza del nome Signorelli.

 

 

Riflessioni al termine di questo breve scritto

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Penso con piacere che anche il convoglio che porta in viaggio, a volte in presenza, troppo spesso a distanza negli ultimi tre anni, il desiderio di viaggiatori dell’inconscio, sia diretto a Cattaro o meglio alle Bocche che si lasciano dire senza sapere cosa, per il piacere dell’incontro con la Psicoanalisi in setting di Psicodramma Analitico, dove il soggetto sa di poter dimenticare.

 

 

Note

[1] A. Tabucchi - I treni che vanno a Madras – p. 107-108
[2] cóntro-. – È la prep. contro, usata come prefisso in molte parole composte nelle quali indica opposizione (contraereo, controsenso), movimento o direzione contraria (contropelo, controvento), reazione, replica, contrapposizione (controffensiva, controquerela, contrordine), controllo, verifica (controprova, contrappello), rinforzo, aggiunta (controcassa, controfodera); con sign. più particolare, affine a quest’ultimo, nei termini di marina controvelaccio, controfiocco, contrammiraglio. Nell’uso, contro- si alterna spesso con contra-, ma a differenza di questo non produce mai il rafforzamento della consonante iniziale (cfr. contropelo e contrappelo).
[3] incontro1 incóntro1 (ant. e poet. incóntra) avv. [lat. tardo incŏntra, comp. della prep. in e cŏntra «contro»]. – 1. Indica direzione di movimento, e più in partic. movimento verso persone che siano [...]: a. Dirimpetto: li Spini aveano il loro palazzo grande i. al suo (Compagni); anche come vero e proprio avv.: ha la sua bottega qui incontro; o, con il sign. di «verso, di fronte a» seguito da avv. di luogo: Siede con le vicine Su la scala a filar la …
[4] incontro1 incóntro1 (ant. e poet. incóntra) avv. [lat. tardo incŏntra, comp. della prep. in e cŏntra «contro»]. – 1. Indica direzione di movimento, e più in partic. movimento verso persone che siano [...]: a. Dirimpetto: li Spini aveano il loro palazzo grande i. al suo (Compagni); anche come vero e proprio avv.: ha la sua bottega qui incontro; o, con il sign. di «verso, di fronte a» seguito da avv. di luogo: Siede con le vicine Su la scala a filar la ...Da https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/incontro/
[5] Oggi Montenegro.
[6] https://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/incontro/
[7] Che cosa è successo durante questa visita Orvieto e ai dintorni, nel settembre del 1897, perché al suo ritorno Freud consideri che tale viaggio segna l'inizio della sua psicoanalisi, mentre sembrava esservi impegnato molto prima? Che cosa rappresenta questo viaggio perché l'anno successivo, nel settembre 1898, andando da Ragusa le bocche di cattaro, egli dimentichi il nome di questo pittore tanto celebre, Luca Signorelli, autore degli affreschi di Orvieto? Jean Lombardi – Il compagno di viaggio di Freud – Erre emme edizioni – p.18
[8] Psicopatologia della vita quotidiana – Sigmund Freud – Opere – vol. 4 – Bollati Boringhieri p. 58
[9] Jean Lombardi -– Il compagno di viaggio di Freud – 1995 - Erre Emme edizioni - p. 28
[10] Nella polivisione di giugno ci siamo posti la eccezionale condizione di colui che pur sapendo riconoscere il proprio nome non lo può comunicare all’altro per poter essere chiamato.
[11] Idem p. 29
[12] Idem p. 128

Bibliografia

Contatti

Per per poter ricevere informazioni, scrivere a Nicola Basile - nicolabasile.edu@gmail.com
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Transito e coordinate spazio tempo

Contributo al seminario di Polivisione del 19-11-2022

a cura di Nicola Basile e Milena Ciano

 

Anche il corpo è un luogo di transito

In Transit Foto Magali Dougados

Luoghi che sono divenuti pozzi bui e profondi, abissi che ricacciano indietro e costringono a un contatto soffocante con il dolore, richiedono a chi li deve attraversare, la ricerca di una fune, una traccia, per poterli lasciare. La mancanza di certezze, si fa corpo e lacrima, poiché il viandante non sa quale sarà la sua sosta futura né avendo transitato prima il luogo che sta percorrendo, può contare soltanto sulle sue membra. Tuttavia, anche il corpo è un luogo di transito. [1]

Coordinate per un interno esplorabile

La mappa dell'ecumene (mondo abitato) di Tolomeo ricostruita usando la seconda proiezione.

 

Il vuoto può essere uno spazio inabitabile, un’emozione senza contenitore che lascia fermi su un sedile, una regione da cui non si viene e a cui non si giunge. Il vuoto è come un quadro in cui ogni elemento risponde ad una regola di cui non c’è un portavoce perché non lo si può ascoltare e condividere, simile a un monolite impenetrabile. Il vuoto si fa volume, contenitore quando la perdita diventa un’esperienza pensabile. Il vuoto, lasciando spazio ad un ascolto di ciò che manca, acquista le coordinate di un luogo interno esplorabile. [2]

Sospensione

Paolo Migliazza, Raduno, 2022, ph credit Rosa Lacavalla (installation view

 

Tra le mura di luoghi di accoglienza che non accolgono ma separano, bambine aspettano il ritorno del materno amorevole che sani il dolore. Nel medesimo tempo prevedono che altri arrivino tra le braccia a loro negate. [3]

Simmetrie

Sette opere di Banksy in Ucraina: la conferma dello street artist.

 

Rintracciano altri terreni dove mettere radici e germogliare perché l’altro non rimanga estraneo e nemico, i semi sono corpi che hanno bisogno di contatto, di essere presi per mano per imparare a vivere, ora dal vento ora da un’anima. Hanno un padre? Hanno una madre? Tempo e spazio, sono alleati del seme per raccogliere il buono, il frutto nutriente che cresce nonostante, e grazie, ai difetti del corpo e dell’anima. Spazio e tempo disegnano simmetrie generative che sgorgano accanto all’acqua e alla luce, radici della ricostruzione della propria città oltre le macerie. Quando alcuno accede a sé e all’altro, i corpi perdono consistenza, la vita si desertifica.

 

 

 

Bibliografia e crediti

[1] Cavarero Adriana, Il corpo come luogo di transito, Doppiozero, 2014
https://www.doppiozero.com/il-corpo-come-luogo-di-transito
“Ci ricorda Roberto Esposito (in “Le persone e le cose”- Einaudi ed-), proseguendo su un filone originale di ricerca che si conferma sempre più fruttuoso, che il dispositivo della persona, lungi dal delimitare una zona compatta e impermeabile all’irruzione della cosa, è già scisso al suo interno, come del resto annuncia il termine greco persona che significa maschera.”

[2] In Transit Foto Magali Dougados
da Gardenghi Andrea, Corpi in attesa. L’umanità in transito di Koohestani, Teatro e critica, aprile 22. https://www.teatroecritica.net/2022/04/corpi-in-attesa-lumanita-in-transito-di-koohestani/
Se ne consiglia la lettura e se possibile la visione in teatro.

[3] Basso Tatiana La sospensione della scultura: intervista a Paolo Migliazza, 2014 in Exibart https://www.exibart.com/arte-contemporanea/la-sospensione-della-scultura-intervista-a-paolo-migliazza/
Se ne consiglia la lettura come l’esplorazione del contenuto visivo.

Il contenuto di questo breve testo si deve a tutti coloro che hanno partecipato al Seminario di Polivisione in setting di psicodramma Analitico della SIPsA che si è tenuto on line a ottobre 2022.
I crediti per le immagini sono riportati in didascalia.
Ci scusiamo per distrazioni o inesattezze nelle citazioni bibliografiche, pronti a correggerle.

 

Contatti

Il seminario del 19/11/2022 come sempre non è gratuito. La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
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“Per fare un tavolo ci vogliono due [L] e quattro zampe” Polivisione 19-11-22

 

 

Introduzione al seminario di Polivisione del 19/11/2022
 di
Nicola Basile

"La lettera, nondimeno, era rovesciata, coll’indirizzo fuori, e, il suo contenuto rimanendo così nascosto, essa non fu notata"
E. Allan Poe - La lettera rubata

 

Il giorno 19 novembre 2022, dalle h 10,00 alle 13,00, svolgeremo il seminario di Polivisione con lo Psicodramma Analitico in presenza, a Roma, in via Nomentana 333 b, sede dell'associazione "Per fare un fiore" per  proseguire il lavoro della stagione settembre 2022 - giugno 2023.

Guardando un tavolo dall’alto...

Guardando un tavolo dall’alto può essere visto come due L simmetriche che ruotando sul piano danno vita a uno spazio delimitato. Da qualche parte, sul perimetro si trova un poco nascosto il soggetto, in qualche altro punto, forse sui vertici o sulle diagonali, discorsi di altri.
A questo tavolo che noi ricordiamo come un “non luogo di incontro” tra figli, figlie e la coppia genitoriale, viene posta una domanda: “Mi riconoscete? Sono ciò che è altro da voi ma che da voi è stato nominato e che in quel nome agogna di potersi identificare”. Il testo volutamente nasconde il genere del parlante, che ha effettivamente preso parola nella scorsa sessione del seminario, ma è chiaro che il soggetto interrogante attende una risposta, forse perché è tagliato fuori dal desiderio di coloro che lo hanno generato e di cui il terzo condivide il desiderio. [1]
Affinché ci sia un parlante, è chiaro che troviamo un “Io”, cioè una forma di identità che può distinguersi dall’altro in quanto sa esprimere parola. Tuttavia, proprio questa parola è un luogo perfetto in cui il parlante si nasconde, in quanto “il significante è ciò che rappresenta un soggetto per un altro significante” [2]

Una domanda che nasconde il discorso

riflessi di una rosa con

Poco importa che il nostro soggetto sia maschile o femminile, poiché egli pone la domanda, il discorso stesso che lo nasconde. Potrebbe chiedere all’altro delle rose che ricorda nel giardino d’infanzia, ma le rose, dotate di spine, fanno esprimere al parlante il dolore che le spine provocano a chi non sa bene maneggiarle. Poiché il soggetto non è una rosa, è un uomo, è una donna, parla di dolori e profumi che parlano per lui, celandolo, forse proteggendolo, poiché la rosa diviene un profumo, un ricordo, un gesto. È la rosa che parla? È il dolore di una spina che ha attraversato la pelle a comunicare il rosso purpureo di una goccia di sangue? A chi appartiene il sangue, a chi era destinata la rosa?
Quale sia il luogo da cui prende vita il discorso, è la domanda che è vitale porsi per non cadere nel tranello del discorso che rimanda sempre a un altro termine, a un altro sogno, a un frammento di un’opera d’arte visitata anni prima. L’origine del discorso di colui o colei che parla è sempre nell’Altro a cui l’epistola è destinata. [3]

Non tradire lo specchio che lo riflette.

 

Ad un tavolo, rettangolare, composto da due lettere, identiche ma rovesciate, il discorso trova casa in quanto l’uno può chiedere che l’altro riconosca il proprio desiderio. Ma in realtà è solo il discorso che arriva all’altro che permette all’emittente di riconoscere che lui esiste. [4]
Se mi racconto a te, se incontro te, se tu ascolti me, io sarò il discorso che si sta veicolando tra me e te, e il discorso si farà filo sottile e resistente dell’immagine che tu restituirai a me, che io donerò a te, io specchio di te, tu specchio di me, ignari che nessuno dei due sta nel suo posto. [5]
L’altro chiede di non tradire lo specchio che lo riflette, incarnato ora dall’ascoltatore, ora dal parlante, affinché i due specchi frontali si riflettano infinite volte, fino a confluire in un punto non più distinguibile, l’inconscio. Mentre scrivo sono anche il lettore, mentre mi presento sono anche lo sconosciuto a cui porgo il saluto, mentre ascolto jazz sono ciò che ogni armonico emesso dal jazzista rimanda ad infiniti altri armonici di cui non conosco l’esistenza ma di cui vivo l’esperienza. “Quando il soggetto parla con i suoi simili, parla nel linguaggio comune, che tratta gli io immaginari non come cose semplicemente ex-sistenti, ma reali. Non potendo sapere che cosa c’è nel campo del dialogo concreto, ha a che fare con un certo numero di personaggi, a’, a”. In quanto il soggetto li mette in relazione con la propria immagine, coloro a cui parla sono anche coloro a cui si identifica” [6].

 

 

Muro

Lacan chiama muro del linguaggio quel muro che rende vana la comunicazione tra soggetti. Quel muro rende il messaggio una lettera vuota in quanto il contenuto della lettera è sempre postato in un altrove che rende vana la ricerca del destinatario. Inutile che io chieda una risposta concreta a colui che se n’è andato, come potrà egli rispondermi? Quandanche egli tornasse, quella domanda probabilmente non avrebbe più senso, lasciando così il sospetto che non fosse mai stata alcuna domanda a cui l’altro avrebbe potuto rispondere.

Prendimi con te! - chiede l’amante, all’amato che si allontana. Colui che si allontana non risponde e così si trova a intrecciare il suo silenzio con la domanda a cui non può rispondere. L’uno vorrebbe catturare l’altro che volge le spalle ma è la domanda stessa che fa muro con chi si allontana; l’altro si distacca ma la separazione ha posto un legame, un nodo, che fa muro dietro cui nascondersi.
Da chi potrebbe allontanarsi se non da sé stesso? A chi sta parlando l’implorante?
In questo dialogo nessuno può mostrare chi sia, in quanto il discorso immaginario rende possibile solo parole vuote, simili a caramelle che non leniscono la fame di pienezza.
Non c’è dunque speranza? E dunque perché si utilizza un setting psicodrammatico come strumento psicoanalitico per far emergere dal labirinto immaginario la traccia del soggetto che si nasconde nel rinvio di un significante con un altro significante? “L’analisi consiste nel fargli prendere coscienza delle […] relazioni [del soggetto], non con l’io dell’analista, ma con tutti quegli Altri che sono i suoi veri interlocutori, e che non ha riconosciuto. Il soggetto deve progressivamente scoprire a quale altro si rivolge realmente, senza saperlo, e assumere progressivamente le relazioni di transfert al posto in cui è, e dove all’inizio non sapeva di essere” [8].

Gioco e appello all'Altro.

Prendimi con te! - chiede l’amante, all’amato che si allontana. Colui che si allontana non risponde e così si trova a intrecciare il suo silenzio con la domanda a cui non può rispondere. L’uno vorrebbe catturare l’altro che volge le spalle ma è la domanda stessa che fa muro con chi si allontana; l’altro si distacca ma la separazione ha posto un legame, un nodo, che fa muro dietro cui nascondersi.
Da chi potrebbe allontanarsi se non da sé stesso? A chi sta parlando l’implorante?
In questo dialogo nessuno può mostrare chi sia, in quanto il discorso immaginario rende possibile solo parole vuote, simili a caramelle che non leniscono la fame di pienezza.
Non c’è dunque speranza? E dunque perché si utilizza un setting psicodrammatico come strumento psicoanalitico? Attraverso il gioco e l'appello all'Altro la traccia del soggetto emerge dal labirinto immaginario del rinvio di un significante con un altro significante. “L’analisi consiste nel fargli prendere coscienza delle […] relazioni [del soggetto], non con l’io dell’analista, ma con tutti quegli Altri che sono i suoi veri interlocutori, e che non ha riconosciuto. Il soggetto deve progressivamente scoprire a quale altro si rivolge realmente, senza saperlo, e assumere progressivamente le relazioni di transfert al posto in cui è, e dove all’inizio non sapeva di essere” [8].

 

Un non luogo di cui avere cura: l'inconscio.

 

Se intorno un tavolo poniamo coloro che vanno a trovare e coloro che attendono di essere ascoltati, premiati, amati, il vero discorso di coloro che sono in attesa di esser presi, è quello di sentirsi nella funzione di coloro che se ne vanno. Ma nel momento stesso in cui si gira dall’altra parte del tavolo, la parola vera è ritrovarsi nel posto di coloro che attendono l’arrivo dell’Altro senza aver più domande da porre, in quanto il gioco di ricevere risposte, parole vuote, dura quanto il sapore di una caramella. Quindi il nostro domandare è una risposta, ovvero, la parola autentica è possibile facendo parlare l’Altro come tale. Se “io” dico, “tu sei il mio maestro” (parola vuota), dall’Altro arriva la parola vera: “io sono il discepolo”. [9]
La caramella, il dono, fa sentire cattivo chi lo riceve, in quanto il discorso è sempre ambiguo o riflesso: l’uno premia perché l’altro possa dimenticare le offese; accettando il dono si pone la firma sulla cancellazione della relazione. L’inconscio lavora per inversioni, condensazioni, metonimie e metafore, ciò che appare palese, nasconde, ciò che nasconde, palesa. Dare un posto all’inconscio è il lavoro di tutti e tutte educatrici e educatori, psicologi e psicologhe, operatori sanitari, scrittori e scrittrici, uomini e donne di buona volontà che dall’asse immaginario dell’etica, si sforzano di far emergere il soggetto del simbolico. La clinica vera è la ricerca della parola che risuona negli accordi della vita nascondendosi tra gli armonici, quella che fa apparire il buco nel muro.

 

Note e crediti

[1] Dolto F., Il desiderio femminile, Mondadori, Milano, 1994, pp. 288-289.

[2] “un significante è ciò che rappresenta un soggetto per un altro significante” J. Lacan, «Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano», in Scritti, vol. II, a cura di G.B. Contri, Einaudi, Torino 1974, p. 822.

[3] “Applicheremo, per fissare le idee e le anime in pena la suddetta relazione sullo schema L già proposto e qui semplificato. Che significa che la condizione del soggetto S ( nevrosi o psicosi) dipende da ciò che si svolge nell'Altro A. ciò che vi si svolge articolato come un discorso ( l'inconscio è il discorso dell'Altro), la cui sintassi Freud ha cercato di definire in un primo tempo nei frammenti che in momenti privilegiati, sogni, lapsus, tratti di spirito, ce ne giungono. In che modo il soggetto sarebbe interessato a questo discorso se non fosse parte interessata? E lo è infatti, in quanto stirato ai quattro angoli dello schema, e cioè: S, la sua ineffabile stupida esistenza, a, i suoi oggetti, a’, il suo io, cioè quel che della sua forma si riflette nei suoi oggetti, e , A, il luogo donde può porglisi la questione della sua esistenza.  Lacan J., Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, Scritti, Einaudi, Torino, 1974, vol. 2, p. 545

 

https://www.giovannibottiroli.it/it/psicoanalisi/61-estimita-intimita.html

 

 

Interpretazione  dello schema L proposta da Giovanni Bottiroli in https://www.giovannibottiroli.it/it/psicoanalisi/61-estimita-intimita.html

 

 

 

[4] Sull’asse immaginario ritroviamo lo stadio dello specchio nel quale si gioca la riconquista dell’identità in quanto immagine dell’altro, assunta come propria immagine, infatti, attraverso l’immagine dell’altro possiamo avere accesso alla nostra identità. Quindi l’altro nello specchio, che è l’immagine dell’Io, sarà il filtro attraverso il quale noi percepiremo l’altro, il simile che sullo schema viene identificato con a’: “[…] la forma dell’altro ha il più stretto rapporto con l’io, gli è sovrapponibile, e lo scriviamo con a’“. Lacan J, (1954-55) Il seminario Libro II. L’io nella tecnica di Freud e nella teoria della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 1991, p. 281

[5] Il filosofo francese Maurice Merleau Ponty (1908-1961) ha chiamato uno specchio "lo strumento di una magia universale che cambia le cose in occhiali, gli occhiali in cose, me in altri e altri in me”

[6] Lacan J, (1954-55) Il seminario Libro II. L’io nella tecnica di Freud e nella teoria della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 1991, p. 281 in “Schema L” di Giuseppe Salzillo https://www.giuseppesalzillo.it/schema-l-psicologo-milano-navigli/

[7] idem

[8] idem

[9] https://www.giuseppesalzillo.it/schema-l-psicologo-milano-navigli/
Si ringrazia il dott. Giuseppe Salzillo di cui apprezziamo il blog e si resta a disposizione per eventuali correzioni o crediti non correttamente riportati.

 

Contatti

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So stare nell’innominabile – Polivisione 17 – 09 – 22

 

 

Introduzione al seminario di Polivisione del 17/09/2022
a cura di
Giuseppe Preziosi

 

«L’Altro è il luogo ove si costituisce colui che parla con colui che ascolta […].
L’Altro dev’essere considerato anzitutto come un luogo,
il luogo in cui la parola si costituisce»

J. Lacan, Il seminario, Libro III,
Le psicosi, 1955-1956,
pp. 323-324

Il giorno 17 settembre 2022, dalle h 9,00 alle 18,00, svolgeremo l’incontro in presenza, nella bellissima Città dell'Aquila per riprendere il lavoro del seminario di Polivisione con lo Psicodramma Analitico, stagione settembre 2022 - giugno 2023.

Piacere di conoscerti, io sono....

 

“Piacere di conoscerti, io sono…” sono un nome a cui rispondo, che dice qualcosa di me, delle radici da cui sono nato e dice anche della tridimensionalità in cui mi riconosco che mi rende permeabile all’altro. I nostri nomi esprimono la generatività, un processo di esistenza che ci rende altro da. Ma è tutto così scontato? Progettare, portare e far nascere crea un figlio ma anche un genitore, nessuno dei due – dei tre – lo è prima. Generare e trasformarsi richiede di ristrutturare, la casa, quella fatta di mura e quella interna che si adatta e dove ognuno dovrebbe poter trovare il proprio spazio.

Cosa vuol dire attribuire un nome?

Dal gioco concreto delle parti nel quale si parteggia per l’uno o per l’altro contendente (pandemia, guerra), forse per sentire meno la solitudine di essere fuori dai giochi, senza nome, il gruppo di polivisione va alla ricerca di un nome, di una direzione, ma i nomi sfuggono… Cosa vuol dire attribuire un nome? Il soggetto si sente smarrito senza nome. Forse bisogna morire prima di rinascere, di uscire dalla casa originaria, dall’utero materno… e forse venire alla luce sembra tanto pericoloso se nessuno può aiutarci a dare un nome alle emozioni…

Il tempo della ricerca del nome

Il soggetto senza nome è smarrito alla sua nascita e quindi occorre una nominazione che lo faccia esistere nel mondo. Soggetto smarrito ed angosciato alla nascita con un corpo che viene gettato nel mondo e il bisogno di sentirsi accolto e rassicurato così come di essere nominato. Per quanto tempo si può rimanere senza nome alla nascita, forse il tempo per essere guardati, riconosciuti e considerati tanto da potersi poi riconoscere in quel nome che sarà unico e solo e rappresenterà l’identità del soggetto. L’individuo esce da un involucro nel quale può sentirsi a suo agio o può sentirsi schiacciato, al buio, solo e impaurito, ma quando viene fuori da quel tunnel buio e trova qualcosa di meccanico ad accoglierlo e non delle braccia umane ecco che l’angoscia di nascere si fa sentire in tutta la sua entità.

 

 

Attribuzione del nome

L’atto di attribuire un nome è avvertito dal gruppo come una grande responsabilità, va fatto con cura, guardando in faccia il bambino nel momento della nascita, magari aspettando un po’ prima di attribuirlo, per non sbagliare, prima di instaurare un legame. Perché forse il nome permette di instaurare legami, mentre lo “sconosciuto” può rappresentare una presenza inquietante.

La storia del nome


“Figlio, figlia voglio che il nome a cui risponderai, parli davvero di te, che ti renda unico, separato dal simile e dall’aspettativa della tradizione”. Un nome sembra non essere solo una convenzione, un suono di lettere e sillabe ma ha in sé una storia. Se può essere nominata, raccontata, apre alla possibilità di riscriverla, il legame con la radice che le ha dato vita non è un legaccio ma un filo che lascia liberi di muoversi e forse di smarrirsi ed errare sapendo che un luogo in cui ritrovarsi c’è.

 

Giona e la balena

 

Jung utilizza la metafora del racconto biblico relativo a Giona e la balena per rappresentare i processi interiori di cambiamento che necessariamente sono legati alla morte della condizione precedente ed alla rinascita. Giona, infatti, è chiamato da Dio a predicare la Sua parola nella città di Nìnive, dove regnano il peccato e la dissoluzione; fugge dal proprio compito finché in mare viene ingoiato da una balena, nel ventre della quale rimane per tre giorni, per poi rinascere e realizzare il suo destino.

 

“Regressus ad uterum”

Maria Lai _ Legarsi alla montagna

Gli alchimisti chiamano questo processo “Regressus ad uterum”, tappa necessaria per ogni rinascita trasformativa. Regressus ad uterum” di cui parla anche Ferenczi. “la nascita dell’uomo è contrassegnata dal trauma: una catastrofe e che i frammenti di questa storia perduta sono conservati come geroglifici nella psiche e nel corpo. Ferenczi propone di applicare ai grandi misteri della Genesi della specie il metodo di decifrazione psicoanalitico usato per comprendere i piccoli misteri della storia individuale[1]”.

[1] La nostalgia dell’oceano. Guglielmo Campione. Psychomedia.

 

cammino di (ri)nascita

E’ un cammino di (ri)nascita quello intrapreso dal gruppo, ormai più di due anni fa, un cammino che non è stato esente di paure e timori, ma che la passione per la psicoanalisi e il dispositivo dello psicodramma hanno permesso di fondare come luogo e spazio di pensiero ad arginare l’innominabile Reale sempre più opprimente. E dopo aver “lavorato” sulla questione del nome proprio, il gruppo si arrischia al desiderio di un incontro di corpi, dopo un biennio di incontri online, riemerge il desiderio di una presenza. Corpi Reali intessuti nell’immaginario e nel simbolico del legame.

Piacere di conoscerci

“Piacere di conoscerci, tu proprio tu con me, io proprio io con te non rinnegando le ombre e le luci che ci accompagnano”

Contatti

Il seminario  del 11/06/2022, come sempre non è gratuito.  La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
Per per poter ricevere informazioni scrivere a Nicola Basile - nicolabasile.edu@gmail.com
nuovipercorsiviaborelli@gmail.com, indicando il proprio nome, professione, numero di telefono.
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Altrimenti inviare un messaggio WhatsApp a Nicola Basile - 3296322722

So-g-getti s-ma-r-riti alla guerra! – 11-06-2022

"Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno, né di notte,
né per mare, né per terra:
per esempio, la guerra.
"
Gianni Rodari

 

 

 

Introduzione al seminario di Polivisione del 11/06/2022
a cura di
Stefania Falavolti, Annalisa Pascucci, Giuseppe Preziosi

Il giorno 11 giugno 2022, dalle h 9,00 alle 13,30, svolgeremo l’incontro on line, su piattaforma "Meet" che porterà alla sospensione estiva del lavoro del seminario di Polivisione con lo Psicodramma Analitico.
Il seminario di Polivisione mensile riprenderà in autunno.

Alla guerra del virus!

Eva Pedroni "Quando i numeri contano"

Ci hanno detto: “Alla guerra del virus”. Spogliati per un po’ di alcune libertà e tratti individuali, armiamoci e partiamo, anzi stiamo fermi, tuttalpiù alla finestra ma meglio allo schermo dove è possibile traslocare tutto del nostro essere. “Alla guerra” ci hanno detto, alla guerra contro il virus, per giorni, mesi, anni. E come analisti abbiamo derogato a tutte le regole di setting che, forse anche pigramente, c’eravamo dati come eredità neanche troppo pensata del padre/maestro. Alla chiamata alle armi abbiamo esitato, noi analisti/psicologi/psicoterapeuti, solo un secondo. Analisti come cittadini, come appartenenti alla polis, abbiamo quindi fatto la nostra parte e ci siamo presi anche i nostri ristori. Già qui qualche cosa della soggettività si è persa, forse.
Ristorare.
È di questo poi che ci siamo occupati nei nostri collegamenti online? Ristorare?

Dagli schermi alla chiamata

Dagli schermi di tutti i dispositivi, perennemente connessi, ci assale quotidianamente la contrapposizione di pretese verità di una moltitudine di improvvisati esperti. In questo caso non funziona il mantra della pandemia.  “Andrà tutto bene … Ne usciremo migliori … Siamo tutti sulla stessa barca …Vinceremo insieme”, inizia invece da subito la riscoperta e riattivazione di vecchi schemi e vecchie divisioni, riscopriamo improvvisamente che il nostro mondo non era in pace ma sempre attraversato da varie forme di guerra e di violenza, che avevamo solo imparato a non vedere o a dimenticare. Sotto la pressione di uno Stato Grande Altro abbiamo fatto il nostro “dovere” ma che fine avrà fatto la parola errante dei nostri pazienti, che possibilità c’è di errare quando non è possibile deviare da una norma se non al costo di mettere in pericolo l’intera società? Che posto c’è per il dissenso? Anzi meglio, quale ascolto è possibile al dissenso in un tempo di chiamata generale alle armi, che da metafora si è trasformata in una realtà di bombardamenti, fucili, eserciti?

 

Per un soggetto del dissenso, errante.

C’è un posto ancora per un soggetto del dissenso, errante ma non per questo smarrito? Così come nell’ultima seduta di polivisione, ci troviamo dinanzi al reale ineluttabile della morte fisica e psichica che ha rallentato anche il tempo della seduta, in una sorta di paralisi legata all’orrore della fascinazione che essa da sempre esercita in ogni essere umano. Il destino crudele ed allo stesso tempo meraviglioso dell’uomo è quello di essere, più o meno precocemente, consapevole della propria e altrui finitudine. Questa inspiegabile ingiustizia di fronte alla bellezza del mondo è ciò che da molti secoli genera le molteplici forme d’arte, musica e poesia, per sublimare l’angoscia e catturare, in una illusione di eternità, frammenti di ciò che si vede e di ciò che si ama.

 

 

Numeri, elementi isolati e numerabili.

Alighiero Boetti - da Uno a dieci, 1980

Di fronte all’ineluttabile scorrere del tempo che corrode imperi e monumenti millenari, di fronte alla natura, che con un suo sussulto può scatenare catastrofi in grado di cancellare milioni di vite ed estinguere intere specie, qualche piccolo uomo si ribella con rabbia e fa dilagare la sua furia distruttrice in una nuova assurda guerra, sostenendo di farlo “per liberare” una parte di un popolo amico. Contemporaneamente precipitiamo in uno stato non di soggetti ma di numeri, elementi isolati e numerabili, che costruiscono una massa e una moltitudine, eserciti contrapposti.

Alla guerra! Alla guerra!

Massacro in Corea 1951 Pablo Picasso
Pablo Picasso Massacro in Corea 1951


Quale “clinica” è possibile per un mondo concentrato sul godimento e l’eccitazione, disinteressato a qualsiasi forma di perdita di piacere? Che posto ha il gioco psicodrammatico che dovrebbe ricavare un guadagno di piacere sotto forma del lavoro e non dell’eccitazione, dove anche la guerra sembra un gioco tecnologico da adulti in cui basta premere un pulsante e si ottiene un godimento immediato a prescindere dall’impegno del “giocatore”.

 

Dall'angoscia alla dimensione simbolica.

Federica Reale

Esattamente come Freud sottolinea nel gioco del rocchetto del nipotino che riesce a trasformare un avvenimento spiacevole, sul quale non ha alcuna presa (la scomparsa della mamma), in una rappresentazione simbolica che gli genera un guadagno di piacere. Sappiamo che ciascun bambino impara, sia che giochi da solo che con gli altri, che deve tenere conto delle regole che gli consentono il processo di costruzione, evitando che si trasformi in eccitazione e quindi il gioco finisca. C’è ancora qualcuno che insegna queste regole?
Come dice Renato Gerbaudo[1]: “…. La dimensione simbolica del gioco richiede il mantenimento di un limite, inerente non solo al rispetto delle regole, ma a ridurre un godimento personale, in attesa di un risultato finale, che non si conosce in anticipo. Ogni gioco ha un inizio ed una fine, comporta un rischio…. Anche il superare gli altri …. Naturalmente il bambino può essere deluso … ma è una esperienza necessaria per occupare il posto di soggetto e non solo di oggetto del discorso dell’adulto.     Castrazione infantile e gioco sono intimamente legati in questo processo di crescita ...”

[1] Gerbaudo R. - Il bambino reale – F. Angeli ed.

 

Legame/discorso

Maria Lai _ Legarsi alla montagna

Freud “scopre” con l’inconscio la scena interna del soggetto, il mondo interno e mentale, lasciando al conscio l’esterno e il sociale. Ma certo questa linearità (inconscio-interno-mentale e conscio-esterno-reale) da subito non appare sufficiente alla condizione umana. Quando Lacan rilegge Freud e inserisce la nozione di discorso, inteso come legame sociale, la clinica psicoanalitica tratta il soggetto nella complessità dei suoi legami, ci mostra dei punti nodali per andare al di là di una clinica intrapsichica. Attraverso la psicoanalisi che è un si può accedere ad altri discorsi/legami, imparando anche a leggerli, affrontarli, farci i conti. Ciascuno, anche attraverso l’esperienza con lo psicodramma analitico, può rioccupare o occupare per la prima volta, la posizione di soggetto con una doppia accezione; soggetto alle determinanti simboliche, familiari e sociali, e soggetto che le interroga. Lo psicodramma analitico quindi come strumento valido per trasformare la questione del godimento, che non vuole sapere del legame sociale, in un sintomo soggettivo, che apre alla dimensione del desiderio anche dell’altro. L’esempio dei bambini riesce ad esplicitare meglio questo aspetto

Dall’essere soggetti smarriti alla diversità del soggetto errante.

La domanda di aiuto per i bambini origina sempre da una istituzione famiglia, scuola, bisognerebbe lavorare prima di tutto per il passaggio dalla richiesta per il bambino che si presenta nella forma di disturbo, alla richiesta del bambino che è una questione soggettiva. Questo ovviamente esige una complessità di interventi, lenti, adeguati, rispettosi di un’identità che non è mai un dato stabilito a priori. Ci incontriamo per cercare il passaggio dall’essere soggetti smarriti alla diversità del soggetto errante.

Il seminario  del 11/06/2022, come sempre non è gratuito.  La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
Per per poter ricevere il link di accesso a Meet, scrivere a Nicola Basile - nuovipercorsiviaborelli@gmail.com, indicando il proprio nome, professione, numero di telefono. Riceverete una mail e messaggio WhatsApp di conferma.