Categoria: osservazione

“E la guerra non parla” – Polivisione 8 aprile 2022 ”

"Non esiste la storia muta. Per quanto le diano fuoco,
per quanto la frantumino,
per quanto la falsifichino,
la storia umana si rifiuta di tacere."
Eduardo Galeano
(Montevideo3 settembre 1940 – Montevideo13 aprile 2015)
giornalistascrittore e saggista uruguaiano.

Introduzione al seminario di Polivisione del 8/04/2022
Giuseppe Preziosi,
"Nuovi Percorsi"- via Borelli 5 - Roma.

... da un incontro di Polivisione con lo Psicodramma analitico del 11 marzo 2022

Theater Box with The-Night Moth Ballet and The Half Moon Queen and The Man in The Moon on Stage George Grosz

Presi nel vortice di questo tempo di guerra, privi di informazioni obiettive, senza la possibilità di considerare con distacco i grandi mutamenti che si sono compiuti o che si stanno compiendo, o di prevedere l’avvenire che sta maturando, noi stessi non riusciamo a renderci conto del vero significato delle impressioni che urgono su di noi, e del valore dei giudizi che siamo indotti a pronunciare. Ci sembra che mai un fatto storico abbia distrutto in tal misura il prezioso patrimonio comune dell’umanità, seminato confusione in tante limpide intelligenze, degradato così radicalmente tutto ciò che è elevato. Anche la scienza ha perduto la sua serena imparzialità; i suoi servitori, esacerbati nel profondo, cercano di trar da essa armi per contribuire alla lotta contro il nemico”

S. Freud-  Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915).

 

Parole


Parole attualissime, parole scritte, sarebbe certamente credibile, solo una settimana fa. E invece si tratta di decenni. Come a dire il tempo della guerra è immobile, oppure che la guerra come l’inconscio non conosce il tempo, si ripete uguale a se stessa, insiste, si ostina.

Maria Lai - dalla Gazzetta della Sardegna

Gesti

Negli stessi gesti, nelle stesse azioni, ormai così slabbrate da aver perso ogni significato. E la guerra non parla. Se non nella lingua del diavolo (colui che separa). Una lingua che riempie la gola e soffoca. E la guerra ci guarda con i suoi occhi di vetro, opachi e ottusi. La guerra ci guarda e ci riguarda.

Maria Lai - Duemila anni di guerra

 

 

 

Il tentativo di un secolo.

Il tentativo di un secolo di rimuovere la guerra, attraverso l’azione illuminante di una razionalità superiore, o di “una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia” come scrive Freud, oppure magari di un “governo dei migliori” come affermerebbe qualcun altro, ha minimizzato le guerre che eppure ci sono state, in sintomi marginali, residuali, tic e piccole nevrosi, anche quando erano lì, proprio dietro l’angolo.

La guerra ci guarda.

Ma la guerra ci guarda e ci riguardava e ha continuato a riguardarci. Nelle attenzioni “ossessive” di un madre che teme il soffocamento dei figli come se anche loro potessero ferirsi in battaglia, nelle dispense riempite di zucchero e di viveri come se fosse sempre possibile la fame, l’inedia, la mancanza. Nell’offesa che solca il corpo e la vita dei nostri affetti, nell’incomunicabilità del trauma.

 

 

 

Picasso - Guernica

Segni e tracce

Ora che il rimosso si è mosso, muove anche il rimosso che ci abita, rimuove le difese e le dimenticanze e riporta alla luce i ricordi di bambini e bambine che della guerra hanno visto solo i segni, e le tracce, e i marchi, e hanno potuto illudersi che si trattasse solo di favole macabre, brutte storie, paurose fantasie.

 

 

 

 

Burri - Combustioni su plastica - 1957

Ma con la guerra condividiamo anche un certo rifiuto alla rinuncia pulsionale, una rinuncia che mette le basi per la civiltà e la convivenza ma verso la quale proviamo una certa insofferenza.
E così tra i racconti di guerra può far capolino, come una infiorescenza, lo sguardo di una bambina che rimane sospesa tra il divieto e il desiderio, tra fascinazione e imbarazzo. E il discorso del Thanatos arriva a far riemergere un ricordo impastato di Eros.

Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto. Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre legata – vincolata, come noi diciamo – con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, solo così ne permette il raggiungimento. Per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente erotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta a oggetti, necessita un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle”.

S. Freud-Considerazione attuali sulla guerra e sulla morte (1915).

Il seminario  del 08/04/2022, come sempre non è gratuito.  La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
Per per poter ricevere il link di accesso a Meet, scrivere a Nicola Basile - nuovipercorsiviaborelli@gmail.com, indicando il proprio nome, professione, numero di telefono. Riceverete una mail e messaggio WhatsApp di conferma.

“Riverberi ”

... da un incontro di Polivisione con lo Psicodramma analitico

Introduzione al seminario di Polivisione del 11/03/2022 - h 20,00 - 21,30.
di Nicola Basile
responsabile centro didattico Aletheia della S.I.Ps.A ,
fondatore dello studio e del sito web "Nuovi Percorsi"- via Borelli 5 - Roma.

“La mia patria è qui
dove libertà e legge
non hanno bisogno di custodi
perché sono parte dell'uomo
della terra;
qui dove le case
non hanno cancelli
reti o muri intorno
ma l'uscio sempre aperto;
dove il nascere
il vivere
il morire d'ognuno
è per tutti
un grande evento."

da: RIVERBERO
poesie e racconti di Paolo Bassani.
"Alla volta di Leucade"

Brevissima premessa

Prosegue il lavoro di ricerca sul nucleo tematico "Famiglia". In questi giorni siamo oppressi dalla frammentazione della famiglia Europa il cui mito nasce proprio da un rapimento. Il rapimento di una lembo di territorio europeo da parte di una componente della cultura, arte e religione dell'Europa stessa è fatto gravissimo e, a differenza del mito, non fonda alcunché ma tende alla distruzione.
Per le vittime che in queste ore disseminano di corpi inerti l'Ucraina, per le speranze spezzate di essere fratelli e sorelle che possono lasciare gli usci aperti, credo importantissimo proseguire nell'opera di "Riverbero" delle parole che abbiamo esplorato il 5 febbraio 2022, utilizzando il dispositivo dello Psicodramma Analitico.
Le ho lasciate come fossero paragrafi di un testo ancora da scrivere, missive da un fronte che non hanno il tempo, né l'occasione per essere ampliate. Il soldato Montale strappò dalle trincee della prima guerra mondiale, all'orda mortale del capitalismo guerrafondaio, le sue parole di poesia. Rubo al poeta Paolo Bassani l'incipit e il titolo.

 

Maggiore età e divorzio

Maggiorenne, completati gli studi magistrali, ottenuta una borsa di studi, deve andare via dalla sua regione. È la sua occasione per aprirsi al mondo. La norma le impedisce di viaggiare da sola. Viene accompagnata dal fratello minorenne. A tornare a casa da solo sarà il fratello, ancora bambino.
Storia di mezzo secolo addietro.

La prima donna della sua cittadina a divorziare.

Maggiorenne, in procinto di partire per un viaggio con il fidanzato, si ritrova sottoposta a un veto dalla madre. Non partirà.
Le Americhe non sono più distanti dal continente della Sicilia.

Tradizione e storia

La tradizione di preparare la figlia alla vita, si legge solo come malessere.
Sappiamo che qualcosa di profondo agisce divenendo cultura, sa di malessere come di benessere. Le donne erano molto evolute, una nonna materna insegnava alle elementari, aveva una governante e non eravamo che all’inizio del ‘900.

Oliva, personaggio omonimo del libro, corregge la maestra.
Oliva si prende cura di tutti, non cammina nelle stesse scarpe che altri le avevano dato.
In nome della tradizione nessuno può essere chi è.
Benessere e malessere sono oscillazioni.

Storia e rappresentazioni

La storia non è sempre storie di vita, va letta e ricordata, memoria di storie di morte come di vita.
Le rappresentazioni della storia sono sottoposte a un utilizzo, torsione della storia verso finalità di sottomissione della massa a un potere.

La politica può occuparsi di tutto e si mette a leggere le storie e si ritrova a farne un uso.
Nella polis non si parla d’altro.

Il soggetto proviene da una pluralità di tempi, per continuità contrapposte a discontinuità. Non può essere mai copia dell'altro. Ciò la storia fatica a rappresentarlo e la politica a dirlo.

La voce del padre: libri e non solo.

A commuoversi è il padre di Paddy (personaggio del libro Paddy Clarke, ah, ah) perché egli può dare al figlio indicazioni geopolitiche sulla provenienza. Il figlio può riconoscere nel padre la sua origine, stenta però a riconoscere le mappe.

Il padre di Oliva Denaro (nome e titolo dell’omonimo libro) può camminare con lei a piedi nudi, agitando l’equilibrio dato dal divieto. L’incontro è una ribellione a una legge di stampo materno.

In un libro un bambino viene riempito di botte dal padre, quel bambino trova la sua stabilità facendo il pugile, forte dell'odio.
Il pugile lavora con i disabili e durante una notte di incubi, sogna di uccidere proprio quello a lui più vicino. Al mattino il bambino picchiato, divenuto pugile e operatore, riceverà una lettera di amicizia dal disabile.

Va con i figli a chiamarlo. Lui le getta in aria i soldi che ricadono pesantemente in terra. Madre e figli li raccolgono. Storia di fine '800.

Nell’abisso di voci di donne, quella del padre, assente, flebile, colpevole, eroica, turba l’equilibrio.

Immigrazione


Nella famiglia ciascuno è un immigrato senza documenti, clandestino a se stesso.

Nella famiglia parole per rispondere a domande non sempre sono a disposizioni. Quella per avere i documenti non trova accoglienza.

Le parole non impastano pane ma futuro. Senza parola, il soggetto rischia di morire di inedia alla tavola imbandita.

Fiabe e favole


Ci sono film o racconti basati su una ricerca di parole che non si trovano. Si possono trovare parole parziali fallaci, per parlare di separazioni, malattie come di gioia e stupore. Ci sono favole studiate da adulti che veicolano dinamiche interne e universali. In queste favole l'epilogo è universale. Il soggetto passa dall'individuale a uno dei tanti collettivi possibili.

Anche il poeta non sa rispondere alle domande della sua poesia ma le sa scrivere per gli altri.

Fratelli e sorelle

Spedita via, spedito via, esordio della sua malattia, non ci possiamo incontrare. Lei mia sorella, lui mio fratello è, sono, siamo dietro una porta di un SPDC. La legge che vieta l'incontro si legge "TSO".

Il padre ringhia al vento: - Siamo a posto, adesso.

Io non sono il vento, sono il fratello, sono la sorella, sono il figlio, sono la figlia,  sono il padre, sono la madre.
Ho imparato a usare la parola e a non farmi beccare dalla legge che chiude le porte e lancia anatemi e guerre. Il becco lo lascio agli uccelli, ne fanno un buon uso.

Rimozione


A raccontare storie ci si accorge che in quella storia che hai vissuto, sarebbe stato meglio fare qualcos'altro. E non va proprio giù che non ci hai pensato.

Te ne accorgi, ricordandola a qualcun altro che prova ad ascoltarti.
Se l’altro sarà un buon ascoltatore, quella storia potrà andare nella rimozione.

La rimozione è la fucina delle storie.

Carichi e responsabilità


Il bambino o la bambina sente il carico della responsabilità che dovrebbe esser portato da spalle più grandi. Accade tuttavia che quel peso, venga trasmesso tutto, senza sconti, all’infanzia.
L’infanzia non ce la fa a sostenerlo e deve portare il senso di colpa per non essere riuscita a farlo.

Se qualcuno si prende la briga di ricordare che i bambini e le bambine non hanno il compito di assumere le zavorre degli altri, le bambine e i bambini ce la faranno a ricordare e potranno riporre nella rimozione il dolore.

Se non c’è alcuno ad ascoltare l’infanzia, i bambini e le bambine saranno adulti infantili.
Quegli adulti non saranno in grado di essere accoglienti con l’infanzia, forse perché non riescono a raccontare la loro storia.

  • È bellissimo staccare la spina - dice una donna che sviene guardando il suo sangue.

Mani di ghiaccio, nero e colori.

Le mani di ghiaccio fanno venire in mente l'impossibilità di un ballo a due. Alcuno prenderebbe tra le sue lamine senza colore.

Quando non si è visti, lo sguardo dell'altro ti può definire come vuole malata, bella, svergognata. Lo sguardo può farti a pezzettini.

I colori possono diventare, sovrapponendosi, solo nero, il nero può prendere tutti i pezzi. Il nero è un colore. Si può avere paura del nero, lo si può accettare, si può guardare attraverso la cecità, si può accogliere il buio.

La famiglia ha tanti colori, sulla sua tavolozza appare anche il nero.

"Per non finire....

"Per non finire, quando la parola è attaccata dalla occupazione nazi fascista, il corpo nasconde esso e la parola per non perire, uniti nella sopravvivenza. Corpo e parola restano in attesa di un buon transfert, della sapienza di un ascoltatore accogliente, che possa donare al borgo indirizzi, voci e corpi. L’antitesi è, morte elaborabile soltanto con una lotta partigiana e repubblicana. L’attesa regola sia il flusso mestruale femminile, sia l’alternarsi delle stagioni in cui vi è libertà e in cui si soggiace all’occupazione, mito di Proserpina rivisto e non corretto. Oggi ci porremo altri quesiti su come interiorizzare processi che portino alla consapevolezza della libertà e della ripetizione."
L'avevo scritto per l'incontro di febbraio, mi sembra il caso di riverberare ancora queste parole, nate dal lavoro di un gruppo di lavoro appassionato della psicoanalisi che ha vissuto la guerra sempre cercando l'eros.

"Nota finale per iniziare"

Ho elaborato il testo utilizzando l'osservazione dell’incontro di Polivisione con il dispositivo dello psicodramma analitico del  05/02/2022.
Il seminario  del 11/03/2022, come sempre non è gratuito.  La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
Per per poter ricevere il link di accesso a Meet, scrivere a Nicola Basile - nuovipercorsiviaborelli@gmail.com, indicando il proprio nome, professione, numero di telefono. Riceverete una mail e messaggio WhatsApp di conferma.

Crediti

Immagini
1 - E. Munch – Separation da Art project Google
2 - Napoli_museo_httpsartsandculture.google.comstorypompei-madre-materia-archeologica-le-collezionibwWhJsDlhez3IA
3 - The solitary archeologist, De Chirico_1937
4 – Immigrazione-fan page- https://design.fanpage.it/la-street-art-per-i-migranti-le-10-opere-piu-toccanti-sui-muri-d-europa/
5 - “Principessa delle nevi” da cartoon russo 1957, diretto da Lev Atamanov
6 -  Van Gogh “Vento” - 1883
7 – A. Boetti - Un pozzo senza fine – 1961 - https://www.archivioalighieroboetti.it/scheda/un-pozzo-senza-fine/
8 - Ara Pacis - Roma
9 -  Alberto Burri - https://www.fondazioneburri.org/la-fondazione/ex-seccatoi.html
Restiamo a disposizione per ogni eventuale imprecisione.

“Frammenti di famiglia” – contributo di Viviana Sebastio


Video a cu
ra di: Viviana Sebastio

Vai al video

Musica: Forbidden Colours, di David Sylvian & Ryūichi Sakamoto

Immagini:

Naufragés sur un radeau, di Sylvia_Lefkovitz

Foto di famiglia italiana

Femme de Venise, di Alberto Giacometti

The Cat, di Alberto Giacometti

Transverse Orientation (2021), di Dimitris Papaioannou

La salita, di Jannis Kounellis

Emilio Isgrò

Is This the Life We Really Want? (Roger Waters), di Emilio Isgro

Testi estratti da:

LEV TOLSTOJ (1877)

Anna Karenina, traduz. di Leone Ginzburg per Einaudi, 1961

Jaume Cabré (2011)

“Le voci del fiume”, traduz. di Stefania Maria Ciminelli, La Nuova Frontiera.

Ambrose Bierce, 1985

DIZIONARIO DEL DIAVOLO.

Scelta e Introduzione di Guido Almansi. Traduzione  di Daniela Fink.

Longanesi & C., Milano.

Fernando Pessoa,

“Il libro dell'inquietudine, traduz. di V. Tocco, Oscar classici moderni Vol. 239.

L’età dell’uva, Mattia Tarantino, 2021

Giulio Perrone Editore

Cormac McCarthy

“La strada”, traduzione di Martina Testa, Einaudi 2007

“Frammenti di famiglia”

Introduzione al seminario di Polivisione del 05/02/2022 - h 9,30 - 13,00
a cura di Nicola Basile - socio S.I.Ps.A.

“...esprimere qualcosa di se stesso non gli pare una bella cosa da fare, soprattutto in pubblico. Lo stesso verbo "esprimere" ricorda la secrezione, o, nel migliore dei casi, l'atto di spremere un limone”
Da: Italo Calvino, “La squadratura”, in Giulio Paolini, Torino, Einaudi, 1975, pp. VII-XV.

Brevissima premessa

Descrivere la complessità del gruppo di famiglia, vuol dire domandarsi come utilizzare il vocabolario del gruppo famiglia, interrogarsi su chi parla per il gruppo famiglia, altrimenti non si ascolta altro che rumore.
Kaës ha descritto come in ogni gruppo ci sia un portabandiera ora della parola, ora del sogno, ora del sintomo di quello specifico gruppo. Questi ruoli li ha raccolti in unica definizione: funzioni foriche del soggetto all’interno del gruppo. Questa sera cercheremo di assumere la funzione forica della nostra famiglia.

La clinica del vivere, quotidiana tensione che permette l’incontro come la separazione, potremmo sempre raccontarla come la ricerca di un uomo che non sa di esserlo alla nascita ma che fin prima della nascita è già stato immaginato, sognato, parlato, come Lacan ha non solo teorizzato ma ha mostrato alla psicoanalisi del XX secolo.

Kaës ha ipotizzato come la famiglia stessa non sia un luogo dove il famoso mito di Edipo vive un’immutabile specificità, congelato nel mito arcaico e in quello più moderno della psicoanalisi. Edipo sta in relazione con la complessità del suo ruolo in almeno 5 figure che corrispondono ad altrettanti miti come coniò per Freud l'artista viennese , in cui Edipo “… si può immaginare che contenga stati interni distinti che corrispondono a quello del figlio, dell’uccisore del padre, dell'amante incestuoso della madre, del Padre del fratello dei suoi figli. Si noti che la domanda enigmatica della Sfinge verte anche sui tre stati del medesimo, associati a tre età della vita. Edipo non è uno, è diviso, divide fin nella sua discendenza”[1] 

Ci incontreremo per dare presentazione al caso famiglia, a cui tutti noi apparteniamo, avanzando con le mani avanti nel buio, per trovare non l’individuo, uno tra tanti che confondendosi diviene moltitudine, ma il soggetto che, come Edipo, soffre e vive.

Ne parleremo attraverso frammenti di riflessione, scritti per essere messi in gioco con il dispositivo dello psicodramma, la cui regola di base è il principio della libera associazione.

Cominciamo per dire, e non finire, cosa ho raccolto in questi due mesi, dall’ultimo incontro di Polivisione,

[1] Il lavoro dell'inconscio in tre spazi della realtà psichica. Un modello della complessità.  Rivista di Psicoanalisi – n. 3 – 2010 – S.P.I-  René Kaës

 

Frammenti di famiglia

 

Non si incontra mai una famiglia sola, la famiglia si declina in famiglia di origine, famiglia di nuova costituzione, famiglie legate che legano, per mezzo di articoli di legge e ami, legami, parole che sanno di legge e eros.

La famiglia propone un nome senza microfono, nome inventato che sa di gioia, nome che descrive come gli altri lo descrivono, nome che fa soffrire, perché non è scelto dal soggetto, senza il quale anche il cane non sa come essere chiamato.
Il nome non è mai originale, è sempre usato. È evidente che il nome è già stato detto tante volte, il nome della famiglia è appartenuto e appartiene all'altro, che non risponde alla richiesta di essere chiaro, esplicito.
Il nome nasconde l’utilizzatore primigenio, così bene che per saperne qualcosa di più, si deve ricorrere al mondo cellullare, quella strana cosa che sa di questioni di cellule e di mito mondiale e di nuove forme di comunicazione.

È sempre stata regolare la sua crescita, si dice della figlia come del figlio davanti il pediatra. Ultimamente meno e così si scioglie la gioia e la letizia del parlare del figlio. Altre volte l’argomento si chiude: a parlare del figlio l'argomento diviene la famiglia e la famiglia, come un fastidioso sintomo, non si apre al discorso.

Non si può vomitare in famiglia, anche quando non se ne può più di tenersele dentro quelle parole che ostruiscono il canale digerente dei pensieri di generazioni mutaciche. Eccesso di calore e mancanza di buona alimentazione richiedono diete in equilibrio tra affetti troppo proteici e scelte anoressizzanti. A casa la dieta è difficile da seguire perché in nome della famiglia, viene offerto cibo o troppo grasso o troppo acido. Buon cibo la dispensa non lo vede da tempo. Mancanza di appetiti fanno spizzicare e ciò toglie l’appetito.
La questione alimentare coinvolge tutti: la madre non si siede più a tavola, il padre soffre di disturbi gastrointestinali perché mangia con il figlio merendine e patatine di nascosto, che vengono anche rubate.
La domanda della figlia è se lei non debba scomparire con il nome del padre. Questa domanda non si riesce a decifrare sulle porte del borgo di Celleno, a Celleno ci si arriva seguendo le indicazioni: “borgo fantasma”.

 

Perché ne parlo?

Perché penso che non sia vista, la famiglia.
La madre non la vede come desidererebbe. il padre sta sempre in competizione per l'affetto dei figli in quanto non è il preferito tra i genitori, essendo molto impegnato, il poveretto.

Molti giudizi, tanti dovrei, tanti potrei girano in famiglia, interrompendo l’essere l’uno utile all’altro.
Nessuno è servo di un padrone, l’altro per servire in qualcosa è solo un racconto di libri polverosi di scuola, in cui ob servare rendeva il servo più utile del padrone. Il padre potrebbe farsi servo del figlio, la figlia servirebbe alla madre, il figlio servirà alla sorella e la figlia osserverà il fratello. Le interruzioni di dialogo animano il sospetto che qualcuno serva più dell’altro.

È una questione di autorizzazioni date e di autorizzazioni non dichiarate, di non detti, di assenze durante pandemie e mancanza di incontro, difficili da scrivere che determinano cause e conseguenze, impossibili da punteggiare nella storia familiare. Il figlio non scrive più epistole alla madre che si preoccuperebbe per la sua salute, la madre non scrive al padre dei suoi figli, fa scrivere da un avvocato, fratelli e sorelle non scrivono, registrano vocali accelerati perché così l’altro non tronchi l’ascolto, tra un semaforo e l’altro.

"Chi incontra la famiglia, cioè tutti noi, non ha dimestichezza con la scrittura.....!

..... che si cela dietro segni corporei, tic sociali, riti e memorie digitali che alcuno, sfoglia. Accade però che, a differenza di altre volte, la scrittura si renda necessaria perché si avverte qualcosa attorno cui si sta girando che non si riesce a raccontare. La famiglia può ritrovare così di essere destinataria di un indirizzo e il postino può recapitare il messaggio, a un soggetto che porta il nome degli altri.

C’è anche la possibilità che venga a mancare la storia della famiglia e possa esistere una domanda, impossibile da leggere. In quel borgo non più abitato, ci sono tracce di uomini e donne che lo hanno vissuto, di figli e figlie nati che hanno dato la loro vita perché donne e uomini potessero dire di appartenere a una famiglia. Ma in quei borghi non possiamo scrivere ad alcuno, il postino non recapita più lettere da tempo, i nomi delle famiglie sono divenuti fantasma. Il borgo, a visitarlo, sa di attrazione turistica.

Il primo, il fondatore ha una sua storia particolare che lascia con più domande che risposte. È sua la responsabilità di aver fondato la famiglia. Senza di lui non si parlerebbe di una madre e di un padre figlio, la seconda, più piccola è quella di mezzo. In mezzo a cosa, a chi?
Dopo il primo si sta sempre in un ordine assegnato, inamovibile. Sta a ciascuno dei figli sovvertirlo ma proprio questo essere scelti e, questo non poter scegliere, diventa insopportabile se il figlio non riesce a modellare questo ordine applicando un certo equilibrato caos.

"Plasmare, vestire la figlia che cresce, è il premio che la madre dà a sé stessa"

Il padre si accontenta di veder scrivere il suo nome sul corpo dell’altro, così da non temere troppo la morte. È evidente che il nome materno si offusca e non sa più cosa sia nutriente per lei. Nei registri ecclesiastici i nomi sono stati scritti per far entrare in battaglia il piccolo essere umano. Ma non vi è più alcuno che li vada a leggere. Non stanno su internet. Sarà ancora la luna di miele se la madre sognerà ancora con il padre una nascita, frutto del grembo di lei, seminato da lui, anche quando saranno vecchi. Tale previsione richiede uno spazio protetto perché se ne possa parlare.

"Per non finire....

Per non finire, quando la parola è attaccata dalla occupazione nazi fascista, il corpo nasconde esso e la parola per non perire, uniti nella sopravvivenza. Corpo e parola restano in attesa di un buon transfert, della sapienza di un ascoltatore accogliente, che possa donare al borgo indirizzi, voci e corpi. L’antitesi è, morte elaborabile soltanto con una lotta partigiana e repubblicana. L’attesa regola sia il flusso mestruale femminile, sia l’alternarsi delle stagioni in cui vi è libertà e in cui si soggiace all’occupazione, mito di Proserpina rivisto e non corretto. Oggi ci porremo altri quesiti su come interiorizzare processi che portino alla consapevolezza della libertà e della ripetizione.

"Nota finale per iniziare"

Il testo è stato elaborato utilizzando, anche e non solo, la mia osservazione dell’incontro di Polivisione con il dispositivo dello psicodramma analitico del  03/12/2021, condotto dal dott. Giuseppe Preziosi con l’osservazione della dott.ssa Annalisa Pascucci

Il seminario non è gratuito; si richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi. Per partecipare scrivere a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com indicando il proprio nome, professione, numero di telefono per poter ricevere il link di accesso a meet.

“Sul saperne-venir-fuori e saper-entrare”

Introduzione al seminario di Polivisione del 3/12/2021 - h 20,00 - 21,30
a cura di Nicola Basile - socio S.I.Ps.A.

“Allora il sapere dell’esperienza psicoanalitica è forse soltanto il sapere che
serve a non farsi raggirare dalla fanfara?
Ma a che pro se a ciò non si accompagna un saperne-venir-fuori?
O anche, più precisamente, un sapere introitivo,
un saper-entrare in ciò che è in questione per quanto riguarda il lampo
che può scaturirne sull’inevitabile fallimento di qualcosa
che forse non è la prerogativa dell’atto sessuale.”

Lacan J.- libro XVI “Da un altro, all’altro” pag. 205 – Einaudi editore

“Di fauci aperte e del salvare il pianeta”

Fauci aperte, media televisivi, vomitano significanti ambigui.
Salvare la terra suona come una bugia, detta per calmare l’ansia della generazione che deve ancora mettere i piedi sulla terra senza poter dire la sua.

Chi afferma di operare in nome del potere e della potenza, lascia attonita una popolazione che non sa se avrà discendenti. L’ascia che separava e ordinava è corrotta e inutilizzabile, il suo potere non appare generativo ma fallace e fallato.
In sogno il padre ordina e ingiunge che sia il figlio a farlo al suo posto ma rischia di appiccicare così una patacca. Il simbolo rischia di cadere durante la liturgia della cerimonia, trasformandosi in luccicante medaglia, materia morta. Il padre recita la parte di chi proprio non può più fare figli affinché il figlio si decida a prendere la sua responsabilità ma non sembra convincente. Il caso vuole che faccia da testimone la psicoterapeuta che ascolta il sogno e lo fa risuonare nel gruppo di polivisione. I testimoni si moltiplicano, creando una catena di trasmissione del significante ordine che genera altri ordini. La bocca si accorge di non essere solo cavità fognaria ma buon antro dove spezzettare, mischiare, ingerire affinché si trasformino alchemicamente. Dalla bocca della porta la figlia può uscire e non essere divorata dal niente che distrugge il pensiero e il figlio evita la patacca.

In fondo chi pensa di avere cura dell’altro è iscritto in modo ordinato in albi, ordini, corpi speciali per azioni impossibili, per non essere divorati e non divorare con le loro teorie e dispositivi. Dare un ordine alle pulsioni dionisiache, serve a ciò. Lasciare esse vagare troppo a lungo, potrebbero disordinare l’esistente. L’ordinare lo si sa è del femminile nell’armadio della vita ma è del nome del padre assegnare la trasmissione e un posto.

 

“Urlo qualcosa a Chronos e Zeus, distratti”

Urla il suo dolore la bambina poiché ha scoperto di essere ancora un altro corpo uscito dal grembo materno per soddisfare il rito che dalla semina porta il grano a essere pane sul tavolo del Cristo.

Si accorge che nella stanza accanto, il lessico adulto balbetta, si deforma, non accenna a offrire forme simboliche. La bambina avverte nausea, chiude la bocca e pensa sia meglio rinunciare al cibo. Cristo però non rinuncia a distribuire il pane del corpo del figlio ai fratelli.
Lo offre anche a lei e lei mastica, lo riduce a bolo, lo digerisce. Quel corpo si fa metafora del corpo e la metafora è pensabile in quanto c’è un corpo che è stato sacrificato e messo in croce, divenendo un corpo con il segno negativo davanti che permette che tutti gli altri corpi esistano, direbbe J. Lacan.
Il corpo di Chronos è stato ucciso dopo che lui ha ingerito i figli e dopo che i figli hanno dato una modernizzazione all’Olimpo grazie a Zeus che si congratula con Chronos per l’ottimo lavoro svolto.
Se i due fossero in Inghilterra, li troveremmo davanti un tavolino da tè alle cinque e sempre alle cinque con il Cappellaio Matto e la Lepre di Marzo, mai seduti allo stesso posto così da evitare di essere consumati dal tempo.

La madre genera, genera, genera ancora, ancorata a una femminilità che cattura l’altro dentro di sé per quel tempo che la renderà il fallo lei stessa. Calcisticamente parlando lei è ammonita a farlo, poiché si tratterebbe di un fallaccio. Pertanto, anch’essa deve tornare a farsi parte, a essere vuoto contenitore per ambigue parole. Meglio così riempirsi di nuovo illudendo l’espulso di essere tornato in auge. Ma il fallo porta rapidamente a pensare alla punizione. Si sa che a ripetere un fallo, ci si trova in faccia un cartellino rosso e non si può più giocare.
A questo pensa il dispositivo dello psicodramma che cerca la vitalità del simbolico anche quando essa sembra andata perduta, impedendo l’espulsione e la retrocessione.

 

“Quanto costa adottare una morte”

Bisognerebbe sempre fare i conti con il costo dell’adozione di una morte anche quando Chronos e Zeus banchettano assieme ai corpi dei figli non digeriti dal primo e al corpo del padre ucciso dal secondo, zombies originari.

“Ci sarebbe un maschile che potrebbe prendere l’ordine paterno” se venisse ordinato altrimenti la madre potrebbe mangiarsi anche il padre, se riuscisse a screditarlo. Grazie alla terapia, una ragazza cerca di ricostruire il padre morto. Altrimenti rimarrebbe in giro un fallo, fallato, che cerca riconoscimenti ma non offre riconoscenza, in quanto quello che lo identifica, è perdita economica e non distinzione tra consumo e desiderio. Si legge di lui che lo vogliano ritirare dal mercato in nome di una possibile class action che giace sotto quintali di faldoni illeggibili nella stanza di un giudice irreperibile.

“Di Chronos e Zeus come del Cappellaio Matto e la Lepre di Marzo”

Forse Chrono ingoia i figli e Zeus lo fa fuori per non esser messo in panchina, evitando la furia delle baccanti. I due nello stesso tempo sono morti e vivi, sono nemici e generatori dell’universo, sono ordine e disordine ma mai uno come la madre con il figlio, corpo unico che non deve crescere. La madre allucina un corpo a corpo con il figlio per non farlo divorare dalla violenza del padre, immutabile e pertanto non vivo.

Se così fosse l’uno non sarebbe mancanza dell’altro, insufficienza che ha dato origine alla cifra separandola dall’universo dell’indistinto. Preso atto di ciò, l’insieme -1 si è nascosto nell’ombra dell’uno, durante una sera di clinica del vivere, il dì 5 novembre 2021. La pausa allora non troverebbe la semicroma a darle il suo posto, la battuta calerebbe come colpo di maglio, l’archetto del violino si contorcerebbe lasciando ogni chiave girare a vuoto. La bacchetta che doveva dirigere l’orchestra, stende, colpisce e non attende al compito creativo dell’attesa.
Se non c’è separazione non c’è desiderio., non c’è presenza o assenza, non c’è passaggio di una chiave che offra simbolicamente l’appartenenza per chi Lavora nel CSM.
Le storie degli operatori si intrecciano con quelle dei pazienti, o li accompagniamo alla morte o ci vedono andare via. Il legame non crea ricordo se non possiamo giocare la rimozione della separazione, dato dal dare un ordine a nascita, crescita, morte e alla storia narrata dai testimoni e dagli scritti.

Le istituzioni sono delle madri che vanno via ma dovrebbero essere anche dei padri che passano il testimone autorizzando i figli a divenire orfani in senso simbolico: diventando madri e padri di sé stessi.

“Quando la notte si fa sempre buia”

Chiedi pertanto anche questo, mi volto per scoprire a chi tu l’abbia chiesto, lo chiedi a me, avvolti come siamo nell’ombra della notte che è sempre buia, narra la luna dei fratelli Grimm, tu lo chiedi a me e io lo chiedo a te.

In quella eternità non si possiede ombra e si disattende alla scissione originaria che proietta verso l’indeterminatezza, chiedendo di transitare nella incompletezza.

Senza ombra si manifesta il delirio di essere ricomposti, quindi ufficialmente morti, e non ci si accorge che sulle strisce è passato sopra di me o dell’altro un tir. Mentre passava, l’autista ha potuto solo vedere delle linee chiare e scure poiché colui che era stato chiamato ad uscire dal buio era cosa.
L’autista è stato assolto perché il fatto non sussiste poiché il buio è così reale che non c’è codice legislativo che lo contempli. Se lo facesse, taglierebbe con una luce l’indistinto, proponendo la fatica del sintomo.

In realtà qualcuno afferma che ogni codice, clinico, legislativo, musicale, letterario, psicoanalitico, pedagogico altro non faccia che venerare la divinità. E la divinità muta e cieca, non si fa legge, se non sostiene l’impercettibile oscillazione della sua bilancia che non può restare ferma, come non sarà mai fermo il rivoluzionare pendolo di Galileo.

Galileo rischia ancora di essere condannato per aver reso visibile l’invisibile ingordigia del sapere che non poteva vedere la miserrima piccolezza della cosa terra come la clinica non vede la sua pochezza quando è posta davanti all’ingordigia delle sue sentenze. Il sintomo bulimico si fa relazione con la madre onnipotente che non concede distanza né al figlio, né alla figlia, in quanto corpi indistinti senza ombra.

Nell’ombra, infine, il buco della serratura è difficile da trovare, la chiave tocca soltanto superfici dure e le graffia.

Il signor Celestine Freinet (1986-1966) consigliava, di chiudere gli occhi e avanzare con le mani avanti, delicatamente, sfiorando ciò che non si riconosce, lo definì il “tatonnement”. Ma appena ebbe definito un rivoluzionario metodi di conoscenza per non inimicarsi il buio, qualcuno cercò di trasformarlo in codice. Pare che non ci sia ancora una scuola “Freinettiana” a riportare nel buio la felice luce che ha proiettato quel piccolo uomo socialista sul futuro della trasmissibilità della ricerca. E ci auguriamo che non ci sia mai!

Nota finale

Il testo è stato elaborato sulle osservazioni delle dott.sse Annalisa Pascucci e Sarah Salvatore, realizzate il 05/11/2021 durante l’incontro di Polivisione con il dispositivo dello psicodramma analitico.

Il seminario non è gratuito; si richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi. Per partecipare scrivere a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com indicando il proprio nome, professione, numero di telefono per poter ricevere il link di accesso a meet.

occhi che osservano con dolcezza

INCONTRO CON L’OSSERVAZIONE DIRETTA

L’OSSERVAZIONE DIRETTA
E LA SUA APPLICAZIONE IN CAMPO EDUCATIVO
NELLO STUDIO REALIZZATO A BARCELLONA

organizzato in collaborazione con Studio Multidisciplinare Nuovi Percorsi, via Borelli 5 Roma
28 maggio 2021 h 19 – 20,30,  piattaforma meet

occhi che osservano con dolcezzaQuesto incontro presenterà come si è svolta un’esperienza di ricerca in ambito educativo e formativo in cui è stata utilizzata la metodica dell’osservazione diretta. Verrà illustrato ciò ha portato alla definizione di un modello di apprendimento che ha aiutato ad ampliare e modificare lo sguardo dell’adulto sull’infanzia.

Introduce il webinair: Nicola Basile – psicoanalista, membro didatta della SIPsA, che ha collaborato alla costruzione della Metodica dell’Osservazione Diretta.
L’esperienza verrà presentata dall’antropologa dott.ssa Pau Farras Ribas che ha svolto la ricerca.
Seguirà conversazione su esperienze di osservazione in ambiti educativi e formativi-

Per ricevere il link contattare i seguenti recapiti:
mail_nuovipercorsiviaborelli@gmail.com
Nicola Basile – 3296322722

C'est Polyvision! vu par Abel Gance

Polivisione 11 dicembre 2020

Una voce dalla caverna. Riflessioni per l’incontro di Polivisione del 11 dicembre 2020[1].

di Nicola Basile[2] e Giuseppe Preziosi[3]

 Nel pieno della seconda ondata, in un tempo in cui la luce di uscita dal tunnel sembra un timido luccicare in lontananza il gruppo recupera un immaginario da fiaba, di quelle favole classiche che fanno veramente paura, che non hanno le forme solo di principesse ed eroine ma di orchi, inciampi, divoramenti, cuori gelidi, abbandoni. L’immagine inaugurale della nostra riflessione forse può essere quella descritta da Silvia nel suo caso, di un bimbo gettato nel gruppo, senza nessuna mediazione, nessun accompagnamento, come un Pollicino, un Hansel senza Gretel, una Gerda senza Kay, un soldatino di stagno spinto in mare.
Il gruppo si affida alle favole, miti primordiali. Racconti che non eludono la questione della morte, dell’aggressività, della vendetta. A differenza dei videogiochi moderni per esempio, che mi sembra abbiano un diverso tipo di narrazione, che ha a che fare con l’obiettivo, il nemico, il successo e non si muore mai in fondo, si ricomincia sempre finché l’ostacolo non è superato, un diverso tipo di voce accompagna questa narrazione.

La seduta recupera un’altra voce, la possibilità di farne tana, caverna, nascondiglio, contenimento. È “appellarsi” forse a quella parte di corpo più intima che però più si avvicina ad una perdita: la voce sempre perduta appena si manifesta, elemento di alterità ma anche elemento unico, soggettivo, irripetibile. La voce scava una cavità, definisce un luogo, quando siamo all’interno della caverna originaria una voce ci avverte di altro che accade al di fuori, una voce che forse può iniziare a raccontarci come è la vita al di là della caverna. In questo passaggio al digitale, ridotti ad immagini, forse abbiamo più fiducia nelle voci, forse già abituati al telefono da decenni. Attraverso microfoni, cuffie, distorsioni, storture forse crediamo di recuperare qualcosa di autentico, e arcaico, del nostro rapporto con l’Altro nella voce.

Abbiamo interrogativi faticosi: perché, ad esempio, tanti giovani ragazze e ragazzi, detti hijkkimori, decidono di segregarsi nelle loro stanze e abbandonarsi all’incuria del corpo, perdersi nel degrado, come in postmoderne torri di un castello inespugnabile? Quale drago feroce li chiude dentro o tiene fuori gli altri? E noi, siamo immuni a questo fascino? perché poi, in fondo è stato così facile cedere alla nostra libertà e alle nostre vite, e chiuderci nelle nostre tane?

Un messaggio ci arriva da uno di questi rifugi, una voce:

Il mio cielo è in una stanza, tu mi racconti, mi racconti un racconto, che è caduto in un aldilà delle mura della mia stanza. Sono qui dal tempo del piacere senza fine, passando da video, in video. Il mio aldilà si trova in un tempo impreciso e in un luogo molto sicuro, una stanza.

In una stanza sa stare anche tutto il cielo, nella stanza si vive al di là di ogni relazione, al di là dell’odore dell’altro che puzza, al di là dell’altro che occupa lo spazio, immaginando l’altro che potrebbe offrirti una carezza e domani negarla.

Del domani non c’è certezza, non si sa, quindi perché attendere una carezza quando la posso immaginare, la posso addirittura allucinare?

Se la pelle del mio viso è una buona maschera per uno, non ci sarà necessità di te Altro, che potresti tra un istante non esserci più.

Io voto per tutti e per me stesso, non c’è mai conflitto nella mia stanza, Onu dei miei pensieri, che di ogni distinta nazione fa assemblea che deve votare all’unanimità, portando tutte le distinzioni a uno/1, cioè una perfetta totalità, senza incrinature.

La mia assemblea è tra un letto e un monitor, tra una cuffia e un film residente in un server in Alaska.

Sono uscito dalla parzialità di essere chiamato per decidere chi amare. Indosso un’unica maschera, quella che mi hanno assegnato senza che mi dicessero cosa farci. La porto da tempo ma non è mai stata mia, non sono riuscito a modellarla abbastanza affinché potessi riconoscere in lei anche una minima parte della mia manifattura.

Le mie mani non riescono a staccare la maschera dalla mia pelle.  Così prendo a prestito quelle maschere liquide che passano tra un sequel e l’altro di una serie infinita di ripetizioni.

Ma quelle maschere, bidimensionali non mi tolgono il senso di pienezza, di noia che avvolge tutto il cielo dentro la mia stanza.

Quotidianamente l’Onu mi invia i pacchi per rifugiati, piovono dal cielo senza che io li richieda, ci pensa l’Altro a soddisfare le mie richieste, non lo chiamo e non mi interroga, non richiedo e lui non chiede in cambio nulla.

L’uno è l’Onu, traslitterazione senza mancanza, e per entrambi sono solo una maschera lascito dell’altro di cui prendersi cura per dare un compito all’istituzione celeste.

Com’è avvincente l’irradiamento di quei di quei raggi bluastri che sanno di sottrazione del femminile, ottenuto per raffreddamenti dai toni caldi. Sono i colori che dominano nel mio cielo, colore che viene dal freddo, colore che io tengo per sottrazione dal femminicidio, dall’autismo. La mia lunghezza d’onda visibile è il colore del cielo, quello che naturalmente posso scorgere dalla mia finestra in led. Il colore blu lo ottengo miscelando e sottraendo il ciano e il magenta[4].

La maschera sotto le radiazioni s’irrigidisce e si trasforma, senza che io possa fare nulla perché non avvenga, in maschera mortuaria dell’eroe che giace tra il pianto dei suoi eredi che hanno chiuso il feretro.

Le radiazioni bluastre tingono il ricordo di freddo mentre intorno al feretro scorrono simboli dell’infanzia, dove il piombo fuso si fa soldatino in guerra, anzi impegnato nella guerriglia, con strane regole d’ingaggio che lo vuole eroe isolato tra isolati sempre sull’attenti.

A pensarci bene dentro il blu di una fiamma ritroverei il massimo di calore ma non posso accedere che a sorgenti fredde di luce.

C’era la mia vita una volta e in quel c’era io ci sono rimasto, immobile, immobilizzato in un arco di tempo che non scocca mai la sua freccia, un arco che non sa di nascita ma solo di continuità eterna, come quella filastrocca in cui “c’era una volta un re, che chiedeva alla sua schiava, raccontami una storia” senza che la storia non vada mai oltre la schiava che racconta di un re, che chiede alla sua schiava di raccontargli una storia.

Hansel, Gretel, il soldatino di piombo, stanno lì pronti a ripetere che la loro storia, dentro la caverna platonica, dentro l’utero materno, dentro e non fuori, si svolga in un video, di cui è stato perso la funzione stop e si riavvolge per riprendere instancabile.

C’erano una volta delle statue di cera fuse nel fuoco che raffreddate, hanno perso l’unità della materia e restano immobili nel museo in attesa di un visitatore, raro al tempo del covid.
C’era una volta uno zoppo soldatino di stagno, zoppo come Andersen, che per ritrovare la sua amata deve fondersi con lei nel fuoco magico donatogli da una fata, altrimenti sarebbe stato per sempre l’uno separato dall’altro.
La fata, forse la terapeuta, forse la terapia, li salva dall’invidia del diavolo giocattolo riunendoli in un’unica fusione amorosa che di loro lascia solo un piccolo emblema, una favola che va raccontata, in cui l’uno non è separato dall’altro.

A cercare l’invidioso diavolo della favola sul web, bisogna stare particolarmente attenti forse per un certo timore. Per fortuna il gioco infantile non teme il diavolo e c’è sempre un deus ex machina nella tragedia.

L’epilogo di Andersen è che ad amare il rischio è proprio quello di essere soldatini in guerra contro lo sguardo del video, video che entra nella stanza, video che fa luce nella caverna calda e accogliente della madre lingua, cavea in cui risuonano echi indistinti, da ripetere al di là del tempo, per non esser più parlati dal taglio paterno. Sempre Anderson ci avvisa che per amare è necessario stare attenti.

Adesso vi racconto un racconto accaduto al di là del tempo, in un video in cui c’era una storia sola, in cui una madre parla alla sua bambina, che sa di esser da lei parlata ma che non può tagliare la narrazione in alcun modo. Al soldatino di piombo è stata tagliata una gamba. Il racconto sa di ossa, ossa dure da separare. E così riprendiamo il 11 dicembre 2020.

Per iscriversi chiamare il 067020310 e lasciare un messaggio in segreteria con i propri dati o inviare mail a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com.

[1] Il testo è la rielaborazione dell’incontro di Polivisione del 20/10/2020 organizzato in collaborazione con la SIPsA.

[2] Membro didatta della SIPsA, fondatore dello studio Nuovi Percorsi di Roma, nibasile@libero.it

[3] Membro titolare della SIPsA, facente parte dell’equipe dello studio Nuovi Percorsi di Roma, g.preziosi79@gmail.com.

[4]Nella codifica CMYK (ciano-magenta-giallo-nero), che si basa sulla miscelazione dei colori sottrattiva, il colore blu è rappresentato come il colore ottenuto dall’addizione del ciano e del magenta, ovvero dalla quadrupla (100; 100; 0; 0), dove le componenti del ciano e del magenta presentano il valore massimo (100) mentre i componenti del giallo e del nero presentano valori nulli (0). https://it.wikipedia.org/wiki/Blu

 

Appunti per l’incontro di polivisione del 7 luglio 2017

Ora questo bravo bambino aveva l’abitudine — che talvolta disturbava le persone che lo circondavano di scaraventare lontano da sé in un angolo della stanza, sotto un letto o altrove, tutti i piccoli oggetti di cui riusciva a impadronirsi, tal ché cercare i suoi giocattoli e raccoglierli era talvolta un’impresa tutt’altro che facile. Nel fare questo emetteva un “o-o-o” forte e prolungato, accompagnato da un’espressione di interesse e soddisfazione; secondo il giudizio della madre, con il quale concordo, questo suono non era un’interiezione, ma significava “fort” [“via”]. Finalmente mi accorsi che questo era un giuoco, e che il bambino usava tutti i suoi giocattoli solo per giocare a “gettarli via”. (1)

Il testo di Sigmund Freud è stato presente durante tutta la sessione di lavoro del 23 maggio 2017 che segue quella già commentata del 28 aprile 2017 (2) . L’incontro di aprile si era svolto utilizzando le conoscenze e i modelli interpretativi della neuropsichiatria infantile, in un setting seminariale, centrato sulla fondazione di un gruppo di bambini e bambine con diagnosi di autismo ad alto funzionamento. (3).
Durante quel incontro era emersa la necessità di presentificare il gioco dei bambini affinché gli adulti ne sentissero gli aspetti creativi e quelli involutivi acora nascosti sotto il potere della rimozione.
Era apparso anche evidente che da quel gioco gli adulti sono esclusi per necessità, come nonno Freud che si fa osservatore partecipante ma astinente al “gioco” del nipote. Con la scrittura e la teorizzazione Freud si appropria del “gioco” osservato e lo trasforma nella psicoanalisi, indirizzando così il desiderio infantile di ricongiungimento con il corpo materno verso un orizzonte creativo.
Gli educatori, gli psicoterapeuti, gli educatori, i neuropsichiatri, i terapisti della neuro e psicomotricità, le insegnanti che il 23 maggio 2017 si sono incontrati nello studio Nuovi Percorsi di via Borelli 5 a Roma, sapevano che avrebbero ripercorso un tratto di strada che ciascuno aveva già percorso, sia nell’esperienza della sessione precedente, sia attraverso la propria e originale esperienza di separazione dal corpo materno, di cui ciascuno è originale testimone. Al fine di offrire opportunità espressive alla ricchezza simbolica che il lavoro in setting seminariale aveva suscitato, abbiamo ritenuto necessario quindi riunirci in un piccolo gruppo, secondo le regole del dispositivo dello psicodramma analitico, disposti a mettere in gioco la clinica del desiderio.
Mentre la dott.ssa Martina Balbo, psicoterapeuta, narrava alcune scene del gruppo di bambini e bambine che condivide con le professioniste del centro, scene che in parte avevamo già ascoltato, le parole assumevano altri colori, anzi hanno preso la dimensione della luce e del buio, antitesi che permettono la vita. Il silenzio fa da contenitore alla narrazione di Martina che si riempie di buio e della luce che lo interrompe, come di un buio che combatte la distinzione portata dalla luce stessa.
La fusione e la differenziazione è garantita da due logoterapiste, garanti della relazione di cura che, secondo il racconto di Martina, non sono sufficienti. Così proprio in lei, attraverso la sua presenza astinente, si palesa il terzo garante dell’alternanza del buio con la luce. 
Martina si rappresenta, e viene anche rappresentata, nel gioco psicodrammatico, come garante che il gioco fusionale, di incontro e scontro di corpi nel buio, abbia un limite.
Il limite permette l’andata e il ritorno, dalla non vita alla vita del gruppo di adulti e bambini e bambine. Nel gioco garantito dall’animatore del gruppo di psicodramma si sperimenta l’assenza del taglio, della vista, quando il buio rende l’uno e l’altro non distinguibili, come la frustrazione della luce che fende il buio, rendendo l’altro irraggiungibile in quanto distinto.
Il meccanismo teatrale è semplice: si accendono e spengono le luci della stanza e ci si protegge per il viaggio con un telo, sotto il quale l’altro non è più separato, in quanto il telo placenta riporta nell’unione con il materno. Nella rappresentazione degli adulti gli oggetti erano simbolici. Read more

Appunti per l’incontro di polivisione del 23 maggio 2017 alle ore 19,00

Inizio dalle righe che Giuseppe Preziosi ha letto al termine del suo lavoro di osservazione per raccontare l’incontro di polivisione del 28 aprile 2017 che sa di favola ma non lo è.

La zanzara che viene dalla periferia, inquieta cerca una strada alla conoscenza del contatto ma uno straniero, non sapendo come dirlo, per attirare la sua attenzione spacca il ponte. ” Non mi è mai capitato!” dice Fra e saluta disinibito “Devi essere gentile” aggiunge. Il gigante, che non manca mai, resta fermo per non far male a nessuno, giusto uno ” scusa”. ” Dite sempre le stesse cose” urla il drago, tentando di uscire dall’istantanea e provare a prender voce attraverso la drammatizzazione.

Un gruppo di adulti decide un giorno che se è in grado di costruire delle relazioni sociali indirizzate alla crescita di ogni componente, può ospitare un altro gruppo che conta sugli adulti per crescere con loro. Questo è solo l’incipit di una storia che comincia a essere scritta e di cui siamo lieti di essere anche noi dei testimoni.
Venerdì 28 aprile 2017 il seminario sulla polivisione di casi clinici dell’età evolutiva è stato pienamente chiamato a testimoniare degli avvenimenti di cui sopra.Qualche riga per descrivere, solo provvisoriamente e solo in modo approssimativo, che abbiamo ascoltato una comunicazione, piena di emozione, sulla fondazione di un gruppo di bambini e bambine con diagnosi di autismo ad alto funzionamento. La fondazione la si deve a psicologhe, a terapiste della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva (TNPEE), logoterapiste che vedendo esaurirsi le opportunità offerte dalle terapie individuali, ben riuscite, va detto, ideano e realizzano uno spazio sociale e di cura per i loro assistiti. Sappiamo che la tradizione di questa metodica ha un luogo di nascita: Neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli. A questa meravigliosa istituzione si deve anche lo sforzo di teorizzazione che ad oggi appare ancora incompleto come incompleto è il quadro normativo di riferimento per quanto concerne il rapporto di convenzione pubblico, privato sui costi della terapia riabilitativa in gruppo.

Come si intravvede da queste righe l’impresa è e sarà, nel futuro prossimo, gigantesca.
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Appunti per l’incontro di supervisione del 17 febbraio 2017

E’ supposto che qualcuno sappia,
in questo caso il soggetto in gruppo,
lo domanda,
a ciascun partecipante all’incontro
che si fa contenitore di bisogni
e non urna e lapide
del sapere ogni volta diverso.

Ci diamo appuntamento
qui a rovistare tra questi bisogni
in modo da trasformarli in domande
che aprano alla dimensione
fluttuante del desiderio
che cerca un contenitore
che permetta agli sguardi
di farsi parola.
La costruzione di uno studio contenitore
di uno sguardo/ supervisione
non senza impicci
non senza fatiche
si fonda sulla giusta altezza
del bambino che ci interroga,
sul tempo fluttuante del gesto,
del sogno condiviso,
osservato da più punti di vista
da chi e con chi
è in quel luogo
per offrire relazione e cura
alla domanda.

 

Questa pagina esce per rendere pubblico il nostro lavoro mensile di supervisione in gruppo, a chi  si occupa di relazione di cura con i minori, a chi la richiede.
Non scriviamo per gratificare il piacere della pubblicazione, scriviamo affinché chi incontriamo nelle stanze dello studio “Nuovi Percorsi” di via Borelli 5 a Roma, possa offrirci il suo di pensiero, e se non lo ha fatto, possa pensare di farlo.
E’ un semplice augurio affidato alla parola, affinché essa trovi un suo contenitore temporaneo anche su queste pagine, come nel prossimo incontro di venerdì 17 febbraio e in tutti gli incontri, in gruppo e individuali.
                                                                                                    a cura di Nicola Basile e Giuseppe Preziosi
Si ringrazia l’artista Alessandro Broccoletti per la gentile concessione visibile al seguente indirizzo: http://www.iskandart.it/