Categoria: gruppo

Jung e lo Psicodramma junghiano

 

                                                 

Il Centro Didattico della SIPsA Aletheia, nell’ambito del proprio programma di divulgazione della  psicoanalisi e del dispositivo dello psicodramma analitico, in collaborazione con lo studio multidisciplinare Nuovi Percorsi di via Borelli 5, Roma, sabato 15 maggio, alle ore 10,00 su piattaforma Meet, è lieto di invitarvi all’incontro su “Jung e lo Psicodramma junghiano”.

Giacometti scultura

La dott.ssa Alessandra Corridore, Psicoterapeuta, Psicologa Analista con funzione di docenza CIPA, associato SIPsA, Docente di Psicologia Sociale della Famiglia presso l’Università degli Studi dell’Aquila ci introdurrà alla psicologia analitica e allo psicodramma junghiano, teatro d’immagini, “sacro temenos” in cui si intrecciano narrazioni e si attivano processi creativi della psiche individuale e di gruppo.

La discussione sarà coordinata dal dott. Nicola Basile, didatta SIPsA. In base al numero dei partecipanti si potrà avviare una breve sessione di psicodramma analitico.

Si consiglia lettura:

Il seminario terminerà alle 12,30.

Per partecipare richiedere il link, lasciando le proprie generalità e numero telefonico ad uno dei seguenti recapiti:

  •  nuovipercorsiviaborelli5@gmail.com;
  •  cell. studio Nuovi Percorsi: 3516369902
  •  cell. Nicola Basile: 3296322722
  •  tel. fisso Nuovi Percorsi: 067020310 (risponde segreteria automatica)

Cordiali saluti
dott. Nicola Basile
Responsabile Cd Aletheia SIPsA

Introduzione alla Polivisione del 23 aprile 2021 di Nicola Basile

Mi sono chiesto come mai emergano testi di fiabe sia durante il nostro incontrarci sul desiderio della cura, sia nelle rielaborazioni che Giuseppe e il sottoscritto stanno redigendo di volta in volta.
Insieme a ciò mi sono anche domandato quali siano gli elementi di metodo che vanno prendendo corpo tra un incontro e l’altro.

Punto primo.
Mentre andavo raccogliendo idee, rimaste allo stato latente, la memoria ha voluto che riprendessi in mano un vecchio libro, mai letto abbastanza, “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim.
Non ero affatto sicuro di cosa urgesse tra quelle pagine, la lettura e studio risaliva almeno a vent’anni fa.

Tra le pagine trovo mie sottolineature e così leggo quel che io stesso lasciavo in memoria all’altro, affinché il primo lo potesse dimenticare:
“Se speriamo di vivere non semplicemente di momento in momento ma realmente coscienti della nostra esistenza, la necessità più forte e impresa più difficile per noi consistono nel trovare un significato allora nostra vita punto e risaputo come molti abbiano perso la volontà di vivere virgola e abbiano smesso di provarci, presso significato e sfuggito loro. La comprensione del significato della propria vita non viene improvvisamente acquisita a una particolare età , neppure quando la persona raggiunto la maturità cronologica. Al contrario virgola e l’acquisizione di una sicura comprensione di quello che può o dovrebbe essere il significato della propria vita a costituire il raggiungimento della maturità psicologica. E questo conseguimento è il risultato di un lungo processo di sviluppo: ad ogni età noi cerchiamo virgola e dobbiamo essere in grado di trovare una pur modica quantità di significato conforme al modo in cui le nostre menti e il nostro intelletto si sono già sviluppati.”[1]

L’uomo che ha sviluppato una psicoanalisi infantile originale, l’uomo che se ne va perché i fantasmi del passato non gli permettevano di continuare a vivere, è nelle sue righe colui che mi sembra sintetizzare un tratto del percorso che di mese in mese ci accingiamo a percorrere. Attraverso la domanda di cura dell’infanzia, attraverso la narrazione di archetipi poggiati nelle profondità dell’immaginario delle generazioni, cerchiamo di dare voce al sintomo che si nasconde dietro il disagio, in primis il nostro naturalmente. Se siamo qui è perché non si è disponibili a rinchiudere l’incontro con l’infanzia, l’adolescenza, la maturità e sempre più spesso l’età che conclude la vita, al solo attimo della seduta. Quel momento se ben strutturato, si popola di una moltitudine di voci, di segni, appena percepibili. Sarà per questo motivo che da qualche mese circolano narrazione di fiabe popolari che divertendo, alludono ad altro.

“Certo a livello manifesto le fiabe hanno poco da insegnare circa le specifiche condizioni della vita nella moderna società di massa; queste storie furono create molto tempo prima del suo avvento. Ma esse possono essere più istruttive e rivelatrici circa i problemi interiori degli esseri umani e le giuste soluzioni alle loro difficoltà in qualsiasi società, di qualsiasi altro tipo di storia alla portata della comprensione del bambino. Dato che il bambino nel momento della sua vita esposto alla società in cui vive, imparerà senza dubbio a destreggiarsi con le condizioni che le sono proprie, posto che le sue risorse interiori glielo permettano.” [2]

Punto secondo.

Quali siano oggi le condizioni che ci permettono di vivere e come possiamo identificare le strutture emotive e cognitive che possano configurare un domani, se prima era incerto, con la pandemia è impresa titanica.

Per questo ricorriamo al medioevo della nostra civiltà, periodo della vita interiore delle generazioni occidentali, dentro il quale affonda le sue radici l’immaginario dei nostri sogni. Le fiabe non insegnano il come ridare voce al mutismo selettivo, le fiabe non affrontano il nodo della perdita di desiderio di vita che la psicosi depressiva induce in giovani fino a portarli a forme suicidarie, la fiaba non restituisce l’appetito nei corpi emaciati degli anoressici come delle anoressiche, ma la fiaba parla a noi affinché non ci perdiamo al primo tramonto nel bosco.

È evidente a tutti noi come le scelte che andiamo facendo nella lotta quotidiana all’invisibile, ci abbia condotto a cercare nell’immagine del soldato il miglior antidoto possibile alla paura. Gilbert Durand ci direbbe che nel momento in cui l’invisibile ci assedia, il nostro immaginario trova il rimedio nella spada che tagliando l’oscurità, fa luce. Né più né meno ciò che professavano le pubblicità dei detersivi pieni di fosfati degli anni 60 in cui il pulito arrivava attraverso lampi di luce, né più né meno nella ricerca dell’illuminismo di poter raccogliere tutta la cognizione umana in un vocabolario enciclopedico che permettesse all’uomo di trovare le parole quando esse cadevano nell’oscurità.
Tutto ciò è evidente nella storia, ma non è mai la storia a renderci coscienti di ciò che accade, in quanto abbiamo necessità di poter credere e la credenza si poggia sulla rimozione nell’inconscio.

“Nel bambino o nell’adulto, l’inconscio è un potente fattore determinante di comportamento. Quando l’inconscio viene represso e al suo contenuto viene negato l’accesso alla coscienza, alla fine la mente conscia della persona viene in parte sopraffatta da derivati di questi elementi inconsci, oppure costretta a mantenere su di essi un controllo così rigido e coattivo che la sua personalità può risultarne gravemente paralizzata. “[3]

Un giovane uomo, alle prese con un groviglio di cambiamenti, cercava di convincermi che il lavoro che stavamo svolgendo assieme gli avrebbe offerto una corazza di coraggio. Gli ho fatto notare che se lui fosse entrato con una corazza io mi sarei spaventato perché avrei pensato che ci fosse un pericolo da cui si difendeva e da cui mi sarei dovuto difendere anche io.

Si è convinto che non gli serve una corazza ma solo del coraggio.

Punto terzo.

Freud inizia studiando le isterie in quanto esse favorivano la possibilità di dare voce a un femminile che coraggiosamente paralizzava il suo corpo per renderlo solo immaginario e toglierlo così dal godimento della società e immolarlo a un Altro, la cui legge si poteva decriptare attraverso la drammatizzazione della seduta. Non sono il primo e non sarò l’ultimo a riconoscere nella stanza di Freud la costruzione di una messa in scena dell’osceno attraverso il sogno. E nel sogno Emma come Dora può affidare a un altro il lato oscuro della propria sessualità.

Anche noi siamo scriviamo scene, con chi accede alle nostre stanze, scene che permettano la rappresentazione dell’osceno o meglio di ciò che è ob-sceno, come afferma Duez, cioè fuori dalla scena. E torniamo all’invisibile.

“La cultura dominante preferisce fingere, soprattutto quando si tratta di bambini, che il lato oscuro dell’uomo non esista, e professa di credere in un’ottimistica filosofia del miglioramento. La stessa psicanalisi è vista come un sistema per rendere facile la vita: ma non era questo l’intendimento del suo fondatore. La psicanalisi fu creata per consentire all’uomo di accettare la natura problematica della vita senza esserne sconfitti o cercare di evadere dalla realtà. Freud prescrive che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l’uomo può riuscire a trovare un significato la sua esistenza.”

Punto quarto.

Quando la rappresentazione è definitivamente fissata alla pulsione, il meccanismo della rimozione nasconde entrambe al soggetto. “Se la pulsione non fosse ancorata a una rappresentazione o non si manifestasse sotto forma di uno stato affettivo, non potremmo sapere nulla di essa” cito testualmente da Freud.

Sappiamo che la rimozione trasforma la meta della pulsione in sintomo e i sintomi divengono facilmente stili di vita, divise di eserciti inesistenti ma uniti sotto la stessa bandiera, come il trovarsi giovanissimi uniti in bande senza un motivo che possa essere parlato.

Quando proponiamo la ripresentazione del sogno nel gruppo di psicodramma, ritengo sia temporaneamente permesso uno slegamento tra pulsione e meta della pulsione stessa, attraverso il lavoro del transfert. Tale movimento, il cui costo è da manovra economica di stato,  fa apparire vuota la cornice dell’emblema per cui il soggetto si è fin lì battuto, da cui è stato battuto ma per cui continua a battersi, sia nel disagio sociale come nei sintomi psichiatrici.

Uso il termine ripresentazione perché il sogno si è presentato solo una volta in forma originale e nel gruppo di psicodramma assistiamo a una messa in scena del racconto del sogno la cui domanda nascosta, la direzione della pulsione o desiderio, spesso è visibile in un primo tempo soltanto ai partecipanti al gruppo e poi al soggetto narrante, prova dell’opera della rimozione.

Dice Lacan nel seminario XI “Ciò che si guarda è ciò che non può vedersi”

Lottare per la propria insegna porta il combattente a non poter vedere ciò per cui lotta con il ripetersi di continue ferite che il combattente si infligge per dare senso alla sua sconfitta. Sto pensando alle vere e proprie torture che gli adolescenti possono infliggersi con caparbietà e vero godimento perverso per un lungo tempo fin quando, il dispositivo analitico, individuale e in gruppo di psicodramma analitico, svuota di significato l’emblema. Quando il dispositivo psicoanalitico rende finalmente osservabile il campo di battaglia, perché lo sguardo non è attratto da quell’unica visione ma è distratto dal transfert con l’analista, è allora che il soggetto può pensare di non dover dedicare tutta la sua anima e il corpo alla divisa, alla bandiera nella quale si riconosceva senza saperlo. In quel momento timidamente volge lo sguardo all’altro. È in quel istante che il vessillo del proprio sintomo si mostra bucato, permettendo al bambino come all’adulto di riconoscersi mancante. E se non sono completo, avrò necessità di accedere ai nomi, ai simboli, alla poesia, al disegno, alla letteratura, all’arte, a passeggiare per sentieri di montagna per trovare nomi per fare di un buco un’asola, un ricamo, una tovaglia a tombolo.

Sono arrivato al punto quinto: riconoscere il desiderio.

Sulla rivista Funzione Gamma, Duez scrive:

“Io riporto ogni partecipante alla propria specificità come potenziale destinatario di questo transfert. Conseguentemente, ciascuno può dare la propria interpretazione di ciò che sta accadendo. Il soggetto narcisistico non solo perde il suo specifico posto ma può sentire e sopportare il diverso legame psichico con ciascuno.” Da una parte questo tipo di transfert attualizza i legami sociali psichici primari, consentendo a queste personalità di esperire l’appoggio con gli altri e sugli altri.”[4]

Chi cercava la propria identità nella ripetizione di un’analisi del sangue nel gruppo ha cominciato a riconoscere il proprio nome come degno di essere chiamato. Chi sta cercando solo sul monitor di un cellulare o sulle pagine di un libro la propria identità, nel gruppo credo possa trovare una via di uscita dell’incubo della anomia.

Per tornare e concludere sulle fiabe, suppongo che davanti all’ignoto stiamo ricorrendo allo strumento di interpretazione dell’inconscio più antico creato dall’uomo, dopo i miti.
Le fiabe ci inducono a prendere il posto dell’eroe come del derelitto, siamo bestie come damigelle, ci aggiriamo per castelli come orridi boschi, in pratica ci possiamo permettere di essere. Come nel transfert tra fratelli e sorelli di un incontro al mese, in cui l’altro non è lì a stabilire cosa abbiamo fatto o avremmo potuto fare, ma sta a indicare a come non riempiere di buon senso la mancanza.

E sono certo di non essere arrivato a una conclusione.

 

[1] B. Bettelheim – Il mondo incantato – Feltrinelli

[2] Idem p. 11

[3] Idem p. 13

[4]             da Funzione Gamma n. 13 B. Duez:

– “Molto spesso io chiedo ai pazienti o partecipanti quale parte di quello che è immaginato, messo in scena o discusso considerano come appartenente a loro stessi. Richiamandomi ai giudizi assegnati, io riporto ogni partecipante alla propria specificità come potenziale destinatario di questo transfert. Conseguentemente, ciascuno può dare la propria interpretazione di ciò che sta accadendo. Il soggetto narcisistico non solo perde il suo specifico posto ma può sentire e sopportare il diverso legame psichico con ciascuno

Da una parte questo tipo di transfert attualizza il legame sociali psichici primari, consentendo a queste personalità di esperire l’appoggio con gli altri e sugli altri. “ p. 11

– Il transfert topico è diretto verso il gruppo interno proprio dello psicoanalista, in quanto parte integrante della scena interna del paziente. È per questa ragione che lo psicoanalista per la maggior parte del tempo non è consapevole di questa meta e viene psichicamente sovrastato dal carico pulsionale. Questo carico è sostenibile esclusivamente se lo psicoanalista può diffrangerlo tra i suoi diversi gruppi interni finché la scena di sfondo, attiva attraverso il transfert topico, diventa sufficientemente sgombra, diffratta, sedimentata e collegata con l’apparato psichico dello psicoanalista. p. 13

– L’oscenalità è una configurazione psichica che deriva dalla prima invariabilità di fronte alla quale si trova il soggetto: io mi riferisco all’invariabilità di ciò che circonda lo psichico collettivo.

– tracce mnestiche dell’iniziale legame psichico di costanza somatica: l’oggettualità (il sistema delle relazioni oggettuali) è la configurazione psichica che risulta dall’altra prima invariabilità: mi riferisco al bisogno della presenza di qualcuno che si prenda sufficientemente cura di noi, per sopravvivere fisicamente e psichicamente e per crescere.

Collegando configurazioni, lo psicodramma rende possibile evidenziare le differenti tendenze esistenti tra queste configurazioni primarie. p. 14

C'est Polyvision! vu par Abel Gance

Polivisione 11 dicembre 2020

Una voce dalla caverna. Riflessioni per l’incontro di Polivisione del 11 dicembre 2020[1].

di Nicola Basile[2] e Giuseppe Preziosi[3]

 Nel pieno della seconda ondata, in un tempo in cui la luce di uscita dal tunnel sembra un timido luccicare in lontananza il gruppo recupera un immaginario da fiaba, di quelle favole classiche che fanno veramente paura, che non hanno le forme solo di principesse ed eroine ma di orchi, inciampi, divoramenti, cuori gelidi, abbandoni. L’immagine inaugurale della nostra riflessione forse può essere quella descritta da Silvia nel suo caso, di un bimbo gettato nel gruppo, senza nessuna mediazione, nessun accompagnamento, come un Pollicino, un Hansel senza Gretel, una Gerda senza Kay, un soldatino di stagno spinto in mare.
Il gruppo si affida alle favole, miti primordiali. Racconti che non eludono la questione della morte, dell’aggressività, della vendetta. A differenza dei videogiochi moderni per esempio, che mi sembra abbiano un diverso tipo di narrazione, che ha a che fare con l’obiettivo, il nemico, il successo e non si muore mai in fondo, si ricomincia sempre finché l’ostacolo non è superato, un diverso tipo di voce accompagna questa narrazione.

La seduta recupera un’altra voce, la possibilità di farne tana, caverna, nascondiglio, contenimento. È “appellarsi” forse a quella parte di corpo più intima che però più si avvicina ad una perdita: la voce sempre perduta appena si manifesta, elemento di alterità ma anche elemento unico, soggettivo, irripetibile. La voce scava una cavità, definisce un luogo, quando siamo all’interno della caverna originaria una voce ci avverte di altro che accade al di fuori, una voce che forse può iniziare a raccontarci come è la vita al di là della caverna. In questo passaggio al digitale, ridotti ad immagini, forse abbiamo più fiducia nelle voci, forse già abituati al telefono da decenni. Attraverso microfoni, cuffie, distorsioni, storture forse crediamo di recuperare qualcosa di autentico, e arcaico, del nostro rapporto con l’Altro nella voce.

Abbiamo interrogativi faticosi: perché, ad esempio, tanti giovani ragazze e ragazzi, detti hijkkimori, decidono di segregarsi nelle loro stanze e abbandonarsi all’incuria del corpo, perdersi nel degrado, come in postmoderne torri di un castello inespugnabile? Quale drago feroce li chiude dentro o tiene fuori gli altri? E noi, siamo immuni a questo fascino? perché poi, in fondo è stato così facile cedere alla nostra libertà e alle nostre vite, e chiuderci nelle nostre tane?

Un messaggio ci arriva da uno di questi rifugi, una voce:

Il mio cielo è in una stanza, tu mi racconti, mi racconti un racconto, che è caduto in un aldilà delle mura della mia stanza. Sono qui dal tempo del piacere senza fine, passando da video, in video. Il mio aldilà si trova in un tempo impreciso e in un luogo molto sicuro, una stanza.

In una stanza sa stare anche tutto il cielo, nella stanza si vive al di là di ogni relazione, al di là dell’odore dell’altro che puzza, al di là dell’altro che occupa lo spazio, immaginando l’altro che potrebbe offrirti una carezza e domani negarla.

Del domani non c’è certezza, non si sa, quindi perché attendere una carezza quando la posso immaginare, la posso addirittura allucinare?

Se la pelle del mio viso è una buona maschera per uno, non ci sarà necessità di te Altro, che potresti tra un istante non esserci più.

Io voto per tutti e per me stesso, non c’è mai conflitto nella mia stanza, Onu dei miei pensieri, che di ogni distinta nazione fa assemblea che deve votare all’unanimità, portando tutte le distinzioni a uno/1, cioè una perfetta totalità, senza incrinature.

La mia assemblea è tra un letto e un monitor, tra una cuffia e un film residente in un server in Alaska.

Sono uscito dalla parzialità di essere chiamato per decidere chi amare. Indosso un’unica maschera, quella che mi hanno assegnato senza che mi dicessero cosa farci. La porto da tempo ma non è mai stata mia, non sono riuscito a modellarla abbastanza affinché potessi riconoscere in lei anche una minima parte della mia manifattura.

Le mie mani non riescono a staccare la maschera dalla mia pelle.  Così prendo a prestito quelle maschere liquide che passano tra un sequel e l’altro di una serie infinita di ripetizioni.

Ma quelle maschere, bidimensionali non mi tolgono il senso di pienezza, di noia che avvolge tutto il cielo dentro la mia stanza.

Quotidianamente l’Onu mi invia i pacchi per rifugiati, piovono dal cielo senza che io li richieda, ci pensa l’Altro a soddisfare le mie richieste, non lo chiamo e non mi interroga, non richiedo e lui non chiede in cambio nulla.

L’uno è l’Onu, traslitterazione senza mancanza, e per entrambi sono solo una maschera lascito dell’altro di cui prendersi cura per dare un compito all’istituzione celeste.

Com’è avvincente l’irradiamento di quei di quei raggi bluastri che sanno di sottrazione del femminile, ottenuto per raffreddamenti dai toni caldi. Sono i colori che dominano nel mio cielo, colore che viene dal freddo, colore che io tengo per sottrazione dal femminicidio, dall’autismo. La mia lunghezza d’onda visibile è il colore del cielo, quello che naturalmente posso scorgere dalla mia finestra in led. Il colore blu lo ottengo miscelando e sottraendo il ciano e il magenta[4].

La maschera sotto le radiazioni s’irrigidisce e si trasforma, senza che io possa fare nulla perché non avvenga, in maschera mortuaria dell’eroe che giace tra il pianto dei suoi eredi che hanno chiuso il feretro.

Le radiazioni bluastre tingono il ricordo di freddo mentre intorno al feretro scorrono simboli dell’infanzia, dove il piombo fuso si fa soldatino in guerra, anzi impegnato nella guerriglia, con strane regole d’ingaggio che lo vuole eroe isolato tra isolati sempre sull’attenti.

A pensarci bene dentro il blu di una fiamma ritroverei il massimo di calore ma non posso accedere che a sorgenti fredde di luce.

C’era la mia vita una volta e in quel c’era io ci sono rimasto, immobile, immobilizzato in un arco di tempo che non scocca mai la sua freccia, un arco che non sa di nascita ma solo di continuità eterna, come quella filastrocca in cui “c’era una volta un re, che chiedeva alla sua schiava, raccontami una storia” senza che la storia non vada mai oltre la schiava che racconta di un re, che chiede alla sua schiava di raccontargli una storia.

Hansel, Gretel, il soldatino di piombo, stanno lì pronti a ripetere che la loro storia, dentro la caverna platonica, dentro l’utero materno, dentro e non fuori, si svolga in un video, di cui è stato perso la funzione stop e si riavvolge per riprendere instancabile.

C’erano una volta delle statue di cera fuse nel fuoco che raffreddate, hanno perso l’unità della materia e restano immobili nel museo in attesa di un visitatore, raro al tempo del covid.
C’era una volta uno zoppo soldatino di stagno, zoppo come Andersen, che per ritrovare la sua amata deve fondersi con lei nel fuoco magico donatogli da una fata, altrimenti sarebbe stato per sempre l’uno separato dall’altro.
La fata, forse la terapeuta, forse la terapia, li salva dall’invidia del diavolo giocattolo riunendoli in un’unica fusione amorosa che di loro lascia solo un piccolo emblema, una favola che va raccontata, in cui l’uno non è separato dall’altro.

A cercare l’invidioso diavolo della favola sul web, bisogna stare particolarmente attenti forse per un certo timore. Per fortuna il gioco infantile non teme il diavolo e c’è sempre un deus ex machina nella tragedia.

L’epilogo di Andersen è che ad amare il rischio è proprio quello di essere soldatini in guerra contro lo sguardo del video, video che entra nella stanza, video che fa luce nella caverna calda e accogliente della madre lingua, cavea in cui risuonano echi indistinti, da ripetere al di là del tempo, per non esser più parlati dal taglio paterno. Sempre Anderson ci avvisa che per amare è necessario stare attenti.

Adesso vi racconto un racconto accaduto al di là del tempo, in un video in cui c’era una storia sola, in cui una madre parla alla sua bambina, che sa di esser da lei parlata ma che non può tagliare la narrazione in alcun modo. Al soldatino di piombo è stata tagliata una gamba. Il racconto sa di ossa, ossa dure da separare. E così riprendiamo il 11 dicembre 2020.

Per iscriversi chiamare il 067020310 e lasciare un messaggio in segreteria con i propri dati o inviare mail a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com.

[1] Il testo è la rielaborazione dell’incontro di Polivisione del 20/10/2020 organizzato in collaborazione con la SIPsA.

[2] Membro didatta della SIPsA, fondatore dello studio Nuovi Percorsi di Roma, nibasile@libero.it

[3] Membro titolare della SIPsA, facente parte dell’equipe dello studio Nuovi Percorsi di Roma, g.preziosi79@gmail.com.

[4]Nella codifica CMYK (ciano-magenta-giallo-nero), che si basa sulla miscelazione dei colori sottrattiva, il colore blu è rappresentato come il colore ottenuto dall’addizione del ciano e del magenta, ovvero dalla quadrupla (100; 100; 0; 0), dove le componenti del ciano e del magenta presentano il valore massimo (100) mentre i componenti del giallo e del nero presentano valori nulli (0). https://it.wikipedia.org/wiki/Blu

 

C'est Polyvision! vu par Abel Gance

Polivisione 20 novembre 2020


Incontro di “Polivisione”
con il dispositivo dello Psicodramma Analitico”…
affinché la parola della clinica, dell’incontro,
non resti privata del suo pubblico …
per proseguire nella ricerca di ciò che si nasconde. 
*20 Novembre 2020* h 19:00 – 20,30

Saremo sempre isole,
isolati dentro isole,
necessario isolamento.
Potete girare attorno
alla isola confine
non varcare.
È un confine che confina,
retaggio di quel confino,
marchio di Resistenza.

Questione che va dall’infanzia
alla terza e oltre età.
Pianto, lugere.
Vorresti riunirti a me?

Polivisione aperta a tutti coloro che hanno partecipato all’incontro del 23 ottobre e a un certo numero di invitati da parte dello studio. Il lavoro verterà sullo scandagliare cosa fa emergere in ciascun partecipante, prima di tutto soggetto desiderante in relazione con la società, la rielaborazione del caso clinico a cura delle dott.sse Silvia Brunelli e Silvia Salerno. Condurrà il gruppo prima in setting di discussione del caso e poi in setting di gruppo di psicodramma analitico, il dott. Giuseppe Preziosi.
Osserverà il dott. Nicola Basile.

Le iscrizioni necessarie per ricevere il topic di accesso, si possono fare inviando una mail a:
• nuovipercorsiviaborelli@gmail.com;
• lasciando un messaggio con nome, cognome e numero telefonico alla segreteria dello studio: tel. 067020310.
La partecipazione agli incontri non è gratuita: è richiesto il desiderio di mettersi in gioco e dare il proprio apporto culturale e professionale.

L’illustrazione: “L’isola dei giocattoli” di A. Savinio

C'est Polyvision! vu par Abel Gance

Riprendiamo gli incontri di “Polivisione” 2020 – 2021

Riprendiamo gli incontri di “Polivisione” con il dispositivo dello Psicodramma Analitico”… affinché la parola della clinica, dell’incontro, non resti privata del suo pubblico … per proseguire nella ricerca di ciò che si nasconde. (1)

Premessa

In questi ultimi mesi il nostro desiderio ha investito energie preziose e vitali per contrastare la pulsione di morte manifestatasi in modo esemplare attraverso la pandemia.
Il nostro compito, come quello che con entusiasmo portò alla scoperta della psicoanalisi di gruppo con Wilfred R. Bion (2), o che fece fare passi da giganti a Sandor Ferenczi (3) sulla pulsione di morte, non è quello di sostituire magicamente la psicoanalisi alla ricerca febbrile della medicina, alla corsa degli Stati per trovare leggi economiche che non calpestino la vita e che convivano con la democrazia, ma quello di rimodulare il conflitto che fa negare il limite, la negazione della morte, affinché la vita, la pulsione di vita possa affermare il suo carattere creativo.

Allo scopo di rendere visibile a un pubblico (4) accomunato dal piacere della psicoanalisi il vasto materiale prodotto nelle sessioni di polivisione, durante i mesi di lockdown, il gruppo di lavoro dello Studio Nuovi Percorsi di Roma, con sede in via A. Borelli 5, è all’opera per renderne possibile una lettura web. L’impegno editoriale è stato affidato al dott. Nicola Basile e alla nostra amica dott.ssa Viviana Sebastio (5). I curatori della pubblicazione si sono dati un tempo breve, dicembre 2020. I nostri auguri per il loro impegno.

Riprendiamo a partire da ottobre, il progetto di “Polivisione” della clinica, in stretta collaborazione con La Società Italiana Psicodramma Analitico (6) affinché la clinica sull’infanzia e l’adolescenza, arrechi pensiero alle attività umane che offrono crescita al soggetto uomo in sintonia con l’ambiente.

Calendario dei prossimi incontri in setting a distanza su piattaforma zoom

*23 Ottobre 2020* h 19:00
Polivisione per psicologi, psicoterapeuti, Terapisti della Neuro Psicomotricità dell’Età Evolutiva, logoterapisti, educatori di comunità, docenti.
Presenterà il caso clinico la dott.ssa Silvia Salerno.
Condurrà il gruppo prima in setting di discussione del caso e poi in setting di gruppo di psicodramma analitico, il dott. Nicola Basile. Osserverà il dott. Giuseppe Preziosi.

*20 Novembre 2020* h 19:00
Polivisione aperta a tutti coloro che hanno partecipato all’incontro del 23 ottobre e a un certo numero di invitati da parte dello studio. Il lavoro verterà sullo scandagliare cosa fa emergere in ciascun partecipante, prima di tutto soggetto desiderante in relazione con la società, la rielaborazione del caso clinico a cura delle dott.sse Silvia Brunelli e Silvia Salerno. Condurrà il gruppo prima in setting di discussione del caso e poi in setting di gruppo di psicodramma analitico, il dott. Nicola Basile. Osserverà il dott. Giuseppe Preziosi.

*11 Dicembre 2020* h 19:00
Polivisione per psicologi, psicoterapeuti, TNPEE, logoterapisti, educatori di comunità, docenti e a coloro degli invitati che siano interessati al pensiero psicoanalitico. Il dott. Giuseppe Preziosi e il dott. Nicola Basile presenteranno una rielaborazione clinica dei precedenti incontri, individuando alcuni nodi della teoria psicoanalitica che il lavoro ha fatto emergere. Condurrà il gruppo, prima in setting di discussione del caso e poi in setting di gruppo di psicodramma analitico, la dott.ssa Silvia Brunelli. Osserverà il dott. Nicola Basile.

Le iscrizioni necessarie per ricevere il topic di accesso, si possono fare inviando una mail a:
• nuovipercorsiviaborelli@gmail.com
• lasciando un messaggio con nome, cognome e numero telefonico alla segreteria dello studio: tel. 067020310.
La partecipazione agli incontri non è gratuita: è richiesto il desiderio di mettersi in gioco e dare il proprio apporto culturale e professionale.

Note

[1] Testo elaborato da N. Basile con l’editing di Viviana Sebastio su proposta del gruppo di lavoro sulla Polivisione dello Studio Nuovi Percorsi di via A. Borelli 5, Roma

[2] W. R. Bion – Esperienze nei gruppi – Armando editore

[3] https://www.spiweb.it/spipedia/ferenczi-miskolc-sandor/

[4] S. Gaudé – Sulla rappresentazione. Narrazione e gioco nello Psicodramma – Alpes Italia

[5] https://www.linkedin.com/in/vivianasebastiotraduzioni/

[6] https://sipsapsicodramma.org/

una dipensa in un bicchiere

Polivisione del 16 giugno 2020

"C'è qualcosa di strano nell'aria"

“C’è qualcosa di strano nell’aria. Lontano dal tono festoso che si muove nelle correnti sotterranee (…) Un po’ per via delle mascherine che non ti fanno ben capire chi ti stia salutando, un po’ per il corpo disabituato a salutare e la tua voce disabituata da chiacchiere abbozzate, un po’ per il tempo grigio che nuvoloso si sofferma sul tuo umore.” scrive il poeta Thomas Tsalapatis, tradotto da Viviana Sebastio.

Questa aria è penetrata nella dispensa che oggi si presenta non più come luogo del pieno, del necessario e del di più. La nostra dispensa richiede nuovi pensieri per essere utilizzata, per non disperdere la memoria di come essa ci ha servito in questi mesi.

una dipensa in un bicchiere
"Catalogo degli oggetti introvabili"

Ci incontriamo su piattaforma zoom martedì 16 giugno dalle 20,00 alle 21,30 in setting analitico con lo Psicodramma.

Il lavoro del gruppo verrà introdotto da un testo elaborato dall’equipe dello Studio Nuovi Percorsi.

Il gruppo verrà condotto dal dott. Nicola Basile, membro didatta della S.I.Ps.A. e l’osservazione sarà a cura del dott. Giuseppe Preziosi, membro titolare della S.I.Ps.A.

Per richiedere le credenziali:

Contagio dove si trova per te?

In questi giorni il gruppo di lavoro che fa vivere lo studio Nuovi Percorsi, in collaborazione con la SIPsA, sta preparando un incontro per condividere le domande e il sapere  sul sostantivo “Contagio”.
Si è scelto di non far precedere il sostantivo da alcun articolo per rendere più potente il suo potere evocativo e per poterlo cogliere sul fatto.

Il sostantivo senza articoli fa rotta verso epoche storiche diverse, qui penetra nelle vite degli uomini e donne come una maledizione divina, là si fa religione dell’altro che corrompe la società conosciuta, trova albergo nel capitolo XXXIV di quei Sposi Promessi del Manzoni

“in quanto alla maniera di penetrare in città, Renzo aveva sentito, così all’ingrosso, che c’eran ordini severissimi di non lasciar entrar nessuno, senza bulletta di sanità; ma che in vece ci s’entrava benissimo, chi appena sapesse un po’ aiutarsi e cogliere il momento. Era infatti così; e lasciando anche da parte le cause generali, per cui in que’ tempi ogni ordine era poco eseguito; lasciando da parte le speciali, che rendevano così malagevole la]rigorosa esecuzione di questo; Milano si trovava ormai in tale stato, da non veder cosa giovasse guardarlo, e da cosa; e chiunque ci venisse, poteva parer piuttosto noncurante della propria salute, che pericoloso a quella de’ cittadini; 

Contagio non disdegna la Cina del XXI secolo e le grandi navi da crociera che devono fermarsi e dare ospitalità e segregazione ai loro passeggeri detenuti, come si è trovato a suo agio nel maccartismo alla ricerca dell’intellettuale da bruciare o nelle leggi razziali italiane del 1938, atte a isolare il dilagare del sionismo tra le pure razze italiche.

Tuttavia contagio sa anche di festa, di moti popolari di liberazione, di idee libertarie che non trovano ostacoli per affermarsi, di arte che scrive sui palazzi per diffondere spore di nuovi segni che offrono respiro al sogno.

In estrema sintesi la domanda è quella del titolo di questo breve post: “Contagio dove si trova per te?”

L’incontro si terrà il 21/02/2020 a via A. Borelli, 5 Roma.

Per partecipare inviare un messaggio, whatsapp o sms, al numero 3296322722 o mail a  nuovipercorsiviaborelli@gmail.com o lasciare un messaggio in segreteria con nominativo e numero a cui essere richiamati al 067020310.

Ascoltare il desiderio di cura con lo psicodramma analitico

Ascoltare il desiderio di cura con lo psicodramma analitico

Da ottobre 2014 il C. D. “Campo di ricerca sullo psicodramma analitico di Roma”, ha avviato in collaborazione con lo Studio Nuovi Percorsi di via Borelli 5, un ciclo di incontri di ascolto con lo Psicodramma analitico.

Come lo scorso anno il lavoro di Polivisione proseguirà anche nel 2020 con la gradita collaborazione del C. D. Apeiron. Gli incontri del 2020 saranno dedicati al lavoro di coloro che offrono formazione, diagnosi, terapia e riabilitazione nell’età evolutiva, neuropsicomotricisti e logoterapisti, docenti,  operatori del volontariato che hanno una relazione di cura con il minore richiedente aiuto.

Venerdì 31 gennaio 2020, dalle 19,00 alle 20,30, con i soli professionisti legati alla relazione di cura, interrogheremo  i nodi clinici e soggettivi che legano chi domanda a chi offre.
La discussione verrà animata attraverso il dispositivo dello psicodramma analitico,  dai dottori Nicola Basile; Silvia Brunelli e Giuseppe Preziosi soci S.I.Ps.A.

Riflessioni e proposte per l’incontro di polivisione del 19 gennaio 2018 di Nicola Basile

Il 14 dicembre 2017 abbiamo deciso di approfondire il testo “Monologo per l’altro” per non lasciare in sospeso alcuni nodi clinici e teorici che non avevamo avuto il tempo di far emergere a novembre.

Li riporto in modo sintetico:

  • Chi parla durante le presentazioni cliniche? Il soggetto di cui ascoltiamo la domanda è il minore o chi è chiamato a svolgere un compito terapeutico o riabilitativo o di relazione di cura, quindi l’adulto?
  • C’è uno stretto rapporto tra poesia e matematica. Viene considerato nel trattamento dei disturbi quali la discalculia?
  • Quando ci interessiamo alle sorti del minore non stiamo forse volgendo l’attenzione a una sorta di sociologia del futuro in cui spesso i padri sono evanescenti? E’ necessario trovare un nuovo ancoraggio del lavoro al compito di chi interviene.
  • Nel lavoro di polivisione qual è il confine tra il ruolo del professionista e la sua soggettività? E qual è il limite oltre il quale non si deve andare durante la discussione del caso clinico?
  • Il “taglio” che viene dato dall’animatore al il gioco di ruolo si pone dalla parte della formazione di chi presenta la clinica o è orientato a far emergere la domanda di cura?

Il 19 gennaio 2018 alle ore 18,10 riprendiamo la serie di incontri di polivisione.

  • Note
    La fotografia è tratta da: “Tant que la tête est sur le coup” (1978) Conception, mise en scène et interprétation de Claire HEGGEN et Yves MARC, Théâtre du Mouvement. Festival Mimes et Clowns, 1980. Photographe : Fastome management. Archives TJP, Strasbourg.” e pubblicata su  Pinterest al seguente url: https://it.pinterest.com/pin/608830443348952504/

SUPERVISIONE o POLIVISIONE?

Il lavoro che implica una relazione di cura con i minori, pone, ai professionisti coinvolti, una serie di questioni che portano a riflettere su ipotesi diagnostiche e di intervento. A sostegno della formulazione di un caso c’è la supervisione. Nel dizionario di psicologia di Umberto Galimberti alla voce “supervisione” compare un rimando ad un’ ulteriore voce che è l’analisi didattica, definita come trattamento psicoanalitico a cui si sottopongono coloro che vogliono svolgere la professione di psicoanalista. Dopo un’ esperienza di autoanalisi, Freud formulò la convinzione secondo la quale, siccome non si può praticare l’ attività analitica se non si accede alla conoscenza del proprio inconscio che deve disporsi “come il ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmittente”, è necessario che chi si propone di diventare psicoanalista si sottoponga ad un’ analisi didattica. Secondo il padre della psicoanalisi la funzione dell’ analisi didattica è assolta se porta l’allievo al sicuro convincimento dell’ esistenza dell’ inconscio. Galimberti continua scrivendo che l’analisi didattica viene completata con l’analisi di controllo o SUPERVISIONE dove un’analista in formazione rende conto ad un’ analista più esperto del proprio modo di condurre i trattamenti; il supervisore, può, in tal modo, controllare il lavoro e soprattutto il controtransfert. Questa definizione di supervisione rimanda dunque ad un’idea di controllo che sembra giustificare la prospettiva dall’ alto: super-visione.

Gli incontri che lo studio “Nuovi Percorsi” ha proposto e propone, per una riflessione clinica sui casi dell’ età evolutiva, si articolano su due sessioni di lavoro: nella prima parte viene seguita la metodica neuropsichiatrica; nella seconda, viene interrogato il desiderio di chi ha il compito della cura, con il dispositivo dello psicodramma analitico. In tal modo è possibile fare un’ analisi della domanda di terapia, riformulare ipotesi diagnostiche, ridefinire setting, attraverso accorgimenti di set in corso, o pensando ad interventi di rete in grado di rispondere alla complessità delle domande di presa in carico. Attraverso lo psicodramma analitico è possibile ricercare i processi inconsci che si definiscono nella relazione tra professionista e minore, e, in questo modo, liberare la capacità di risonanza del professionista. Elena Croce (1990) scrive: “Il lavoro di supervisione sembra consistere nell’ analisi o scioglimento di quelle rappresentazioni e affetti reattivi che, come tali, sono suscitati dal paziente, nella vita psichica del terapeuta che lavora in una prospettiva analitica, mettendo momentaneamente in scacco il suo ascolto e la sua capacità di costruzione”, intendendo come tale l’atteggiamento di fondo che rende possibile l’analisi, che permette che la parola del paziente riceva la sua capacità di risonanza in analisi. Il gruppo di psicodramma ha il potere di svelare aspetti emotivi inconsci dei professionisti, che, se visti, rappresentano una chiave per comprendere il sintomo. E’ così possibile cambiare posizione nel gioco e, dunque, passare da un assetto di super-visione ad un altro di poli-visione.

                                                                                                                                                                             Sarah Salvatore