Categoria: polivisione

So-g-getti s-ma-r-riti alla guerra! – 11-06-2022

"Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno, né di notte,
né per mare, né per terra:
per esempio, la guerra.
"
Gianni Rodari

 

 

 

Introduzione al seminario di Polivisione del 11/06/2022
a cura di
Stefania Falavolti, Annalisa Pascucci, Giuseppe Preziosi

Il giorno 11 giugno 2022, dalle h 9,00 alle 13,30, svolgeremo l’incontro on line, su piattaforma "Meet" che porterà alla sospensione estiva del lavoro del seminario di Polivisione con lo Psicodramma Analitico.
Il seminario di Polivisione mensile riprenderà in autunno.

Alla guerra del virus!

Eva Pedroni "Quando i numeri contano"

Ci hanno detto: “Alla guerra del virus”. Spogliati per un po’ di alcune libertà e tratti individuali, armiamoci e partiamo, anzi stiamo fermi, tuttalpiù alla finestra ma meglio allo schermo dove è possibile traslocare tutto del nostro essere. “Alla guerra” ci hanno detto, alla guerra contro il virus, per giorni, mesi, anni. E come analisti abbiamo derogato a tutte le regole di setting che, forse anche pigramente, c’eravamo dati come eredità neanche troppo pensata del padre/maestro. Alla chiamata alle armi abbiamo esitato, noi analisti/psicologi/psicoterapeuti, solo un secondo. Analisti come cittadini, come appartenenti alla polis, abbiamo quindi fatto la nostra parte e ci siamo presi anche i nostri ristori. Già qui qualche cosa della soggettività si è persa, forse.
Ristorare.
È di questo poi che ci siamo occupati nei nostri collegamenti online? Ristorare?

Dagli schermi alla chiamata

Dagli schermi di tutti i dispositivi, perennemente connessi, ci assale quotidianamente la contrapposizione di pretese verità di una moltitudine di improvvisati esperti. In questo caso non funziona il mantra della pandemia.  “Andrà tutto bene … Ne usciremo migliori … Siamo tutti sulla stessa barca …Vinceremo insieme”, inizia invece da subito la riscoperta e riattivazione di vecchi schemi e vecchie divisioni, riscopriamo improvvisamente che il nostro mondo non era in pace ma sempre attraversato da varie forme di guerra e di violenza, che avevamo solo imparato a non vedere o a dimenticare. Sotto la pressione di uno Stato Grande Altro abbiamo fatto il nostro “dovere” ma che fine avrà fatto la parola errante dei nostri pazienti, che possibilità c’è di errare quando non è possibile deviare da una norma se non al costo di mettere in pericolo l’intera società? Che posto c’è per il dissenso? Anzi meglio, quale ascolto è possibile al dissenso in un tempo di chiamata generale alle armi, che da metafora si è trasformata in una realtà di bombardamenti, fucili, eserciti?

 

Per un soggetto del dissenso, errante.

C’è un posto ancora per un soggetto del dissenso, errante ma non per questo smarrito? Così come nell’ultima seduta di polivisione, ci troviamo dinanzi al reale ineluttabile della morte fisica e psichica che ha rallentato anche il tempo della seduta, in una sorta di paralisi legata all’orrore della fascinazione che essa da sempre esercita in ogni essere umano. Il destino crudele ed allo stesso tempo meraviglioso dell’uomo è quello di essere, più o meno precocemente, consapevole della propria e altrui finitudine. Questa inspiegabile ingiustizia di fronte alla bellezza del mondo è ciò che da molti secoli genera le molteplici forme d’arte, musica e poesia, per sublimare l’angoscia e catturare, in una illusione di eternità, frammenti di ciò che si vede e di ciò che si ama.

 

 

Numeri, elementi isolati e numerabili.

Alighiero Boetti - da Uno a dieci, 1980

Di fronte all’ineluttabile scorrere del tempo che corrode imperi e monumenti millenari, di fronte alla natura, che con un suo sussulto può scatenare catastrofi in grado di cancellare milioni di vite ed estinguere intere specie, qualche piccolo uomo si ribella con rabbia e fa dilagare la sua furia distruttrice in una nuova assurda guerra, sostenendo di farlo “per liberare” una parte di un popolo amico. Contemporaneamente precipitiamo in uno stato non di soggetti ma di numeri, elementi isolati e numerabili, che costruiscono una massa e una moltitudine, eserciti contrapposti.

Alla guerra! Alla guerra!

Massacro in Corea 1951 Pablo Picasso
Pablo Picasso Massacro in Corea 1951


Quale “clinica” è possibile per un mondo concentrato sul godimento e l’eccitazione, disinteressato a qualsiasi forma di perdita di piacere? Che posto ha il gioco psicodrammatico che dovrebbe ricavare un guadagno di piacere sotto forma del lavoro e non dell’eccitazione, dove anche la guerra sembra un gioco tecnologico da adulti in cui basta premere un pulsante e si ottiene un godimento immediato a prescindere dall’impegno del “giocatore”.

 

Dall'angoscia alla dimensione simbolica.

Federica Reale

Esattamente come Freud sottolinea nel gioco del rocchetto del nipotino che riesce a trasformare un avvenimento spiacevole, sul quale non ha alcuna presa (la scomparsa della mamma), in una rappresentazione simbolica che gli genera un guadagno di piacere. Sappiamo che ciascun bambino impara, sia che giochi da solo che con gli altri, che deve tenere conto delle regole che gli consentono il processo di costruzione, evitando che si trasformi in eccitazione e quindi il gioco finisca. C’è ancora qualcuno che insegna queste regole?
Come dice Renato Gerbaudo[1]: “…. La dimensione simbolica del gioco richiede il mantenimento di un limite, inerente non solo al rispetto delle regole, ma a ridurre un godimento personale, in attesa di un risultato finale, che non si conosce in anticipo. Ogni gioco ha un inizio ed una fine, comporta un rischio…. Anche il superare gli altri …. Naturalmente il bambino può essere deluso … ma è una esperienza necessaria per occupare il posto di soggetto e non solo di oggetto del discorso dell’adulto.     Castrazione infantile e gioco sono intimamente legati in questo processo di crescita ...”

[1] Gerbaudo R. - Il bambino reale – F. Angeli ed.

 

Legame/discorso

Maria Lai _ Legarsi alla montagna

Freud “scopre” con l’inconscio la scena interna del soggetto, il mondo interno e mentale, lasciando al conscio l’esterno e il sociale. Ma certo questa linearità (inconscio-interno-mentale e conscio-esterno-reale) da subito non appare sufficiente alla condizione umana. Quando Lacan rilegge Freud e inserisce la nozione di discorso, inteso come legame sociale, la clinica psicoanalitica tratta il soggetto nella complessità dei suoi legami, ci mostra dei punti nodali per andare al di là di una clinica intrapsichica. Attraverso la psicoanalisi che è un si può accedere ad altri discorsi/legami, imparando anche a leggerli, affrontarli, farci i conti. Ciascuno, anche attraverso l’esperienza con lo psicodramma analitico, può rioccupare o occupare per la prima volta, la posizione di soggetto con una doppia accezione; soggetto alle determinanti simboliche, familiari e sociali, e soggetto che le interroga. Lo psicodramma analitico quindi come strumento valido per trasformare la questione del godimento, che non vuole sapere del legame sociale, in un sintomo soggettivo, che apre alla dimensione del desiderio anche dell’altro. L’esempio dei bambini riesce ad esplicitare meglio questo aspetto

Dall’essere soggetti smarriti alla diversità del soggetto errante.

La domanda di aiuto per i bambini origina sempre da una istituzione famiglia, scuola, bisognerebbe lavorare prima di tutto per il passaggio dalla richiesta per il bambino che si presenta nella forma di disturbo, alla richiesta del bambino che è una questione soggettiva. Questo ovviamente esige una complessità di interventi, lenti, adeguati, rispettosi di un’identità che non è mai un dato stabilito a priori. Ci incontriamo per cercare il passaggio dall’essere soggetti smarriti alla diversità del soggetto errante.

Il seminario  del 11/06/2022, come sempre non è gratuito.  La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
Per per poter ricevere il link di accesso a Meet, scrivere a Nicola Basile - nuovipercorsiviaborelli@gmail.com, indicando il proprio nome, professione, numero di telefono. Riceverete una mail e messaggio WhatsApp di conferma.

“E la guerra non parla” – Polivisione 8 aprile 2022 ”

"Non esiste la storia muta. Per quanto le diano fuoco,
per quanto la frantumino,
per quanto la falsifichino,
la storia umana si rifiuta di tacere."
Eduardo Galeano
(Montevideo3 settembre 1940 – Montevideo13 aprile 2015)
giornalistascrittore e saggista uruguaiano.

Introduzione al seminario di Polivisione del 8/04/2022
Giuseppe Preziosi,
"Nuovi Percorsi"- via Borelli 5 - Roma.

... da un incontro di Polivisione con lo Psicodramma analitico del 11 marzo 2022

Theater Box with The-Night Moth Ballet and The Half Moon Queen and The Man in The Moon on Stage George Grosz

Presi nel vortice di questo tempo di guerra, privi di informazioni obiettive, senza la possibilità di considerare con distacco i grandi mutamenti che si sono compiuti o che si stanno compiendo, o di prevedere l’avvenire che sta maturando, noi stessi non riusciamo a renderci conto del vero significato delle impressioni che urgono su di noi, e del valore dei giudizi che siamo indotti a pronunciare. Ci sembra che mai un fatto storico abbia distrutto in tal misura il prezioso patrimonio comune dell’umanità, seminato confusione in tante limpide intelligenze, degradato così radicalmente tutto ciò che è elevato. Anche la scienza ha perduto la sua serena imparzialità; i suoi servitori, esacerbati nel profondo, cercano di trar da essa armi per contribuire alla lotta contro il nemico”

S. Freud-  Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915).

 

Parole


Parole attualissime, parole scritte, sarebbe certamente credibile, solo una settimana fa. E invece si tratta di decenni. Come a dire il tempo della guerra è immobile, oppure che la guerra come l’inconscio non conosce il tempo, si ripete uguale a se stessa, insiste, si ostina.

Maria Lai - dalla Gazzetta della Sardegna

Gesti

Negli stessi gesti, nelle stesse azioni, ormai così slabbrate da aver perso ogni significato. E la guerra non parla. Se non nella lingua del diavolo (colui che separa). Una lingua che riempie la gola e soffoca. E la guerra ci guarda con i suoi occhi di vetro, opachi e ottusi. La guerra ci guarda e ci riguarda.

Maria Lai - Duemila anni di guerra

 

 

 

Il tentativo di un secolo.

Il tentativo di un secolo di rimuovere la guerra, attraverso l’azione illuminante di una razionalità superiore, o di “una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia” come scrive Freud, oppure magari di un “governo dei migliori” come affermerebbe qualcun altro, ha minimizzato le guerre che eppure ci sono state, in sintomi marginali, residuali, tic e piccole nevrosi, anche quando erano lì, proprio dietro l’angolo.

La guerra ci guarda.

Ma la guerra ci guarda e ci riguardava e ha continuato a riguardarci. Nelle attenzioni “ossessive” di un madre che teme il soffocamento dei figli come se anche loro potessero ferirsi in battaglia, nelle dispense riempite di zucchero e di viveri come se fosse sempre possibile la fame, l’inedia, la mancanza. Nell’offesa che solca il corpo e la vita dei nostri affetti, nell’incomunicabilità del trauma.

 

 

 

Picasso - Guernica

Segni e tracce

Ora che il rimosso si è mosso, muove anche il rimosso che ci abita, rimuove le difese e le dimenticanze e riporta alla luce i ricordi di bambini e bambine che della guerra hanno visto solo i segni, e le tracce, e i marchi, e hanno potuto illudersi che si trattasse solo di favole macabre, brutte storie, paurose fantasie.

 

 

 

 

Burri - Combustioni su plastica - 1957

Ma con la guerra condividiamo anche un certo rifiuto alla rinuncia pulsionale, una rinuncia che mette le basi per la civiltà e la convivenza ma verso la quale proviamo una certa insofferenza.
E così tra i racconti di guerra può far capolino, come una infiorescenza, lo sguardo di una bambina che rimane sospesa tra il divieto e il desiderio, tra fascinazione e imbarazzo. E il discorso del Thanatos arriva a far riemergere un ricordo impastato di Eros.

Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto. Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre legata – vincolata, come noi diciamo – con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, solo così ne permette il raggiungimento. Per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente erotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta a oggetti, necessita un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle”.

S. Freud-Considerazione attuali sulla guerra e sulla morte (1915).

Il seminario  del 08/04/2022, come sempre non è gratuito.  La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
Per per poter ricevere il link di accesso a Meet, scrivere a Nicola Basile - nuovipercorsiviaborelli@gmail.com, indicando il proprio nome, professione, numero di telefono. Riceverete una mail e messaggio WhatsApp di conferma.

“Riverberi ”

... da un incontro di Polivisione con lo Psicodramma analitico

Introduzione al seminario di Polivisione del 11/03/2022 - h 20,00 - 21,30.
di Nicola Basile
responsabile centro didattico Aletheia della S.I.Ps.A ,
fondatore dello studio e del sito web "Nuovi Percorsi"- via Borelli 5 - Roma.

“La mia patria è qui
dove libertà e legge
non hanno bisogno di custodi
perché sono parte dell'uomo
della terra;
qui dove le case
non hanno cancelli
reti o muri intorno
ma l'uscio sempre aperto;
dove il nascere
il vivere
il morire d'ognuno
è per tutti
un grande evento."

da: RIVERBERO
poesie e racconti di Paolo Bassani.
"Alla volta di Leucade"

Brevissima premessa

Prosegue il lavoro di ricerca sul nucleo tematico "Famiglia". In questi giorni siamo oppressi dalla frammentazione della famiglia Europa il cui mito nasce proprio da un rapimento. Il rapimento di una lembo di territorio europeo da parte di una componente della cultura, arte e religione dell'Europa stessa è fatto gravissimo e, a differenza del mito, non fonda alcunché ma tende alla distruzione.
Per le vittime che in queste ore disseminano di corpi inerti l'Ucraina, per le speranze spezzate di essere fratelli e sorelle che possono lasciare gli usci aperti, credo importantissimo proseguire nell'opera di "Riverbero" delle parole che abbiamo esplorato il 5 febbraio 2022, utilizzando il dispositivo dello Psicodramma Analitico.
Le ho lasciate come fossero paragrafi di un testo ancora da scrivere, missive da un fronte che non hanno il tempo, né l'occasione per essere ampliate. Il soldato Montale strappò dalle trincee della prima guerra mondiale, all'orda mortale del capitalismo guerrafondaio, le sue parole di poesia. Rubo al poeta Paolo Bassani l'incipit e il titolo.

 

Maggiore età e divorzio

Maggiorenne, completati gli studi magistrali, ottenuta una borsa di studi, deve andare via dalla sua regione. È la sua occasione per aprirsi al mondo. La norma le impedisce di viaggiare da sola. Viene accompagnata dal fratello minorenne. A tornare a casa da solo sarà il fratello, ancora bambino.
Storia di mezzo secolo addietro.

La prima donna della sua cittadina a divorziare.

Maggiorenne, in procinto di partire per un viaggio con il fidanzato, si ritrova sottoposta a un veto dalla madre. Non partirà.
Le Americhe non sono più distanti dal continente della Sicilia.

Tradizione e storia

La tradizione di preparare la figlia alla vita, si legge solo come malessere.
Sappiamo che qualcosa di profondo agisce divenendo cultura, sa di malessere come di benessere. Le donne erano molto evolute, una nonna materna insegnava alle elementari, aveva una governante e non eravamo che all’inizio del ‘900.

Oliva, personaggio omonimo del libro, corregge la maestra.
Oliva si prende cura di tutti, non cammina nelle stesse scarpe che altri le avevano dato.
In nome della tradizione nessuno può essere chi è.
Benessere e malessere sono oscillazioni.

Storia e rappresentazioni

La storia non è sempre storie di vita, va letta e ricordata, memoria di storie di morte come di vita.
Le rappresentazioni della storia sono sottoposte a un utilizzo, torsione della storia verso finalità di sottomissione della massa a un potere.

La politica può occuparsi di tutto e si mette a leggere le storie e si ritrova a farne un uso.
Nella polis non si parla d’altro.

Il soggetto proviene da una pluralità di tempi, per continuità contrapposte a discontinuità. Non può essere mai copia dell'altro. Ciò la storia fatica a rappresentarlo e la politica a dirlo.

La voce del padre: libri e non solo.

A commuoversi è il padre di Paddy (personaggio del libro Paddy Clarke, ah, ah) perché egli può dare al figlio indicazioni geopolitiche sulla provenienza. Il figlio può riconoscere nel padre la sua origine, stenta però a riconoscere le mappe.

Il padre di Oliva Denaro (nome e titolo dell’omonimo libro) può camminare con lei a piedi nudi, agitando l’equilibrio dato dal divieto. L’incontro è una ribellione a una legge di stampo materno.

In un libro un bambino viene riempito di botte dal padre, quel bambino trova la sua stabilità facendo il pugile, forte dell'odio.
Il pugile lavora con i disabili e durante una notte di incubi, sogna di uccidere proprio quello a lui più vicino. Al mattino il bambino picchiato, divenuto pugile e operatore, riceverà una lettera di amicizia dal disabile.

Va con i figli a chiamarlo. Lui le getta in aria i soldi che ricadono pesantemente in terra. Madre e figli li raccolgono. Storia di fine '800.

Nell’abisso di voci di donne, quella del padre, assente, flebile, colpevole, eroica, turba l’equilibrio.

Immigrazione


Nella famiglia ciascuno è un immigrato senza documenti, clandestino a se stesso.

Nella famiglia parole per rispondere a domande non sempre sono a disposizioni. Quella per avere i documenti non trova accoglienza.

Le parole non impastano pane ma futuro. Senza parola, il soggetto rischia di morire di inedia alla tavola imbandita.

Fiabe e favole


Ci sono film o racconti basati su una ricerca di parole che non si trovano. Si possono trovare parole parziali fallaci, per parlare di separazioni, malattie come di gioia e stupore. Ci sono favole studiate da adulti che veicolano dinamiche interne e universali. In queste favole l'epilogo è universale. Il soggetto passa dall'individuale a uno dei tanti collettivi possibili.

Anche il poeta non sa rispondere alle domande della sua poesia ma le sa scrivere per gli altri.

Fratelli e sorelle

Spedita via, spedito via, esordio della sua malattia, non ci possiamo incontrare. Lei mia sorella, lui mio fratello è, sono, siamo dietro una porta di un SPDC. La legge che vieta l'incontro si legge "TSO".

Il padre ringhia al vento: - Siamo a posto, adesso.

Io non sono il vento, sono il fratello, sono la sorella, sono il figlio, sono la figlia,  sono il padre, sono la madre.
Ho imparato a usare la parola e a non farmi beccare dalla legge che chiude le porte e lancia anatemi e guerre. Il becco lo lascio agli uccelli, ne fanno un buon uso.

Rimozione


A raccontare storie ci si accorge che in quella storia che hai vissuto, sarebbe stato meglio fare qualcos'altro. E non va proprio giù che non ci hai pensato.

Te ne accorgi, ricordandola a qualcun altro che prova ad ascoltarti.
Se l’altro sarà un buon ascoltatore, quella storia potrà andare nella rimozione.

La rimozione è la fucina delle storie.

Carichi e responsabilità


Il bambino o la bambina sente il carico della responsabilità che dovrebbe esser portato da spalle più grandi. Accade tuttavia che quel peso, venga trasmesso tutto, senza sconti, all’infanzia.
L’infanzia non ce la fa a sostenerlo e deve portare il senso di colpa per non essere riuscita a farlo.

Se qualcuno si prende la briga di ricordare che i bambini e le bambine non hanno il compito di assumere le zavorre degli altri, le bambine e i bambini ce la faranno a ricordare e potranno riporre nella rimozione il dolore.

Se non c’è alcuno ad ascoltare l’infanzia, i bambini e le bambine saranno adulti infantili.
Quegli adulti non saranno in grado di essere accoglienti con l’infanzia, forse perché non riescono a raccontare la loro storia.

  • È bellissimo staccare la spina - dice una donna che sviene guardando il suo sangue.

Mani di ghiaccio, nero e colori.

Le mani di ghiaccio fanno venire in mente l'impossibilità di un ballo a due. Alcuno prenderebbe tra le sue lamine senza colore.

Quando non si è visti, lo sguardo dell'altro ti può definire come vuole malata, bella, svergognata. Lo sguardo può farti a pezzettini.

I colori possono diventare, sovrapponendosi, solo nero, il nero può prendere tutti i pezzi. Il nero è un colore. Si può avere paura del nero, lo si può accettare, si può guardare attraverso la cecità, si può accogliere il buio.

La famiglia ha tanti colori, sulla sua tavolozza appare anche il nero.

"Per non finire....

"Per non finire, quando la parola è attaccata dalla occupazione nazi fascista, il corpo nasconde esso e la parola per non perire, uniti nella sopravvivenza. Corpo e parola restano in attesa di un buon transfert, della sapienza di un ascoltatore accogliente, che possa donare al borgo indirizzi, voci e corpi. L’antitesi è, morte elaborabile soltanto con una lotta partigiana e repubblicana. L’attesa regola sia il flusso mestruale femminile, sia l’alternarsi delle stagioni in cui vi è libertà e in cui si soggiace all’occupazione, mito di Proserpina rivisto e non corretto. Oggi ci porremo altri quesiti su come interiorizzare processi che portino alla consapevolezza della libertà e della ripetizione."
L'avevo scritto per l'incontro di febbraio, mi sembra il caso di riverberare ancora queste parole, nate dal lavoro di un gruppo di lavoro appassionato della psicoanalisi che ha vissuto la guerra sempre cercando l'eros.

"Nota finale per iniziare"

Ho elaborato il testo utilizzando l'osservazione dell’incontro di Polivisione con il dispositivo dello psicodramma analitico del  05/02/2022.
Il seminario  del 11/03/2022, come sempre non è gratuito.  La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
Per per poter ricevere il link di accesso a Meet, scrivere a Nicola Basile - nuovipercorsiviaborelli@gmail.com, indicando il proprio nome, professione, numero di telefono. Riceverete una mail e messaggio WhatsApp di conferma.

Crediti

Immagini
1 - E. Munch – Separation da Art project Google
2 - Napoli_museo_httpsartsandculture.google.comstorypompei-madre-materia-archeologica-le-collezionibwWhJsDlhez3IA
3 - The solitary archeologist, De Chirico_1937
4 – Immigrazione-fan page- https://design.fanpage.it/la-street-art-per-i-migranti-le-10-opere-piu-toccanti-sui-muri-d-europa/
5 - “Principessa delle nevi” da cartoon russo 1957, diretto da Lev Atamanov
6 -  Van Gogh “Vento” - 1883
7 – A. Boetti - Un pozzo senza fine – 1961 - https://www.archivioalighieroboetti.it/scheda/un-pozzo-senza-fine/
8 - Ara Pacis - Roma
9 -  Alberto Burri - https://www.fondazioneburri.org/la-fondazione/ex-seccatoi.html
Restiamo a disposizione per ogni eventuale imprecisione.

“Frammenti di famiglia” – contributo di Viviana Sebastio


Video a cu
ra di: Viviana Sebastio

Vai al video

Musica: Forbidden Colours, di David Sylvian & Ryūichi Sakamoto

Immagini:

Naufragés sur un radeau, di Sylvia_Lefkovitz

Foto di famiglia italiana

Femme de Venise, di Alberto Giacometti

The Cat, di Alberto Giacometti

Transverse Orientation (2021), di Dimitris Papaioannou

La salita, di Jannis Kounellis

Emilio Isgrò

Is This the Life We Really Want? (Roger Waters), di Emilio Isgro

Testi estratti da:

LEV TOLSTOJ (1877)

Anna Karenina, traduz. di Leone Ginzburg per Einaudi, 1961

Jaume Cabré (2011)

“Le voci del fiume”, traduz. di Stefania Maria Ciminelli, La Nuova Frontiera.

Ambrose Bierce, 1985

DIZIONARIO DEL DIAVOLO.

Scelta e Introduzione di Guido Almansi. Traduzione  di Daniela Fink.

Longanesi & C., Milano.

Fernando Pessoa,

“Il libro dell'inquietudine, traduz. di V. Tocco, Oscar classici moderni Vol. 239.

L’età dell’uva, Mattia Tarantino, 2021

Giulio Perrone Editore

Cormac McCarthy

“La strada”, traduzione di Martina Testa, Einaudi 2007

“Frammenti di famiglia”

Introduzione al seminario di Polivisione del 05/02/2022 - h 9,30 - 13,00
a cura di Nicola Basile - socio S.I.Ps.A.

“...esprimere qualcosa di se stesso non gli pare una bella cosa da fare, soprattutto in pubblico. Lo stesso verbo "esprimere" ricorda la secrezione, o, nel migliore dei casi, l'atto di spremere un limone”
Da: Italo Calvino, “La squadratura”, in Giulio Paolini, Torino, Einaudi, 1975, pp. VII-XV.

Brevissima premessa

Descrivere la complessità del gruppo di famiglia, vuol dire domandarsi come utilizzare il vocabolario del gruppo famiglia, interrogarsi su chi parla per il gruppo famiglia, altrimenti non si ascolta altro che rumore.
Kaës ha descritto come in ogni gruppo ci sia un portabandiera ora della parola, ora del sogno, ora del sintomo di quello specifico gruppo. Questi ruoli li ha raccolti in unica definizione: funzioni foriche del soggetto all’interno del gruppo. Questa sera cercheremo di assumere la funzione forica della nostra famiglia.

La clinica del vivere, quotidiana tensione che permette l’incontro come la separazione, potremmo sempre raccontarla come la ricerca di un uomo che non sa di esserlo alla nascita ma che fin prima della nascita è già stato immaginato, sognato, parlato, come Lacan ha non solo teorizzato ma ha mostrato alla psicoanalisi del XX secolo.

Kaës ha ipotizzato come la famiglia stessa non sia un luogo dove il famoso mito di Edipo vive un’immutabile specificità, congelato nel mito arcaico e in quello più moderno della psicoanalisi. Edipo sta in relazione con la complessità del suo ruolo in almeno 5 figure che corrispondono ad altrettanti miti come coniò per Freud l'artista viennese , in cui Edipo “… si può immaginare che contenga stati interni distinti che corrispondono a quello del figlio, dell’uccisore del padre, dell'amante incestuoso della madre, del Padre del fratello dei suoi figli. Si noti che la domanda enigmatica della Sfinge verte anche sui tre stati del medesimo, associati a tre età della vita. Edipo non è uno, è diviso, divide fin nella sua discendenza”[1] 

Ci incontreremo per dare presentazione al caso famiglia, a cui tutti noi apparteniamo, avanzando con le mani avanti nel buio, per trovare non l’individuo, uno tra tanti che confondendosi diviene moltitudine, ma il soggetto che, come Edipo, soffre e vive.

Ne parleremo attraverso frammenti di riflessione, scritti per essere messi in gioco con il dispositivo dello psicodramma, la cui regola di base è il principio della libera associazione.

Cominciamo per dire, e non finire, cosa ho raccolto in questi due mesi, dall’ultimo incontro di Polivisione,

[1] Il lavoro dell'inconscio in tre spazi della realtà psichica. Un modello della complessità.  Rivista di Psicoanalisi – n. 3 – 2010 – S.P.I-  René Kaës

 

Frammenti di famiglia

 

Non si incontra mai una famiglia sola, la famiglia si declina in famiglia di origine, famiglia di nuova costituzione, famiglie legate che legano, per mezzo di articoli di legge e ami, legami, parole che sanno di legge e eros.

La famiglia propone un nome senza microfono, nome inventato che sa di gioia, nome che descrive come gli altri lo descrivono, nome che fa soffrire, perché non è scelto dal soggetto, senza il quale anche il cane non sa come essere chiamato.
Il nome non è mai originale, è sempre usato. È evidente che il nome è già stato detto tante volte, il nome della famiglia è appartenuto e appartiene all'altro, che non risponde alla richiesta di essere chiaro, esplicito.
Il nome nasconde l’utilizzatore primigenio, così bene che per saperne qualcosa di più, si deve ricorrere al mondo cellullare, quella strana cosa che sa di questioni di cellule e di mito mondiale e di nuove forme di comunicazione.

È sempre stata regolare la sua crescita, si dice della figlia come del figlio davanti il pediatra. Ultimamente meno e così si scioglie la gioia e la letizia del parlare del figlio. Altre volte l’argomento si chiude: a parlare del figlio l'argomento diviene la famiglia e la famiglia, come un fastidioso sintomo, non si apre al discorso.

Non si può vomitare in famiglia, anche quando non se ne può più di tenersele dentro quelle parole che ostruiscono il canale digerente dei pensieri di generazioni mutaciche. Eccesso di calore e mancanza di buona alimentazione richiedono diete in equilibrio tra affetti troppo proteici e scelte anoressizzanti. A casa la dieta è difficile da seguire perché in nome della famiglia, viene offerto cibo o troppo grasso o troppo acido. Buon cibo la dispensa non lo vede da tempo. Mancanza di appetiti fanno spizzicare e ciò toglie l’appetito.
La questione alimentare coinvolge tutti: la madre non si siede più a tavola, il padre soffre di disturbi gastrointestinali perché mangia con il figlio merendine e patatine di nascosto, che vengono anche rubate.
La domanda della figlia è se lei non debba scomparire con il nome del padre. Questa domanda non si riesce a decifrare sulle porte del borgo di Celleno, a Celleno ci si arriva seguendo le indicazioni: “borgo fantasma”.

 

Perché ne parlo?

Perché penso che non sia vista, la famiglia.
La madre non la vede come desidererebbe. il padre sta sempre in competizione per l'affetto dei figli in quanto non è il preferito tra i genitori, essendo molto impegnato, il poveretto.

Molti giudizi, tanti dovrei, tanti potrei girano in famiglia, interrompendo l’essere l’uno utile all’altro.
Nessuno è servo di un padrone, l’altro per servire in qualcosa è solo un racconto di libri polverosi di scuola, in cui ob servare rendeva il servo più utile del padrone. Il padre potrebbe farsi servo del figlio, la figlia servirebbe alla madre, il figlio servirà alla sorella e la figlia osserverà il fratello. Le interruzioni di dialogo animano il sospetto che qualcuno serva più dell’altro.

È una questione di autorizzazioni date e di autorizzazioni non dichiarate, di non detti, di assenze durante pandemie e mancanza di incontro, difficili da scrivere che determinano cause e conseguenze, impossibili da punteggiare nella storia familiare. Il figlio non scrive più epistole alla madre che si preoccuperebbe per la sua salute, la madre non scrive al padre dei suoi figli, fa scrivere da un avvocato, fratelli e sorelle non scrivono, registrano vocali accelerati perché così l’altro non tronchi l’ascolto, tra un semaforo e l’altro.

"Chi incontra la famiglia, cioè tutti noi, non ha dimestichezza con la scrittura.....!

..... che si cela dietro segni corporei, tic sociali, riti e memorie digitali che alcuno, sfoglia. Accade però che, a differenza di altre volte, la scrittura si renda necessaria perché si avverte qualcosa attorno cui si sta girando che non si riesce a raccontare. La famiglia può ritrovare così di essere destinataria di un indirizzo e il postino può recapitare il messaggio, a un soggetto che porta il nome degli altri.

C’è anche la possibilità che venga a mancare la storia della famiglia e possa esistere una domanda, impossibile da leggere. In quel borgo non più abitato, ci sono tracce di uomini e donne che lo hanno vissuto, di figli e figlie nati che hanno dato la loro vita perché donne e uomini potessero dire di appartenere a una famiglia. Ma in quei borghi non possiamo scrivere ad alcuno, il postino non recapita più lettere da tempo, i nomi delle famiglie sono divenuti fantasma. Il borgo, a visitarlo, sa di attrazione turistica.

Il primo, il fondatore ha una sua storia particolare che lascia con più domande che risposte. È sua la responsabilità di aver fondato la famiglia. Senza di lui non si parlerebbe di una madre e di un padre figlio, la seconda, più piccola è quella di mezzo. In mezzo a cosa, a chi?
Dopo il primo si sta sempre in un ordine assegnato, inamovibile. Sta a ciascuno dei figli sovvertirlo ma proprio questo essere scelti e, questo non poter scegliere, diventa insopportabile se il figlio non riesce a modellare questo ordine applicando un certo equilibrato caos.

"Plasmare, vestire la figlia che cresce, è il premio che la madre dà a sé stessa"

Il padre si accontenta di veder scrivere il suo nome sul corpo dell’altro, così da non temere troppo la morte. È evidente che il nome materno si offusca e non sa più cosa sia nutriente per lei. Nei registri ecclesiastici i nomi sono stati scritti per far entrare in battaglia il piccolo essere umano. Ma non vi è più alcuno che li vada a leggere. Non stanno su internet. Sarà ancora la luna di miele se la madre sognerà ancora con il padre una nascita, frutto del grembo di lei, seminato da lui, anche quando saranno vecchi. Tale previsione richiede uno spazio protetto perché se ne possa parlare.

"Per non finire....

Per non finire, quando la parola è attaccata dalla occupazione nazi fascista, il corpo nasconde esso e la parola per non perire, uniti nella sopravvivenza. Corpo e parola restano in attesa di un buon transfert, della sapienza di un ascoltatore accogliente, che possa donare al borgo indirizzi, voci e corpi. L’antitesi è, morte elaborabile soltanto con una lotta partigiana e repubblicana. L’attesa regola sia il flusso mestruale femminile, sia l’alternarsi delle stagioni in cui vi è libertà e in cui si soggiace all’occupazione, mito di Proserpina rivisto e non corretto. Oggi ci porremo altri quesiti su come interiorizzare processi che portino alla consapevolezza della libertà e della ripetizione.

"Nota finale per iniziare"

Il testo è stato elaborato utilizzando, anche e non solo, la mia osservazione dell’incontro di Polivisione con il dispositivo dello psicodramma analitico del  03/12/2021, condotto dal dott. Giuseppe Preziosi con l’osservazione della dott.ssa Annalisa Pascucci

Il seminario non è gratuito; si richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi. Per partecipare scrivere a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com indicando il proprio nome, professione, numero di telefono per poter ricevere il link di accesso a meet.

“Sul saperne-venir-fuori e saper-entrare”

Introduzione al seminario di Polivisione del 3/12/2021 - h 20,00 - 21,30
a cura di Nicola Basile - socio S.I.Ps.A.

“Allora il sapere dell’esperienza psicoanalitica è forse soltanto il sapere che
serve a non farsi raggirare dalla fanfara?
Ma a che pro se a ciò non si accompagna un saperne-venir-fuori?
O anche, più precisamente, un sapere introitivo,
un saper-entrare in ciò che è in questione per quanto riguarda il lampo
che può scaturirne sull’inevitabile fallimento di qualcosa
che forse non è la prerogativa dell’atto sessuale.”

Lacan J.- libro XVI “Da un altro, all’altro” pag. 205 – Einaudi editore

“Di fauci aperte e del salvare il pianeta”

Fauci aperte, media televisivi, vomitano significanti ambigui.
Salvare la terra suona come una bugia, detta per calmare l’ansia della generazione che deve ancora mettere i piedi sulla terra senza poter dire la sua.

Chi afferma di operare in nome del potere e della potenza, lascia attonita una popolazione che non sa se avrà discendenti. L’ascia che separava e ordinava è corrotta e inutilizzabile, il suo potere non appare generativo ma fallace e fallato.
In sogno il padre ordina e ingiunge che sia il figlio a farlo al suo posto ma rischia di appiccicare così una patacca. Il simbolo rischia di cadere durante la liturgia della cerimonia, trasformandosi in luccicante medaglia, materia morta. Il padre recita la parte di chi proprio non può più fare figli affinché il figlio si decida a prendere la sua responsabilità ma non sembra convincente. Il caso vuole che faccia da testimone la psicoterapeuta che ascolta il sogno e lo fa risuonare nel gruppo di polivisione. I testimoni si moltiplicano, creando una catena di trasmissione del significante ordine che genera altri ordini. La bocca si accorge di non essere solo cavità fognaria ma buon antro dove spezzettare, mischiare, ingerire affinché si trasformino alchemicamente. Dalla bocca della porta la figlia può uscire e non essere divorata dal niente che distrugge il pensiero e il figlio evita la patacca.

In fondo chi pensa di avere cura dell’altro è iscritto in modo ordinato in albi, ordini, corpi speciali per azioni impossibili, per non essere divorati e non divorare con le loro teorie e dispositivi. Dare un ordine alle pulsioni dionisiache, serve a ciò. Lasciare esse vagare troppo a lungo, potrebbero disordinare l’esistente. L’ordinare lo si sa è del femminile nell’armadio della vita ma è del nome del padre assegnare la trasmissione e un posto.

 

“Urlo qualcosa a Chronos e Zeus, distratti”

Urla il suo dolore la bambina poiché ha scoperto di essere ancora un altro corpo uscito dal grembo materno per soddisfare il rito che dalla semina porta il grano a essere pane sul tavolo del Cristo.

Si accorge che nella stanza accanto, il lessico adulto balbetta, si deforma, non accenna a offrire forme simboliche. La bambina avverte nausea, chiude la bocca e pensa sia meglio rinunciare al cibo. Cristo però non rinuncia a distribuire il pane del corpo del figlio ai fratelli.
Lo offre anche a lei e lei mastica, lo riduce a bolo, lo digerisce. Quel corpo si fa metafora del corpo e la metafora è pensabile in quanto c’è un corpo che è stato sacrificato e messo in croce, divenendo un corpo con il segno negativo davanti che permette che tutti gli altri corpi esistano, direbbe J. Lacan.
Il corpo di Chronos è stato ucciso dopo che lui ha ingerito i figli e dopo che i figli hanno dato una modernizzazione all’Olimpo grazie a Zeus che si congratula con Chronos per l’ottimo lavoro svolto.
Se i due fossero in Inghilterra, li troveremmo davanti un tavolino da tè alle cinque e sempre alle cinque con il Cappellaio Matto e la Lepre di Marzo, mai seduti allo stesso posto così da evitare di essere consumati dal tempo.

La madre genera, genera, genera ancora, ancorata a una femminilità che cattura l’altro dentro di sé per quel tempo che la renderà il fallo lei stessa. Calcisticamente parlando lei è ammonita a farlo, poiché si tratterebbe di un fallaccio. Pertanto, anch’essa deve tornare a farsi parte, a essere vuoto contenitore per ambigue parole. Meglio così riempirsi di nuovo illudendo l’espulso di essere tornato in auge. Ma il fallo porta rapidamente a pensare alla punizione. Si sa che a ripetere un fallo, ci si trova in faccia un cartellino rosso e non si può più giocare.
A questo pensa il dispositivo dello psicodramma che cerca la vitalità del simbolico anche quando essa sembra andata perduta, impedendo l’espulsione e la retrocessione.

 

“Quanto costa adottare una morte”

Bisognerebbe sempre fare i conti con il costo dell’adozione di una morte anche quando Chronos e Zeus banchettano assieme ai corpi dei figli non digeriti dal primo e al corpo del padre ucciso dal secondo, zombies originari.

“Ci sarebbe un maschile che potrebbe prendere l’ordine paterno” se venisse ordinato altrimenti la madre potrebbe mangiarsi anche il padre, se riuscisse a screditarlo. Grazie alla terapia, una ragazza cerca di ricostruire il padre morto. Altrimenti rimarrebbe in giro un fallo, fallato, che cerca riconoscimenti ma non offre riconoscenza, in quanto quello che lo identifica, è perdita economica e non distinzione tra consumo e desiderio. Si legge di lui che lo vogliano ritirare dal mercato in nome di una possibile class action che giace sotto quintali di faldoni illeggibili nella stanza di un giudice irreperibile.

“Di Chronos e Zeus come del Cappellaio Matto e la Lepre di Marzo”

Forse Chrono ingoia i figli e Zeus lo fa fuori per non esser messo in panchina, evitando la furia delle baccanti. I due nello stesso tempo sono morti e vivi, sono nemici e generatori dell’universo, sono ordine e disordine ma mai uno come la madre con il figlio, corpo unico che non deve crescere. La madre allucina un corpo a corpo con il figlio per non farlo divorare dalla violenza del padre, immutabile e pertanto non vivo.

Se così fosse l’uno non sarebbe mancanza dell’altro, insufficienza che ha dato origine alla cifra separandola dall’universo dell’indistinto. Preso atto di ciò, l’insieme -1 si è nascosto nell’ombra dell’uno, durante una sera di clinica del vivere, il dì 5 novembre 2021. La pausa allora non troverebbe la semicroma a darle il suo posto, la battuta calerebbe come colpo di maglio, l’archetto del violino si contorcerebbe lasciando ogni chiave girare a vuoto. La bacchetta che doveva dirigere l’orchestra, stende, colpisce e non attende al compito creativo dell’attesa.
Se non c’è separazione non c’è desiderio., non c’è presenza o assenza, non c’è passaggio di una chiave che offra simbolicamente l’appartenenza per chi Lavora nel CSM.
Le storie degli operatori si intrecciano con quelle dei pazienti, o li accompagniamo alla morte o ci vedono andare via. Il legame non crea ricordo se non possiamo giocare la rimozione della separazione, dato dal dare un ordine a nascita, crescita, morte e alla storia narrata dai testimoni e dagli scritti.

Le istituzioni sono delle madri che vanno via ma dovrebbero essere anche dei padri che passano il testimone autorizzando i figli a divenire orfani in senso simbolico: diventando madri e padri di sé stessi.

“Quando la notte si fa sempre buia”

Chiedi pertanto anche questo, mi volto per scoprire a chi tu l’abbia chiesto, lo chiedi a me, avvolti come siamo nell’ombra della notte che è sempre buia, narra la luna dei fratelli Grimm, tu lo chiedi a me e io lo chiedo a te.

In quella eternità non si possiede ombra e si disattende alla scissione originaria che proietta verso l’indeterminatezza, chiedendo di transitare nella incompletezza.

Senza ombra si manifesta il delirio di essere ricomposti, quindi ufficialmente morti, e non ci si accorge che sulle strisce è passato sopra di me o dell’altro un tir. Mentre passava, l’autista ha potuto solo vedere delle linee chiare e scure poiché colui che era stato chiamato ad uscire dal buio era cosa.
L’autista è stato assolto perché il fatto non sussiste poiché il buio è così reale che non c’è codice legislativo che lo contempli. Se lo facesse, taglierebbe con una luce l’indistinto, proponendo la fatica del sintomo.

In realtà qualcuno afferma che ogni codice, clinico, legislativo, musicale, letterario, psicoanalitico, pedagogico altro non faccia che venerare la divinità. E la divinità muta e cieca, non si fa legge, se non sostiene l’impercettibile oscillazione della sua bilancia che non può restare ferma, come non sarà mai fermo il rivoluzionare pendolo di Galileo.

Galileo rischia ancora di essere condannato per aver reso visibile l’invisibile ingordigia del sapere che non poteva vedere la miserrima piccolezza della cosa terra come la clinica non vede la sua pochezza quando è posta davanti all’ingordigia delle sue sentenze. Il sintomo bulimico si fa relazione con la madre onnipotente che non concede distanza né al figlio, né alla figlia, in quanto corpi indistinti senza ombra.

Nell’ombra, infine, il buco della serratura è difficile da trovare, la chiave tocca soltanto superfici dure e le graffia.

Il signor Celestine Freinet (1986-1966) consigliava, di chiudere gli occhi e avanzare con le mani avanti, delicatamente, sfiorando ciò che non si riconosce, lo definì il “tatonnement”. Ma appena ebbe definito un rivoluzionario metodi di conoscenza per non inimicarsi il buio, qualcuno cercò di trasformarlo in codice. Pare che non ci sia ancora una scuola “Freinettiana” a riportare nel buio la felice luce che ha proiettato quel piccolo uomo socialista sul futuro della trasmissibilità della ricerca. E ci auguriamo che non ci sia mai!

Nota finale

Il testo è stato elaborato sulle osservazioni delle dott.sse Annalisa Pascucci e Sarah Salvatore, realizzate il 05/11/2021 durante l’incontro di Polivisione con il dispositivo dello psicodramma analitico.

Il seminario non è gratuito; si richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi. Per partecipare scrivere a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com indicando il proprio nome, professione, numero di telefono per poter ricevere il link di accesso a meet.

“Per essere vivi bisogna essere separati…”

Introduzione al seminario di Polivisione del 5/11/2021 - h 20,00 - 21,30


Cosa accade quando una donna viene relegata nel ruolo di madre?

di Sarah Salvatore - psicologa - psicoterapeuta - socio SIPsA

Il lavoro di Polivisione sul tema della cura ha portato a riflettere sulla complessità del desiderio materno, non sempre esente da ambivalenze.

Lacan si è discostato dal modello anglosassone che proponeva il desiderio materno in termini di holding e rêverie, per introdurre una versione di madre che anziché assumere funzione di riparo dall’ angoscia, può talvolta, provocarla. Nel “Seminario Libro VII. Il rovescio della psicoanalisi” (1969-1970) offre l’immagine di una bocca spalancata di un coccodrillo per descrivere la spinta fagocitante di ogni madre, anche la più dedita ed amorevole.

 

Recalcati ne “Le mani della madre” (2015) sottolinea che quando il codice materno perdura oltre il periodo in cui è funzionale rischia di mettere in pericolo il processo di differenziazione tra il bambino e la madre.

 

Ma quando le cure materne possono degenerare in questo modo?

Recalcati, in linea con Lacan, individua l’origine di questa degradazione nella tendenza della madre ad annullarsi per il figlio, a vivere solo per lui e a dedicarsi senza alcun limite. L’esistenza di questo limite dovrebbe essere stabilita dal legame d’amore da cui la vita del figlio è scaturita, quel legame che separa l’esistenza della madre dall’ esistenza della donna. Senza questa distanza, madre e bambino si confondono dentro una simbiosi mortifera. In questi casi, non è solo il bambino ad essere divorato dalla madre, ma anche la donna viene fagocitata dalla madre, perché il suo desiderio viene assorbito da quello materno. Il mondo, allora, si contrae e non ammette la possibilità di tollerare nessuna separazione. Ma un legame senza possibilità di separazione non può che cancellare il desiderio.

Come è possibile liberare il soggetto dalla madre coccodrillo?

Per Lacan è la Legge del padre che salva dal rischio della divorazione materna. La Legge prevede una castrazione simbolica che rende impossibile il desiderio incestuoso e funge da interdizione dell’unione tra la madre e il bambino. Il Nome del padre proibisce la divorazione incestuosa preservando la differenza fondamentale tra “l’essere della madre” e “l’essere della donna”, affinché la libido della donna non venga sequestrata completamente e unicamente dal figlio. In questa ottica, il desiderio femminile è già una specie di Nome del Padre in quanto agente e garante della separazione.

BIBLIOGRAFIA

Lacan, J., Il seminario. Libro VII. Il rovescio della psicoanalisi. 1969-1970, Einaudi, Torino 2001.

Recalcati M. (2015). Le mani della madre. Milano. Feltrinelli.

Il seminario non è gratuito; si richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi. Per partecipare scrivere a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com indicando il proprio nome, professione, numero di telefono per poter ricevere il link di accesso a meet.

https://goo.gl/maps/mwatyd5JZVJXvL9m6 1

“E il contratto che stipulo mi chiama alla cura di te”

di Sarah Salvatore - psicologa - psicoterapeuta - socio SIPsA

Introduzione al seminario di Polivisione del 1/10/2021
organizzato dallo Studio Nuovi Percorsi e dalla SIPsA

Il lavoro del gruppo di Polivisione induce a riflettere sulla questione del “prendersi cura” nella relazione con l’Altro. Il caregiving è un fenomeno fondamentale dell’essere umano, evidente già nelle primissime https://goo.gl/maps/mwatyd5JZVJXvL9m6 1interazioni madre-bambino, ma è anche un aspetto caratterizzante la relazione terapeutica. L’analista può essere pensato come “contenitore materno”. Bion (1962) sviluppò questa idea formulando una teoria del contenimento materno e terapeutico e usò il concetto di identificazione proiettiva per far luce sull’ interazione interpersonale. All’ interno di quest’ottica, il bambino, piangendo, attua una forma di comunicazione proiettiva, attraverso la quale la sofferenza è sentita ed introiettata dalla madre. Se la madre è in quel momento in grado di svolgere abbastanza bene le sue funzioni, può fare un lavoro psichico al proprio interno che le permette di definire il problema e ciò che serve per risolverlo. Essendo capace di comprendere ciò che non va, la madre può intraprendere le azioni opportune, provvedendo al bambino, in modo da alleviarne le sofferenze. Il processo di definizione del malessere e del modo in cui affrontarlo viene comunicato al bambino attraverso l’atto di occuparsi di lui, ad esempio, nutrendolo. Si tratta di una proiezione di ritorno della sofferenza, trasformata in un’azione di comprensione (rêverie materna). Il bambino, una volta che la madre ha iniziato a provvedere e a dare assistenza alla sua sofferenza, può riprendersi tale esperienza (reintroiettarla) ma in una forma modificata. Attraverso l’introiezione dell’esperienza che è stata compresa, il bambino può arrivare ad acquisire la stessa comprensione che ha la madre. Per esempio, se la madre è attenta, egli può comprendere, attraverso i suoi interventi, che una determinata esperienza significa fame (ovvero richiede che qualcosa sia accostata alle sue labbra per essere succhiata e dare nutrimento). L’accumularsi delle occasioni in cui le esperienze vengono capite inizia a creare un’acquisizione, interna al bambino stesso, di un oggetto interno che ha la capacità di comprendere le sue esperienze. La Segal (1975) descrisse questa interazione madre-bambino come modello dello sforzo terapeutico dell’analista.

Un altro contributo fondamentale al tema della cura è stato fornito da Winnicott, che ha individuato nel rapporto madre-bambino il nucleo da cui trae origine lo sviluppo psichico dell’individuo, la formazione del Sé, la costituzione dell’Io e il rapporto con il mondo esterno.
Winnicott ha coniato l’espressione di madre sufficientemente buona per definire quella figura di accudimento capace di riconoscere i bisogni, sia fisici che psichici, del bambino e di adattarsi attivamente ad essi. La madre sufficientemente buona possiede la preoccupazione materna primaria, ovvero uno stato della mente che le permette di offrire al bambino un ambiente di Holding: spazio fisico e psichico protetto, in cui il bambino può sperimentare l’onnipotenza soggettiva, ovvero la sensazione di essere lui, con i suoi desideri, a creare ogni cosa. I desideri del bambino fanno sì che le cose accadano: se il bambino ha fame compare il seno materno. La madre sufficientemente buona si occupa di disilludere gradualmente il bambino e di condurlo verso un’esperienza di realtà oggettiva: il bambino si accorge che l’appagamento del suo desiderio richiede una negoziazione adattiva con gli altri. Tra le due esperienze ne compare una terza, l’area transizionale. In questo stadio l’oggetto si trova nel mezzo: non è né creato dal bambino ma nemmeno separato. L’oggetto transizionale è un’estensione speciale del sé del bambino, a metà tra la madre che il bambino crea nell’ onnipotenza soggettiva e la madre che scopre agire di sua iniziativa nel mondo oggettivo. L’esperienza transizionale ammortizza il salto tra un mondo in cui i desideri rendono reali i propri oggetti in modo onnipotente e un mondo in cui, affinché i propri desideri siano appagati, è necessaria la collaborazione con gli altri.
Winnicott introdusse uno stile terapeutico in cui la situazione analitica veniva equiparata alla relazione madre-bambino e mise in risalto la capacità dell’analista di riconoscere i bisogni primari del paziente. In questo senso, attribuiva al setting un ruolo fondamentale tanto quanto l’interpretazione: avvicinava il setting all’ holding, cioè alla capacità della madre di fungere da contenitore. In altre parole, Winnicott considerava il processo analitico come una replica riparatrice del processo naturale di crescita. Pertanto, considerava che per poter accedere in analisi a situazioni di carenza primaria erano necessari dei lunghi tempi di attesa, insieme ad un setting-contenitore sufficientemente buono che consentisse al paziente di costruire una fiducia di base, elemento fondamentale per la regressione e la ricostruzione.

BIBLIOGRAFIA
Bion W. (1962). Apprendere dall’ esperienza. Armando Editore, Roma.
Segal, H . (1975). A psycho-analytic approach to the treatment of schizophrenia. In: Lader, M. (Ed.) Studies of Schizophrenia. Headley Bros, Ashford, pp.94-97.
Winnicott D. W. (1971). Gioco e realtà. Armando Editore, Roma.

Scrivere a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com indicando il proprio nome, professione, numero di telefono per poter ricevere il link di accesso a meet.

Introduzione alla Polivisione del 23 aprile 2021 di Nicola Basile

Mi sono chiesto come mai emergano testi di fiabe sia durante il nostro incontrarci sul desiderio della cura, sia nelle rielaborazioni che Giuseppe e il sottoscritto stanno redigendo di volta in volta.
Insieme a ciò mi sono anche domandato quali siano gli elementi di metodo che vanno prendendo corpo tra un incontro e l’altro.

Punto primo.
Mentre andavo raccogliendo idee, rimaste allo stato latente, la memoria ha voluto che riprendessi in mano un vecchio libro, mai letto abbastanza, “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim.
Non ero affatto sicuro di cosa urgesse tra quelle pagine, la lettura e studio risaliva almeno a vent’anni fa.

Tra le pagine trovo mie sottolineature e così leggo quel che io stesso lasciavo in memoria all’altro, affinché il primo lo potesse dimenticare:
“Se speriamo di vivere non semplicemente di momento in momento ma realmente coscienti della nostra esistenza, la necessità più forte e impresa più difficile per noi consistono nel trovare un significato allora nostra vita punto e risaputo come molti abbiano perso la volontà di vivere virgola e abbiano smesso di provarci, presso significato e sfuggito loro. La comprensione del significato della propria vita non viene improvvisamente acquisita a una particolare età , neppure quando la persona raggiunto la maturità cronologica. Al contrario virgola e l’acquisizione di una sicura comprensione di quello che può o dovrebbe essere il significato della propria vita a costituire il raggiungimento della maturità psicologica. E questo conseguimento è il risultato di un lungo processo di sviluppo: ad ogni età noi cerchiamo virgola e dobbiamo essere in grado di trovare una pur modica quantità di significato conforme al modo in cui le nostre menti e il nostro intelletto si sono già sviluppati.”[1]

L’uomo che ha sviluppato una psicoanalisi infantile originale, l’uomo che se ne va perché i fantasmi del passato non gli permettevano di continuare a vivere, è nelle sue righe colui che mi sembra sintetizzare un tratto del percorso che di mese in mese ci accingiamo a percorrere. Attraverso la domanda di cura dell’infanzia, attraverso la narrazione di archetipi poggiati nelle profondità dell’immaginario delle generazioni, cerchiamo di dare voce al sintomo che si nasconde dietro il disagio, in primis il nostro naturalmente. Se siamo qui è perché non si è disponibili a rinchiudere l’incontro con l’infanzia, l’adolescenza, la maturità e sempre più spesso l’età che conclude la vita, al solo attimo della seduta. Quel momento se ben strutturato, si popola di una moltitudine di voci, di segni, appena percepibili. Sarà per questo motivo che da qualche mese circolano narrazione di fiabe popolari che divertendo, alludono ad altro.

“Certo a livello manifesto le fiabe hanno poco da insegnare circa le specifiche condizioni della vita nella moderna società di massa; queste storie furono create molto tempo prima del suo avvento. Ma esse possono essere più istruttive e rivelatrici circa i problemi interiori degli esseri umani e le giuste soluzioni alle loro difficoltà in qualsiasi società, di qualsiasi altro tipo di storia alla portata della comprensione del bambino. Dato che il bambino nel momento della sua vita esposto alla società in cui vive, imparerà senza dubbio a destreggiarsi con le condizioni che le sono proprie, posto che le sue risorse interiori glielo permettano.” [2]

Punto secondo.

Quali siano oggi le condizioni che ci permettono di vivere e come possiamo identificare le strutture emotive e cognitive che possano configurare un domani, se prima era incerto, con la pandemia è impresa titanica.

Per questo ricorriamo al medioevo della nostra civiltà, periodo della vita interiore delle generazioni occidentali, dentro il quale affonda le sue radici l’immaginario dei nostri sogni. Le fiabe non insegnano il come ridare voce al mutismo selettivo, le fiabe non affrontano il nodo della perdita di desiderio di vita che la psicosi depressiva induce in giovani fino a portarli a forme suicidarie, la fiaba non restituisce l’appetito nei corpi emaciati degli anoressici come delle anoressiche, ma la fiaba parla a noi affinché non ci perdiamo al primo tramonto nel bosco.

È evidente a tutti noi come le scelte che andiamo facendo nella lotta quotidiana all’invisibile, ci abbia condotto a cercare nell’immagine del soldato il miglior antidoto possibile alla paura. Gilbert Durand ci direbbe che nel momento in cui l’invisibile ci assedia, il nostro immaginario trova il rimedio nella spada che tagliando l’oscurità, fa luce. Né più né meno ciò che professavano le pubblicità dei detersivi pieni di fosfati degli anni 60 in cui il pulito arrivava attraverso lampi di luce, né più né meno nella ricerca dell’illuminismo di poter raccogliere tutta la cognizione umana in un vocabolario enciclopedico che permettesse all’uomo di trovare le parole quando esse cadevano nell’oscurità.
Tutto ciò è evidente nella storia, ma non è mai la storia a renderci coscienti di ciò che accade, in quanto abbiamo necessità di poter credere e la credenza si poggia sulla rimozione nell’inconscio.

“Nel bambino o nell’adulto, l’inconscio è un potente fattore determinante di comportamento. Quando l’inconscio viene represso e al suo contenuto viene negato l’accesso alla coscienza, alla fine la mente conscia della persona viene in parte sopraffatta da derivati di questi elementi inconsci, oppure costretta a mantenere su di essi un controllo così rigido e coattivo che la sua personalità può risultarne gravemente paralizzata. “[3]

Un giovane uomo, alle prese con un groviglio di cambiamenti, cercava di convincermi che il lavoro che stavamo svolgendo assieme gli avrebbe offerto una corazza di coraggio. Gli ho fatto notare che se lui fosse entrato con una corazza io mi sarei spaventato perché avrei pensato che ci fosse un pericolo da cui si difendeva e da cui mi sarei dovuto difendere anche io.

Si è convinto che non gli serve una corazza ma solo del coraggio.

Punto terzo.

Freud inizia studiando le isterie in quanto esse favorivano la possibilità di dare voce a un femminile che coraggiosamente paralizzava il suo corpo per renderlo solo immaginario e toglierlo così dal godimento della società e immolarlo a un Altro, la cui legge si poteva decriptare attraverso la drammatizzazione della seduta. Non sono il primo e non sarò l’ultimo a riconoscere nella stanza di Freud la costruzione di una messa in scena dell’osceno attraverso il sogno. E nel sogno Emma come Dora può affidare a un altro il lato oscuro della propria sessualità.

Anche noi siamo scriviamo scene, con chi accede alle nostre stanze, scene che permettano la rappresentazione dell’osceno o meglio di ciò che è ob-sceno, come afferma Duez, cioè fuori dalla scena. E torniamo all’invisibile.

“La cultura dominante preferisce fingere, soprattutto quando si tratta di bambini, che il lato oscuro dell’uomo non esista, e professa di credere in un’ottimistica filosofia del miglioramento. La stessa psicanalisi è vista come un sistema per rendere facile la vita: ma non era questo l’intendimento del suo fondatore. La psicanalisi fu creata per consentire all’uomo di accettare la natura problematica della vita senza esserne sconfitti o cercare di evadere dalla realtà. Freud prescrive che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l’uomo può riuscire a trovare un significato la sua esistenza.”

Punto quarto.

Quando la rappresentazione è definitivamente fissata alla pulsione, il meccanismo della rimozione nasconde entrambe al soggetto. “Se la pulsione non fosse ancorata a una rappresentazione o non si manifestasse sotto forma di uno stato affettivo, non potremmo sapere nulla di essa” cito testualmente da Freud.

Sappiamo che la rimozione trasforma la meta della pulsione in sintomo e i sintomi divengono facilmente stili di vita, divise di eserciti inesistenti ma uniti sotto la stessa bandiera, come il trovarsi giovanissimi uniti in bande senza un motivo che possa essere parlato.

Quando proponiamo la ripresentazione del sogno nel gruppo di psicodramma, ritengo sia temporaneamente permesso uno slegamento tra pulsione e meta della pulsione stessa, attraverso il lavoro del transfert. Tale movimento, il cui costo è da manovra economica di stato,  fa apparire vuota la cornice dell’emblema per cui il soggetto si è fin lì battuto, da cui è stato battuto ma per cui continua a battersi, sia nel disagio sociale come nei sintomi psichiatrici.

Uso il termine ripresentazione perché il sogno si è presentato solo una volta in forma originale e nel gruppo di psicodramma assistiamo a una messa in scena del racconto del sogno la cui domanda nascosta, la direzione della pulsione o desiderio, spesso è visibile in un primo tempo soltanto ai partecipanti al gruppo e poi al soggetto narrante, prova dell’opera della rimozione.

Dice Lacan nel seminario XI “Ciò che si guarda è ciò che non può vedersi”

Lottare per la propria insegna porta il combattente a non poter vedere ciò per cui lotta con il ripetersi di continue ferite che il combattente si infligge per dare senso alla sua sconfitta. Sto pensando alle vere e proprie torture che gli adolescenti possono infliggersi con caparbietà e vero godimento perverso per un lungo tempo fin quando, il dispositivo analitico, individuale e in gruppo di psicodramma analitico, svuota di significato l’emblema. Quando il dispositivo psicoanalitico rende finalmente osservabile il campo di battaglia, perché lo sguardo non è attratto da quell’unica visione ma è distratto dal transfert con l’analista, è allora che il soggetto può pensare di non dover dedicare tutta la sua anima e il corpo alla divisa, alla bandiera nella quale si riconosceva senza saperlo. In quel momento timidamente volge lo sguardo all’altro. È in quel istante che il vessillo del proprio sintomo si mostra bucato, permettendo al bambino come all’adulto di riconoscersi mancante. E se non sono completo, avrò necessità di accedere ai nomi, ai simboli, alla poesia, al disegno, alla letteratura, all’arte, a passeggiare per sentieri di montagna per trovare nomi per fare di un buco un’asola, un ricamo, una tovaglia a tombolo.

Sono arrivato al punto quinto: riconoscere il desiderio.

Sulla rivista Funzione Gamma, Duez scrive:

“Io riporto ogni partecipante alla propria specificità come potenziale destinatario di questo transfert. Conseguentemente, ciascuno può dare la propria interpretazione di ciò che sta accadendo. Il soggetto narcisistico non solo perde il suo specifico posto ma può sentire e sopportare il diverso legame psichico con ciascuno.” Da una parte questo tipo di transfert attualizza i legami sociali psichici primari, consentendo a queste personalità di esperire l’appoggio con gli altri e sugli altri.”[4]

Chi cercava la propria identità nella ripetizione di un’analisi del sangue nel gruppo ha cominciato a riconoscere il proprio nome come degno di essere chiamato. Chi sta cercando solo sul monitor di un cellulare o sulle pagine di un libro la propria identità, nel gruppo credo possa trovare una via di uscita dell’incubo della anomia.

Per tornare e concludere sulle fiabe, suppongo che davanti all’ignoto stiamo ricorrendo allo strumento di interpretazione dell’inconscio più antico creato dall’uomo, dopo i miti.
Le fiabe ci inducono a prendere il posto dell’eroe come del derelitto, siamo bestie come damigelle, ci aggiriamo per castelli come orridi boschi, in pratica ci possiamo permettere di essere. Come nel transfert tra fratelli e sorelli di un incontro al mese, in cui l’altro non è lì a stabilire cosa abbiamo fatto o avremmo potuto fare, ma sta a indicare a come non riempiere di buon senso la mancanza.

E sono certo di non essere arrivato a una conclusione.

 

[1] B. Bettelheim – Il mondo incantato – Feltrinelli

[2] Idem p. 11

[3] Idem p. 13

[4]             da Funzione Gamma n. 13 B. Duez:

– “Molto spesso io chiedo ai pazienti o partecipanti quale parte di quello che è immaginato, messo in scena o discusso considerano come appartenente a loro stessi. Richiamandomi ai giudizi assegnati, io riporto ogni partecipante alla propria specificità come potenziale destinatario di questo transfert. Conseguentemente, ciascuno può dare la propria interpretazione di ciò che sta accadendo. Il soggetto narcisistico non solo perde il suo specifico posto ma può sentire e sopportare il diverso legame psichico con ciascuno

Da una parte questo tipo di transfert attualizza il legame sociali psichici primari, consentendo a queste personalità di esperire l’appoggio con gli altri e sugli altri. “ p. 11

– Il transfert topico è diretto verso il gruppo interno proprio dello psicoanalista, in quanto parte integrante della scena interna del paziente. È per questa ragione che lo psicoanalista per la maggior parte del tempo non è consapevole di questa meta e viene psichicamente sovrastato dal carico pulsionale. Questo carico è sostenibile esclusivamente se lo psicoanalista può diffrangerlo tra i suoi diversi gruppi interni finché la scena di sfondo, attiva attraverso il transfert topico, diventa sufficientemente sgombra, diffratta, sedimentata e collegata con l’apparato psichico dello psicoanalista. p. 13

– L’oscenalità è una configurazione psichica che deriva dalla prima invariabilità di fronte alla quale si trova il soggetto: io mi riferisco all’invariabilità di ciò che circonda lo psichico collettivo.

– tracce mnestiche dell’iniziale legame psichico di costanza somatica: l’oggettualità (il sistema delle relazioni oggettuali) è la configurazione psichica che risulta dall’altra prima invariabilità: mi riferisco al bisogno della presenza di qualcuno che si prenda sufficientemente cura di noi, per sopravvivere fisicamente e psichicamente e per crescere.

Collegando configurazioni, lo psicodramma rende possibile evidenziare le differenti tendenze esistenti tra queste configurazioni primarie. p. 14

Incontro di Polivisione del 22 gennaio 2021 h 19,00

C'est Polyvision! vu par Abel GancePrima traccia per il nuovo incontro di Polivisione con lo Psicodramma analitico.
“Quel che è accaduto nel Game è che l’ego di miliardi di singoli umani è stato alimentato quotidianamente con delle super vitamine, in parte generate dai tool che moltiplicavano le sue abilità, in parte sviluppato dai ripetuti parricidi che commetteva liberandosi dalle élite. Una nuova consapevolezza di sé è salita in superficie nella coscienza di milioni di individui che non erano abituati a immaginarsi in quel modo […]Dunque, ipertrofia dell’ego. O meglio: ricostruzione dell’ego, perché alla fine quel che l’insurrezione digitale ha ottenuto di restituire alla gente è la robustezza dell’ego che in precedenza era riservata alle élite, e che le élite non hanno mai considerato un’ipertrofia, ma la equilibrata articolazione delle proprie capacità. Quindi: restituzione dell’ego, chiamiamola cosí. Fatta con tremenda abilità, dovete capire. Una caratteristica geniale dei tool digitali è che, oltre ad alimentare il nostro ego, hanno anche fornito a quell’ego una sorta di habitat protetto, un terreno soft dove poter crescere senza rischiare troppo” A.Baricco, The Game