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Polivisione 10-09-21

Polivisione

attraverso il dispositivo dello

psicodramma analitico.

“ Sostenere la tensione del desiderio.”

venerdi 10 settembre ore 19-20,30 incontro “aperto”.

IIL SOGNO DI CHAGALL IN UNA MOSTRA SPETTACOLO.
Si consiglia lettura dell'articolo.

Riprendono gli appuntamenti con la “polivisione” attraverso il dispositivo dello psicodramma analitico.

Prosegue la ricerca del gruppo di lavoro dello studio Nuovi Percorsi che, all’indomani del lockdown del 2020, spostatosi nell’online, ha iniziato ad indagare la dimensione del soggetto e del gruppo nella presenza/assenza del digitale e gli effetti sulla relazione di cura.

Se in primo tempo il tema dominante dei nostri incontri è stato la “dispensa”, come a tratteggiare un bisogno di protezione, ripiegamento ma anche valorizzazione delle proprie risorse interne, l’ultimo anno di lavoro ha visto il nostro gruppo di lavoro confrontarsi con la fiaba, la violenza e la questione della legge. Forse la nostra comunità, che nei mesi ha accolto via via nuovi partecipanti, sta immaginando nuovi miti, nuove forme, nuovi sogni per “pensare” questo nostro contemporaneo così precario, incerto e instabile.

Ci sostiene la tensione del desiderio. Desiderio di incontro, di ricerca, di confronto, di erranza e smarrimento, verso articolazioni inedite e sorprendenti della parola e del discorso e del loro intreccio con la pratica clinica e l’elaborazione teorica, come nutrimento essenziale della relazione di cura.

Sono previsti otto incontri a partire da settembre 2021 fino a giugno 2022. Sei appuntamenti saranno online mentre gli incontri di febbraio e giugno si terranno in presenza, rispettivamente a Roma e sul territorio pugliese.

Come nostra modalità di lavoro alterneremo incontri dedicati a tutte le professioni coinvolte nella relazione di cura (psicologi, psicoterapeuti, terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, neuropsichiatri ecc,) e centrati quindi sulla clinica, a incontri “aperti” a tutti coloro i quali abbiano l’interesse e la curiosità di interrogarsi e interrogarci sui temi che la “cura” pone alla società e al legame sociale.

Primo appuntamento: venerdi 10 settembre ore 19-2030 incontro “aperto”. I successivi appuntamenti online saranno sempre di venerdi ma con orario 20 – 21.30. Per gli appuntamenti in presenza saranno pubblicati nei prossimi mesi aggiornamenti sulle modalità di partecipazione e sulla organizzazione delle giornate.

Calendario prossimi appuntamenti

1 OTTOBRE (incontro clinico) ore 20-21,30

5 NOVEMBRE (incontro aperto) ore 20-21,30

3 DICEMBRE (incontro clinico) ore 20-21,30

5 FEBBRAIO IN PRESENZA (ROMA)  sabato ore 9,30-15,30 e 15,00-17,00

11 MARZO (incontro aperto) ore 20-21,30

8 APRILE (incontro clinico) ore 20-21,30

11 GIUGNO IN PRESENZA (PUGLIA)  sabato orario da definirsi.

Contatti:
dott. Nicola Basile 3296322722
email nuovipercorsiviaborelli@gmail.com

Polivisione 11 giugno 2021 h 19,00 – 20,30

L’incontro di chiusura della Polivisione prima della pausa estiva porta a riflettere sul percorso fatto insieme e sul desiderio che ci ha mossi nel procedere fin qui.

L’occasione è delle più spiazzanti e impensabili: il nuovo percorso della Polivisione è stato impresso dalla pandemia, costringendoci a un lungo periodo di emergenza che ha sovvertito il modo conosciuto di muoverci nel mondo e di stare con l’altro.   Sono entrati nella vita quotidiana il timore del contagio, la dimensione del traumatico, dell’attacco invisibile dall’esterno, facendoci incontrare il perturbante, tema emerso a più riprese e sotto forme diverse nei nostri incontri.

Il concetto di “Perturbante”, introdotto in ambito psicologico per la prima volta dallo psichiatra tedesco Ernst Jentsch nel 1906, è stato sviluppato da Freud nel suo saggio del 1919 dal titolo “Il Perturbante”( “Das Unheimlich”).

A questo concetto Freud aveva già fatto riferimento in una breve nota di “Totem e Tabù” (1912-13, pag.92), parlando del “modo di pensare animistico”. Il significato di tale termine ricade sotto la categoria semantica dello “spaventoso”, del “terrifico”, e tende a coincidere con tutto ciò che ci disgusta, ci offende, ci spaventa, dando così una forma ad un’esperienza emotiva che fa vacillare momentaneamente le nostre certezze acquisite, le nostre consuete categorie di interpretazione del mondo. L’interesse di Freud per quest’area dell’esperienza umana si focalizza in particolare intorno a quelle produzioni artistiche e letterarie che maggiormente fanno leva sull’evocazione del “soprannaturale” e dello spaventoso per coinvolgere il lettore/fruitore e condurlo verso un’esperienza emotiva micro-traumatica nella quale l’affetto principalmente indotto è appunto quello della paura.

Freud riprende la teorizzazione di Jentsch ed estende la lettura del fenomeno in chiave psicoanalitica prendendo anch’egli come esempio di analisi critica il racconto di E T.A. Hoffmann, “Il mago sabbiolino” (1815).
Questo racconto incluso nella raccolta “I notturni”, viene interpretato da Freud come rimando letterario all’angoscia infantile di castrazione, poiché mette in scena il mostruoso personaggio del Mago Sabbiolino, entità maligna capace di cavare gli occhi ai bambini che non vogliono dormire, nonché di darli in pasto ai suoi figli a loro volta esseri mostruosi dotati di becchi curvi.

A partire dall’analisi del racconto di Hoffmann, Freud costruisce una sua teoria del Perturbante riconducendo tale fenomeno emotivo all’azione della rimozione, o per meglio dire del “ritorno del rimosso”.
Attraverso un’accurata indagine filologica della parola “Unheimlich” (Perturbante), che in tedesco significa “non familiare, estraneo, non usuale”, Freud sottolinea tuttavia nel suo opposto, “Heimlich” il significato collaterale di “tenuto nascosto, celato, segreto”, oltre che il significato più consueto di “familiare”o “intimo”.
Se l’”heimlich” è ciò che è familiare ma “tenuto nascosto”- rimosso, l’ ”Unheimilch” è dunque lo svelamento del rimosso, e in ciò stesso risiede la sua natura traumatica, ansiogena e disturbante.

Il Perturbante freudianamente inteso agisce proprio a questo livello, come teoria traumatica, cioè come tentativo dell’Io di creare una “formazione di compromesso”, per “darsi una ragione”, per tollerare l’angoscia che invade i suoi confini, e per tentare di ristabilire la propria omeostasi narcisistica.

Il Perturbante quindi, nell’esperienza estetica, sembra riuscire a condensare questo duplice movimento intrinseco alle parti più primitive della mente del soggetto: da una parte evoca la morte dell’Io mediante una evocata frantumazione dei suoi confini; dall’altra genera significazione, cioè un nuovo confine psichico, attraverso il lavoro della raffigurabilità

emotivo – immaginativa (funzione α). Il valore culturale, “transizionale” (Winnicott, 1971) del Perturbante, sembra cioè consistere in questa sua potenzialità continuamente decostruente e insieme costruttiva di un “confine”, di uno spazio mentale e culturale. Infatti, Il Perturbante si muove sempre sul confine della “rottura del senso”, e di questo confine fa tuttavia il suo luogo d’elezione ed esplorazione.

Ci piacerebbe che l’incontro di venerdì 11 giugno 2021 traesse energia creativa dalla rottura di senso a cui siamo e saremo esposti per indicare alla ricerca psicoanalitica possibili nuove forme del desiderio.

L’incontro si terrà su piattaforma meet.

Per ricevere le credenziali scrivere a: nuovipercorsiviaborelli5@gmail.com

Lasciare un messaggio con numero telefonico alla segreteria del numero 067020310.

L’incontro non è gratis, richiede il proprio lavoro di elaborazione.

Silvia Brunelli e Nicola Basile

occhi che osservano con dolcezza

INCONTRO CON L’OSSERVAZIONE DIRETTA

L’OSSERVAZIONE DIRETTA
E LA SUA APPLICAZIONE IN CAMPO EDUCATIVO
NELLO STUDIO REALIZZATO A BARCELLONA

organizzato in collaborazione con Studio Multidisciplinare Nuovi Percorsi, via Borelli 5 Roma
28 maggio 2021 h 19 – 20,30,  piattaforma meet

occhi che osservano con dolcezzaQuesto incontro presenterà come si è svolta un’esperienza di ricerca in ambito educativo e formativo in cui è stata utilizzata la metodica dell’osservazione diretta. Verrà illustrato ciò ha portato alla definizione di un modello di apprendimento che ha aiutato ad ampliare e modificare lo sguardo dell’adulto sull’infanzia.

Introduce il webinair: Nicola Basile – psicoanalista, membro didatta della SIPsA, che ha collaborato alla costruzione della Metodica dell’Osservazione Diretta.
L’esperienza verrà presentata dall’antropologa dott.ssa Pau Farras Ribas che ha svolto la ricerca.
Seguirà conversazione su esperienze di osservazione in ambiti educativi e formativi-

Per ricevere il link contattare i seguenti recapiti:
mail_nuovipercorsiviaborelli@gmail.com
Nicola Basile – 3296322722

Polivisione

14 maggio 2021

h 19,00 – 20,30

Testo di preparazione al seminario mensile

Lo scorso incontro di Polivisione, svoltosi il 23 aprile 2021, ci ha messo in contatto con un mondo adulto sordo e cieco che espone la bambina ad un trauma senza parole. Il contenuto del trauma, celato dall’inganno e serbato nel segreto, fa cadere nel buco dell’invisibile, l’incomprensibile che si scrive però sulla pelle dell’infanzia femminile e diventa sintomo impossibile da leggere. La bambina, divenuta adulta, cerca le parole che possano essere ascoltate, che producano un suono riconoscibile per trasformare il dolore e l’angoscia in uno spazio di vita.

Di una stanza si dice che è sorda quando le pareti assorbono bene il suono. Ciò che assorbe non permette di sentire? Se qualcosa arriva all’orecchio lo fa perché non ha posti in cui sparire. Il suono è un’energia che non si crea e non si distrugge, può solo cambiare forma. Assorbire vuol dire non sentire. Ma si può ascoltare? Serve un mezzo, come l’aria, perché il suono si mantenga e venga udito ma se questo mezzo manca, il suono si affievolisce fino a scomparire. L’aria è un elemento solo apparentemente vuoto, in realtà è uno spazio che sostiene e non fa cadere la parola, è senza il superfluo, non costringe ma veicola e accoglie.

Il terapeuta è forse un po’ come l’aria: non riempie lo spazio di cose proprie, non forza il paziente a dire ma resta pronto ad ascoltare e accogliere ciò che prende forma di seduta in seduta.  Durante l’incontro di Polivisione si è presentificato all’ascolto dei partecipanti un dialogo al femminile nel quale si cerca di articolare parole piene e scongelare emozioni bloccate dall’esposizione ad una oscenità che sporca sia chi la compie sia chi la subisce.

L’etimologia della parola osceno è dubbia ma le due più plausibili ipotesi etimologiche rimanda al verbo latino ob-scaervare (ob + scaervus = sinistro), cioè portare cattivo augurio, oppure al latino ob = a cagione di + coenum = fango, melma, sporco e, in senso lato, senza pudore, disonesto.
Se parlato tra due donne diventa denuncia, rimette distanza tra gli “oscenati” con l’introduzione di un terzo, la legge.

Il poter dare parole all’evento traumatico, permette di smascherarlo e portarlo fuori da sé attraverso il linguaggio; una “scrittura” che si fa esterna al corpo e per questo leggibile, pensabile.Quando le parole, prima di essere tali, sono segni incisi in profondità, masticati, nascosti, mistificati, esperiti senza poter essere compresi, di quale mezzo hanno bisogno per essere ascoltate? C’è bisogno di ordire quel dolore in una trama accettabile per poterne parlare, per dare aria al suono e farlo vibrare limitando l’onda d’urto su di sé. E se in questo incessante lavoro di traduzione, l’assorbimento è tale da non permettere al suono di essere udito? Le pareti assorbenti sono molteplici: quelle di chi parla tra paura, vergogna e senso di colpa, portando nel discorso tutto lo sforzo per essere altro dalla ferita, quelle di chi ascolta con le proprie orecchie e i propri discorsi che si accavallano al resto e poi la stanza, luogo sospeso che custodisce suoni, fantasmi, segni e sintomi. Di quanta aria c’è bisogno perché quattro orecchie, due bocche e due storie possano dare spazio e ascolto a ciò che viene detto o non detto?

Una rivoluzionaria street artist afghana, Shamsia Hassani, rappresenta volti di donna senza bocca e con gli occhi chiusi, per dare voce alle donne che non ne hanno per cultura, religione, politica.

La bambina, ora donna, non ha avuto modo di portare alla luce il suo grido, la sua narrazione perché non c’era qualcuno in grado di ascoltare il suo silenzio e ha iscritto in sé l’esperienza che porta oggi nella stanza di terapia. Esistono lingue diverse in cui ogni comunità si esprime ma il linguaggio può essere universale perché porta con sé un messaggio che può essere compreso oltre le parole. Bisogna, però, portarlo fuori e pulirlo dal fango e dalla malignità dell’oscenità per non identificarsi con esso.

dott.ssa Silvia Brunelli
dott.ssa Milena Ciano

Per partecipare:
recapito telefonico: dott. Nicola Basile 3296322722
mail: nuovipercorsiviaborelli5@gmail.com

Jung e lo Psicodramma junghiano

 

                                                 

Il Centro Didattico della SIPsA Aletheia, nell’ambito del proprio programma di divulgazione della  psicoanalisi e del dispositivo dello psicodramma analitico, in collaborazione con lo studio multidisciplinare Nuovi Percorsi di via Borelli 5, Roma, sabato 15 maggio, alle ore 10,00 su piattaforma Meet, è lieto di invitarvi all’incontro su “Jung e lo Psicodramma junghiano”.

Giacometti scultura

La dott.ssa Alessandra Corridore, Psicoterapeuta, Psicologa Analista con funzione di docenza CIPA, associato SIPsA, Docente di Psicologia Sociale della Famiglia presso l’Università degli Studi dell’Aquila ci introdurrà alla psicologia analitica e allo psicodramma junghiano, teatro d’immagini, “sacro temenos” in cui si intrecciano narrazioni e si attivano processi creativi della psiche individuale e di gruppo.

La discussione sarà coordinata dal dott. Nicola Basile, didatta SIPsA. In base al numero dei partecipanti si potrà avviare una breve sessione di psicodramma analitico.

Si consiglia lettura:

Il seminario terminerà alle 12,30.

Per partecipare richiedere il link, lasciando le proprie generalità e numero telefonico ad uno dei seguenti recapiti:

  •  nuovipercorsiviaborelli5@gmail.com;
  •  cell. studio Nuovi Percorsi: 3516369902
  •  cell. Nicola Basile: 3296322722
  •  tel. fisso Nuovi Percorsi: 067020310 (risponde segreteria automatica)

Cordiali saluti
dott. Nicola Basile
Responsabile Cd Aletheia SIPsA

Introduzione alla Polivisione del 23 aprile 2021 di Nicola Basile

Mi sono chiesto come mai emergano testi di fiabe sia durante il nostro incontrarci sul desiderio della cura, sia nelle rielaborazioni che Giuseppe e il sottoscritto stanno redigendo di volta in volta.
Insieme a ciò mi sono anche domandato quali siano gli elementi di metodo che vanno prendendo corpo tra un incontro e l’altro.

Punto primo.
Mentre andavo raccogliendo idee, rimaste allo stato latente, la memoria ha voluto che riprendessi in mano un vecchio libro, mai letto abbastanza, “Il mondo incantato” di Bruno Bettelheim.
Non ero affatto sicuro di cosa urgesse tra quelle pagine, la lettura e studio risaliva almeno a vent’anni fa.

Tra le pagine trovo mie sottolineature e così leggo quel che io stesso lasciavo in memoria all’altro, affinché il primo lo potesse dimenticare:
“Se speriamo di vivere non semplicemente di momento in momento ma realmente coscienti della nostra esistenza, la necessità più forte e impresa più difficile per noi consistono nel trovare un significato allora nostra vita punto e risaputo come molti abbiano perso la volontà di vivere virgola e abbiano smesso di provarci, presso significato e sfuggito loro. La comprensione del significato della propria vita non viene improvvisamente acquisita a una particolare età , neppure quando la persona raggiunto la maturità cronologica. Al contrario virgola e l’acquisizione di una sicura comprensione di quello che può o dovrebbe essere il significato della propria vita a costituire il raggiungimento della maturità psicologica. E questo conseguimento è il risultato di un lungo processo di sviluppo: ad ogni età noi cerchiamo virgola e dobbiamo essere in grado di trovare una pur modica quantità di significato conforme al modo in cui le nostre menti e il nostro intelletto si sono già sviluppati.”[1]

L’uomo che ha sviluppato una psicoanalisi infantile originale, l’uomo che se ne va perché i fantasmi del passato non gli permettevano di continuare a vivere, è nelle sue righe colui che mi sembra sintetizzare un tratto del percorso che di mese in mese ci accingiamo a percorrere. Attraverso la domanda di cura dell’infanzia, attraverso la narrazione di archetipi poggiati nelle profondità dell’immaginario delle generazioni, cerchiamo di dare voce al sintomo che si nasconde dietro il disagio, in primis il nostro naturalmente. Se siamo qui è perché non si è disponibili a rinchiudere l’incontro con l’infanzia, l’adolescenza, la maturità e sempre più spesso l’età che conclude la vita, al solo attimo della seduta. Quel momento se ben strutturato, si popola di una moltitudine di voci, di segni, appena percepibili. Sarà per questo motivo che da qualche mese circolano narrazione di fiabe popolari che divertendo, alludono ad altro.

“Certo a livello manifesto le fiabe hanno poco da insegnare circa le specifiche condizioni della vita nella moderna società di massa; queste storie furono create molto tempo prima del suo avvento. Ma esse possono essere più istruttive e rivelatrici circa i problemi interiori degli esseri umani e le giuste soluzioni alle loro difficoltà in qualsiasi società, di qualsiasi altro tipo di storia alla portata della comprensione del bambino. Dato che il bambino nel momento della sua vita esposto alla società in cui vive, imparerà senza dubbio a destreggiarsi con le condizioni che le sono proprie, posto che le sue risorse interiori glielo permettano.” [2]

Punto secondo.

Quali siano oggi le condizioni che ci permettono di vivere e come possiamo identificare le strutture emotive e cognitive che possano configurare un domani, se prima era incerto, con la pandemia è impresa titanica.

Per questo ricorriamo al medioevo della nostra civiltà, periodo della vita interiore delle generazioni occidentali, dentro il quale affonda le sue radici l’immaginario dei nostri sogni. Le fiabe non insegnano il come ridare voce al mutismo selettivo, le fiabe non affrontano il nodo della perdita di desiderio di vita che la psicosi depressiva induce in giovani fino a portarli a forme suicidarie, la fiaba non restituisce l’appetito nei corpi emaciati degli anoressici come delle anoressiche, ma la fiaba parla a noi affinché non ci perdiamo al primo tramonto nel bosco.

È evidente a tutti noi come le scelte che andiamo facendo nella lotta quotidiana all’invisibile, ci abbia condotto a cercare nell’immagine del soldato il miglior antidoto possibile alla paura. Gilbert Durand ci direbbe che nel momento in cui l’invisibile ci assedia, il nostro immaginario trova il rimedio nella spada che tagliando l’oscurità, fa luce. Né più né meno ciò che professavano le pubblicità dei detersivi pieni di fosfati degli anni 60 in cui il pulito arrivava attraverso lampi di luce, né più né meno nella ricerca dell’illuminismo di poter raccogliere tutta la cognizione umana in un vocabolario enciclopedico che permettesse all’uomo di trovare le parole quando esse cadevano nell’oscurità.
Tutto ciò è evidente nella storia, ma non è mai la storia a renderci coscienti di ciò che accade, in quanto abbiamo necessità di poter credere e la credenza si poggia sulla rimozione nell’inconscio.

“Nel bambino o nell’adulto, l’inconscio è un potente fattore determinante di comportamento. Quando l’inconscio viene represso e al suo contenuto viene negato l’accesso alla coscienza, alla fine la mente conscia della persona viene in parte sopraffatta da derivati di questi elementi inconsci, oppure costretta a mantenere su di essi un controllo così rigido e coattivo che la sua personalità può risultarne gravemente paralizzata. “[3]

Un giovane uomo, alle prese con un groviglio di cambiamenti, cercava di convincermi che il lavoro che stavamo svolgendo assieme gli avrebbe offerto una corazza di coraggio. Gli ho fatto notare che se lui fosse entrato con una corazza io mi sarei spaventato perché avrei pensato che ci fosse un pericolo da cui si difendeva e da cui mi sarei dovuto difendere anche io.

Si è convinto che non gli serve una corazza ma solo del coraggio.

Punto terzo.

Freud inizia studiando le isterie in quanto esse favorivano la possibilità di dare voce a un femminile che coraggiosamente paralizzava il suo corpo per renderlo solo immaginario e toglierlo così dal godimento della società e immolarlo a un Altro, la cui legge si poteva decriptare attraverso la drammatizzazione della seduta. Non sono il primo e non sarò l’ultimo a riconoscere nella stanza di Freud la costruzione di una messa in scena dell’osceno attraverso il sogno. E nel sogno Emma come Dora può affidare a un altro il lato oscuro della propria sessualità.

Anche noi siamo scriviamo scene, con chi accede alle nostre stanze, scene che permettano la rappresentazione dell’osceno o meglio di ciò che è ob-sceno, come afferma Duez, cioè fuori dalla scena. E torniamo all’invisibile.

“La cultura dominante preferisce fingere, soprattutto quando si tratta di bambini, che il lato oscuro dell’uomo non esista, e professa di credere in un’ottimistica filosofia del miglioramento. La stessa psicanalisi è vista come un sistema per rendere facile la vita: ma non era questo l’intendimento del suo fondatore. La psicanalisi fu creata per consentire all’uomo di accettare la natura problematica della vita senza esserne sconfitti o cercare di evadere dalla realtà. Freud prescrive che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l’uomo può riuscire a trovare un significato la sua esistenza.”

Punto quarto.

Quando la rappresentazione è definitivamente fissata alla pulsione, il meccanismo della rimozione nasconde entrambe al soggetto. “Se la pulsione non fosse ancorata a una rappresentazione o non si manifestasse sotto forma di uno stato affettivo, non potremmo sapere nulla di essa” cito testualmente da Freud.

Sappiamo che la rimozione trasforma la meta della pulsione in sintomo e i sintomi divengono facilmente stili di vita, divise di eserciti inesistenti ma uniti sotto la stessa bandiera, come il trovarsi giovanissimi uniti in bande senza un motivo che possa essere parlato.

Quando proponiamo la ripresentazione del sogno nel gruppo di psicodramma, ritengo sia temporaneamente permesso uno slegamento tra pulsione e meta della pulsione stessa, attraverso il lavoro del transfert. Tale movimento, il cui costo è da manovra economica di stato,  fa apparire vuota la cornice dell’emblema per cui il soggetto si è fin lì battuto, da cui è stato battuto ma per cui continua a battersi, sia nel disagio sociale come nei sintomi psichiatrici.

Uso il termine ripresentazione perché il sogno si è presentato solo una volta in forma originale e nel gruppo di psicodramma assistiamo a una messa in scena del racconto del sogno la cui domanda nascosta, la direzione della pulsione o desiderio, spesso è visibile in un primo tempo soltanto ai partecipanti al gruppo e poi al soggetto narrante, prova dell’opera della rimozione.

Dice Lacan nel seminario XI “Ciò che si guarda è ciò che non può vedersi”

Lottare per la propria insegna porta il combattente a non poter vedere ciò per cui lotta con il ripetersi di continue ferite che il combattente si infligge per dare senso alla sua sconfitta. Sto pensando alle vere e proprie torture che gli adolescenti possono infliggersi con caparbietà e vero godimento perverso per un lungo tempo fin quando, il dispositivo analitico, individuale e in gruppo di psicodramma analitico, svuota di significato l’emblema. Quando il dispositivo psicoanalitico rende finalmente osservabile il campo di battaglia, perché lo sguardo non è attratto da quell’unica visione ma è distratto dal transfert con l’analista, è allora che il soggetto può pensare di non dover dedicare tutta la sua anima e il corpo alla divisa, alla bandiera nella quale si riconosceva senza saperlo. In quel momento timidamente volge lo sguardo all’altro. È in quel istante che il vessillo del proprio sintomo si mostra bucato, permettendo al bambino come all’adulto di riconoscersi mancante. E se non sono completo, avrò necessità di accedere ai nomi, ai simboli, alla poesia, al disegno, alla letteratura, all’arte, a passeggiare per sentieri di montagna per trovare nomi per fare di un buco un’asola, un ricamo, una tovaglia a tombolo.

Sono arrivato al punto quinto: riconoscere il desiderio.

Sulla rivista Funzione Gamma, Duez scrive:

“Io riporto ogni partecipante alla propria specificità come potenziale destinatario di questo transfert. Conseguentemente, ciascuno può dare la propria interpretazione di ciò che sta accadendo. Il soggetto narcisistico non solo perde il suo specifico posto ma può sentire e sopportare il diverso legame psichico con ciascuno.” Da una parte questo tipo di transfert attualizza i legami sociali psichici primari, consentendo a queste personalità di esperire l’appoggio con gli altri e sugli altri.”[4]

Chi cercava la propria identità nella ripetizione di un’analisi del sangue nel gruppo ha cominciato a riconoscere il proprio nome come degno di essere chiamato. Chi sta cercando solo sul monitor di un cellulare o sulle pagine di un libro la propria identità, nel gruppo credo possa trovare una via di uscita dell’incubo della anomia.

Per tornare e concludere sulle fiabe, suppongo che davanti all’ignoto stiamo ricorrendo allo strumento di interpretazione dell’inconscio più antico creato dall’uomo, dopo i miti.
Le fiabe ci inducono a prendere il posto dell’eroe come del derelitto, siamo bestie come damigelle, ci aggiriamo per castelli come orridi boschi, in pratica ci possiamo permettere di essere. Come nel transfert tra fratelli e sorelli di un incontro al mese, in cui l’altro non è lì a stabilire cosa abbiamo fatto o avremmo potuto fare, ma sta a indicare a come non riempiere di buon senso la mancanza.

E sono certo di non essere arrivato a una conclusione.

 

[1] B. Bettelheim – Il mondo incantato – Feltrinelli

[2] Idem p. 11

[3] Idem p. 13

[4]             da Funzione Gamma n. 13 B. Duez:

– “Molto spesso io chiedo ai pazienti o partecipanti quale parte di quello che è immaginato, messo in scena o discusso considerano come appartenente a loro stessi. Richiamandomi ai giudizi assegnati, io riporto ogni partecipante alla propria specificità come potenziale destinatario di questo transfert. Conseguentemente, ciascuno può dare la propria interpretazione di ciò che sta accadendo. Il soggetto narcisistico non solo perde il suo specifico posto ma può sentire e sopportare il diverso legame psichico con ciascuno

Da una parte questo tipo di transfert attualizza il legame sociali psichici primari, consentendo a queste personalità di esperire l’appoggio con gli altri e sugli altri. “ p. 11

– Il transfert topico è diretto verso il gruppo interno proprio dello psicoanalista, in quanto parte integrante della scena interna del paziente. È per questa ragione che lo psicoanalista per la maggior parte del tempo non è consapevole di questa meta e viene psichicamente sovrastato dal carico pulsionale. Questo carico è sostenibile esclusivamente se lo psicoanalista può diffrangerlo tra i suoi diversi gruppi interni finché la scena di sfondo, attiva attraverso il transfert topico, diventa sufficientemente sgombra, diffratta, sedimentata e collegata con l’apparato psichico dello psicoanalista. p. 13

– L’oscenalità è una configurazione psichica che deriva dalla prima invariabilità di fronte alla quale si trova il soggetto: io mi riferisco all’invariabilità di ciò che circonda lo psichico collettivo.

– tracce mnestiche dell’iniziale legame psichico di costanza somatica: l’oggettualità (il sistema delle relazioni oggettuali) è la configurazione psichica che risulta dall’altra prima invariabilità: mi riferisco al bisogno della presenza di qualcuno che si prenda sufficientemente cura di noi, per sopravvivere fisicamente e psichicamente e per crescere.

Collegando configurazioni, lo psicodramma rende possibile evidenziare le differenti tendenze esistenti tra queste configurazioni primarie. p. 14

Gerda e Kay….al-meno una madre ci sarà!

Cosa dovrebbe imparare di sé un bambino che legge questa favola così narrata?
Per essere capace di accedere a metafore, metonimie, all’uso dei simboli numerici, il nostro eroe dovrà investire il corpo della madre da pulsioni distruttive, immagini maligne, catastrofici sentimenti di impotenza, scissioni dualistiche in cui non c’è possibilità di riunione tra bello e brutto, buono e cattivo?
Proviamo a discuterne assieme venerdì 19 marzo alle ore 19,00 su piattaforma zoom. Introdurranno i dottori Nicola Basile e Giuseppe Preziosi. Seguirà elaborazione in setting di Psicodramma Analitico.
L’incontro fa parte dei seminari sulla Polivisione della SIPsA, organizzati dai centri didattici Apeiron e CRPA di Roma, in collaborazione con lo studio.
Per ricevere le credenziali scrivere a: nuovipercorsiviaborelli@gmail.com

Incontro di Polivisione del 22 gennaio 2021 h 19,00

C'est Polyvision! vu par Abel GancePrima traccia per il nuovo incontro di Polivisione con lo Psicodramma analitico.
“Quel che è accaduto nel Game è che l’ego di miliardi di singoli umani è stato alimentato quotidianamente con delle super vitamine, in parte generate dai tool che moltiplicavano le sue abilità, in parte sviluppato dai ripetuti parricidi che commetteva liberandosi dalle élite. Una nuova consapevolezza di sé è salita in superficie nella coscienza di milioni di individui che non erano abituati a immaginarsi in quel modo […]Dunque, ipertrofia dell’ego. O meglio: ricostruzione dell’ego, perché alla fine quel che l’insurrezione digitale ha ottenuto di restituire alla gente è la robustezza dell’ego che in precedenza era riservata alle élite, e che le élite non hanno mai considerato un’ipertrofia, ma la equilibrata articolazione delle proprie capacità. Quindi: restituzione dell’ego, chiamiamola cosí. Fatta con tremenda abilità, dovete capire. Una caratteristica geniale dei tool digitali è che, oltre ad alimentare il nostro ego, hanno anche fornito a quell’ego una sorta di habitat protetto, un terreno soft dove poter crescere senza rischiare troppo” A.Baricco, The Game
C'est Polyvision! vu par Abel Gance

Polivisione 11 dicembre 2020

Una voce dalla caverna. Riflessioni per l’incontro di Polivisione del 11 dicembre 2020[1].

di Nicola Basile[2] e Giuseppe Preziosi[3]

 Nel pieno della seconda ondata, in un tempo in cui la luce di uscita dal tunnel sembra un timido luccicare in lontananza il gruppo recupera un immaginario da fiaba, di quelle favole classiche che fanno veramente paura, che non hanno le forme solo di principesse ed eroine ma di orchi, inciampi, divoramenti, cuori gelidi, abbandoni. L’immagine inaugurale della nostra riflessione forse può essere quella descritta da Silvia nel suo caso, di un bimbo gettato nel gruppo, senza nessuna mediazione, nessun accompagnamento, come un Pollicino, un Hansel senza Gretel, una Gerda senza Kay, un soldatino di stagno spinto in mare.
Il gruppo si affida alle favole, miti primordiali. Racconti che non eludono la questione della morte, dell’aggressività, della vendetta. A differenza dei videogiochi moderni per esempio, che mi sembra abbiano un diverso tipo di narrazione, che ha a che fare con l’obiettivo, il nemico, il successo e non si muore mai in fondo, si ricomincia sempre finché l’ostacolo non è superato, un diverso tipo di voce accompagna questa narrazione.

La seduta recupera un’altra voce, la possibilità di farne tana, caverna, nascondiglio, contenimento. È “appellarsi” forse a quella parte di corpo più intima che però più si avvicina ad una perdita: la voce sempre perduta appena si manifesta, elemento di alterità ma anche elemento unico, soggettivo, irripetibile. La voce scava una cavità, definisce un luogo, quando siamo all’interno della caverna originaria una voce ci avverte di altro che accade al di fuori, una voce che forse può iniziare a raccontarci come è la vita al di là della caverna. In questo passaggio al digitale, ridotti ad immagini, forse abbiamo più fiducia nelle voci, forse già abituati al telefono da decenni. Attraverso microfoni, cuffie, distorsioni, storture forse crediamo di recuperare qualcosa di autentico, e arcaico, del nostro rapporto con l’Altro nella voce.

Abbiamo interrogativi faticosi: perché, ad esempio, tanti giovani ragazze e ragazzi, detti hijkkimori, decidono di segregarsi nelle loro stanze e abbandonarsi all’incuria del corpo, perdersi nel degrado, come in postmoderne torri di un castello inespugnabile? Quale drago feroce li chiude dentro o tiene fuori gli altri? E noi, siamo immuni a questo fascino? perché poi, in fondo è stato così facile cedere alla nostra libertà e alle nostre vite, e chiuderci nelle nostre tane?

Un messaggio ci arriva da uno di questi rifugi, una voce:

Il mio cielo è in una stanza, tu mi racconti, mi racconti un racconto, che è caduto in un aldilà delle mura della mia stanza. Sono qui dal tempo del piacere senza fine, passando da video, in video. Il mio aldilà si trova in un tempo impreciso e in un luogo molto sicuro, una stanza.

In una stanza sa stare anche tutto il cielo, nella stanza si vive al di là di ogni relazione, al di là dell’odore dell’altro che puzza, al di là dell’altro che occupa lo spazio, immaginando l’altro che potrebbe offrirti una carezza e domani negarla.

Del domani non c’è certezza, non si sa, quindi perché attendere una carezza quando la posso immaginare, la posso addirittura allucinare?

Se la pelle del mio viso è una buona maschera per uno, non ci sarà necessità di te Altro, che potresti tra un istante non esserci più.

Io voto per tutti e per me stesso, non c’è mai conflitto nella mia stanza, Onu dei miei pensieri, che di ogni distinta nazione fa assemblea che deve votare all’unanimità, portando tutte le distinzioni a uno/1, cioè una perfetta totalità, senza incrinature.

La mia assemblea è tra un letto e un monitor, tra una cuffia e un film residente in un server in Alaska.

Sono uscito dalla parzialità di essere chiamato per decidere chi amare. Indosso un’unica maschera, quella che mi hanno assegnato senza che mi dicessero cosa farci. La porto da tempo ma non è mai stata mia, non sono riuscito a modellarla abbastanza affinché potessi riconoscere in lei anche una minima parte della mia manifattura.

Le mie mani non riescono a staccare la maschera dalla mia pelle.  Così prendo a prestito quelle maschere liquide che passano tra un sequel e l’altro di una serie infinita di ripetizioni.

Ma quelle maschere, bidimensionali non mi tolgono il senso di pienezza, di noia che avvolge tutto il cielo dentro la mia stanza.

Quotidianamente l’Onu mi invia i pacchi per rifugiati, piovono dal cielo senza che io li richieda, ci pensa l’Altro a soddisfare le mie richieste, non lo chiamo e non mi interroga, non richiedo e lui non chiede in cambio nulla.

L’uno è l’Onu, traslitterazione senza mancanza, e per entrambi sono solo una maschera lascito dell’altro di cui prendersi cura per dare un compito all’istituzione celeste.

Com’è avvincente l’irradiamento di quei di quei raggi bluastri che sanno di sottrazione del femminile, ottenuto per raffreddamenti dai toni caldi. Sono i colori che dominano nel mio cielo, colore che viene dal freddo, colore che io tengo per sottrazione dal femminicidio, dall’autismo. La mia lunghezza d’onda visibile è il colore del cielo, quello che naturalmente posso scorgere dalla mia finestra in led. Il colore blu lo ottengo miscelando e sottraendo il ciano e il magenta[4].

La maschera sotto le radiazioni s’irrigidisce e si trasforma, senza che io possa fare nulla perché non avvenga, in maschera mortuaria dell’eroe che giace tra il pianto dei suoi eredi che hanno chiuso il feretro.

Le radiazioni bluastre tingono il ricordo di freddo mentre intorno al feretro scorrono simboli dell’infanzia, dove il piombo fuso si fa soldatino in guerra, anzi impegnato nella guerriglia, con strane regole d’ingaggio che lo vuole eroe isolato tra isolati sempre sull’attenti.

A pensarci bene dentro il blu di una fiamma ritroverei il massimo di calore ma non posso accedere che a sorgenti fredde di luce.

C’era la mia vita una volta e in quel c’era io ci sono rimasto, immobile, immobilizzato in un arco di tempo che non scocca mai la sua freccia, un arco che non sa di nascita ma solo di continuità eterna, come quella filastrocca in cui “c’era una volta un re, che chiedeva alla sua schiava, raccontami una storia” senza che la storia non vada mai oltre la schiava che racconta di un re, che chiede alla sua schiava di raccontargli una storia.

Hansel, Gretel, il soldatino di piombo, stanno lì pronti a ripetere che la loro storia, dentro la caverna platonica, dentro l’utero materno, dentro e non fuori, si svolga in un video, di cui è stato perso la funzione stop e si riavvolge per riprendere instancabile.

C’erano una volta delle statue di cera fuse nel fuoco che raffreddate, hanno perso l’unità della materia e restano immobili nel museo in attesa di un visitatore, raro al tempo del covid.
C’era una volta uno zoppo soldatino di stagno, zoppo come Andersen, che per ritrovare la sua amata deve fondersi con lei nel fuoco magico donatogli da una fata, altrimenti sarebbe stato per sempre l’uno separato dall’altro.
La fata, forse la terapeuta, forse la terapia, li salva dall’invidia del diavolo giocattolo riunendoli in un’unica fusione amorosa che di loro lascia solo un piccolo emblema, una favola che va raccontata, in cui l’uno non è separato dall’altro.

A cercare l’invidioso diavolo della favola sul web, bisogna stare particolarmente attenti forse per un certo timore. Per fortuna il gioco infantile non teme il diavolo e c’è sempre un deus ex machina nella tragedia.

L’epilogo di Andersen è che ad amare il rischio è proprio quello di essere soldatini in guerra contro lo sguardo del video, video che entra nella stanza, video che fa luce nella caverna calda e accogliente della madre lingua, cavea in cui risuonano echi indistinti, da ripetere al di là del tempo, per non esser più parlati dal taglio paterno. Sempre Anderson ci avvisa che per amare è necessario stare attenti.

Adesso vi racconto un racconto accaduto al di là del tempo, in un video in cui c’era una storia sola, in cui una madre parla alla sua bambina, che sa di esser da lei parlata ma che non può tagliare la narrazione in alcun modo. Al soldatino di piombo è stata tagliata una gamba. Il racconto sa di ossa, ossa dure da separare. E così riprendiamo il 11 dicembre 2020.

Per iscriversi chiamare il 067020310 e lasciare un messaggio in segreteria con i propri dati o inviare mail a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com.

[1] Il testo è la rielaborazione dell’incontro di Polivisione del 20/10/2020 organizzato in collaborazione con la SIPsA.

[2] Membro didatta della SIPsA, fondatore dello studio Nuovi Percorsi di Roma, nibasile@libero.it

[3] Membro titolare della SIPsA, facente parte dell’equipe dello studio Nuovi Percorsi di Roma, g.preziosi79@gmail.com.

[4]Nella codifica CMYK (ciano-magenta-giallo-nero), che si basa sulla miscelazione dei colori sottrattiva, il colore blu è rappresentato come il colore ottenuto dall’addizione del ciano e del magenta, ovvero dalla quadrupla (100; 100; 0; 0), dove le componenti del ciano e del magenta presentano il valore massimo (100) mentre i componenti del giallo e del nero presentano valori nulli (0). https://it.wikipedia.org/wiki/Blu

 

C'est Polyvision! vu par Abel Gance

Polivisione 20 novembre 2020


Incontro di “Polivisione”
con il dispositivo dello Psicodramma Analitico”…
affinché la parola della clinica, dell’incontro,
non resti privata del suo pubblico …
per proseguire nella ricerca di ciò che si nasconde. 
*20 Novembre 2020* h 19:00 – 20,30

Saremo sempre isole,
isolati dentro isole,
necessario isolamento.
Potete girare attorno
alla isola confine
non varcare.
È un confine che confina,
retaggio di quel confino,
marchio di Resistenza.

Questione che va dall’infanzia
alla terza e oltre età.
Pianto, lugere.
Vorresti riunirti a me?

Polivisione aperta a tutti coloro che hanno partecipato all’incontro del 23 ottobre e a un certo numero di invitati da parte dello studio. Il lavoro verterà sullo scandagliare cosa fa emergere in ciascun partecipante, prima di tutto soggetto desiderante in relazione con la società, la rielaborazione del caso clinico a cura delle dott.sse Silvia Brunelli e Silvia Salerno. Condurrà il gruppo prima in setting di discussione del caso e poi in setting di gruppo di psicodramma analitico, il dott. Giuseppe Preziosi.
Osserverà il dott. Nicola Basile.

Le iscrizioni necessarie per ricevere il topic di accesso, si possono fare inviando una mail a:
• nuovipercorsiviaborelli@gmail.com;
• lasciando un messaggio con nome, cognome e numero telefonico alla segreteria dello studio: tel. 067020310.
La partecipazione agli incontri non è gratuita: è richiesto il desiderio di mettersi in gioco e dare il proprio apporto culturale e professionale.

L’illustrazione: “L’isola dei giocattoli” di A. Savinio

C'est Polyvision! vu par Abel Gance

Riprendiamo gli incontri di “Polivisione” 2020 – 2021

Riprendiamo gli incontri di “Polivisione” con il dispositivo dello Psicodramma Analitico”… affinché la parola della clinica, dell’incontro, non resti privata del suo pubblico … per proseguire nella ricerca di ciò che si nasconde. (1)

Premessa

In questi ultimi mesi il nostro desiderio ha investito energie preziose e vitali per contrastare la pulsione di morte manifestatasi in modo esemplare attraverso la pandemia.
Il nostro compito, come quello che con entusiasmo portò alla scoperta della psicoanalisi di gruppo con Wilfred R. Bion (2), o che fece fare passi da giganti a Sandor Ferenczi (3) sulla pulsione di morte, non è quello di sostituire magicamente la psicoanalisi alla ricerca febbrile della medicina, alla corsa degli Stati per trovare leggi economiche che non calpestino la vita e che convivano con la democrazia, ma quello di rimodulare il conflitto che fa negare il limite, la negazione della morte, affinché la vita, la pulsione di vita possa affermare il suo carattere creativo.

Allo scopo di rendere visibile a un pubblico (4) accomunato dal piacere della psicoanalisi il vasto materiale prodotto nelle sessioni di polivisione, durante i mesi di lockdown, il gruppo di lavoro dello Studio Nuovi Percorsi di Roma, con sede in via A. Borelli 5, è all’opera per renderne possibile una lettura web. L’impegno editoriale è stato affidato al dott. Nicola Basile e alla nostra amica dott.ssa Viviana Sebastio (5). I curatori della pubblicazione si sono dati un tempo breve, dicembre 2020. I nostri auguri per il loro impegno.

Riprendiamo a partire da ottobre, il progetto di “Polivisione” della clinica, in stretta collaborazione con La Società Italiana Psicodramma Analitico (6) affinché la clinica sull’infanzia e l’adolescenza, arrechi pensiero alle attività umane che offrono crescita al soggetto uomo in sintonia con l’ambiente.

Calendario dei prossimi incontri in setting a distanza su piattaforma zoom

*23 Ottobre 2020* h 19:00
Polivisione per psicologi, psicoterapeuti, Terapisti della Neuro Psicomotricità dell’Età Evolutiva, logoterapisti, educatori di comunità, docenti.
Presenterà il caso clinico la dott.ssa Silvia Salerno.
Condurrà il gruppo prima in setting di discussione del caso e poi in setting di gruppo di psicodramma analitico, il dott. Nicola Basile. Osserverà il dott. Giuseppe Preziosi.

*20 Novembre 2020* h 19:00
Polivisione aperta a tutti coloro che hanno partecipato all’incontro del 23 ottobre e a un certo numero di invitati da parte dello studio. Il lavoro verterà sullo scandagliare cosa fa emergere in ciascun partecipante, prima di tutto soggetto desiderante in relazione con la società, la rielaborazione del caso clinico a cura delle dott.sse Silvia Brunelli e Silvia Salerno. Condurrà il gruppo prima in setting di discussione del caso e poi in setting di gruppo di psicodramma analitico, il dott. Nicola Basile. Osserverà il dott. Giuseppe Preziosi.

*11 Dicembre 2020* h 19:00
Polivisione per psicologi, psicoterapeuti, TNPEE, logoterapisti, educatori di comunità, docenti e a coloro degli invitati che siano interessati al pensiero psicoanalitico. Il dott. Giuseppe Preziosi e il dott. Nicola Basile presenteranno una rielaborazione clinica dei precedenti incontri, individuando alcuni nodi della teoria psicoanalitica che il lavoro ha fatto emergere. Condurrà il gruppo, prima in setting di discussione del caso e poi in setting di gruppo di psicodramma analitico, la dott.ssa Silvia Brunelli. Osserverà il dott. Nicola Basile.

Le iscrizioni necessarie per ricevere il topic di accesso, si possono fare inviando una mail a:
• nuovipercorsiviaborelli@gmail.com
• lasciando un messaggio con nome, cognome e numero telefonico alla segreteria dello studio: tel. 067020310.
La partecipazione agli incontri non è gratuita: è richiesto il desiderio di mettersi in gioco e dare il proprio apporto culturale e professionale.

Note

[1] Testo elaborato da N. Basile con l’editing di Viviana Sebastio su proposta del gruppo di lavoro sulla Polivisione dello Studio Nuovi Percorsi di via A. Borelli 5, Roma

[2] W. R. Bion – Esperienze nei gruppi – Armando editore

[3] https://www.spiweb.it/spipedia/ferenczi-miskolc-sandor/

[4] S. Gaudé – Sulla rappresentazione. Narrazione e gioco nello Psicodramma – Alpes Italia

[5] https://www.linkedin.com/in/vivianasebastiotraduzioni/

[6] https://sipsapsicodramma.org/

manifesto per il reclutamento

CHI CI RAPPRESENTA È ANDATO ALTROVE

Ero nello stesso 8 agosto di oggi, appena quattro anni fa e l’eccidio di Marcinelle allora come oggi richiedeva un pensiero generativo, non solo celebrativo per poter essere in pace domani. Scrivevo ai colleghi della Società Italiana di Psicodramma Analitico con cui condivido il piacere della ricerca nella psicoanalisi da oltre vent’anni per riflettere sui processi di migrazione, aspri allora come oggi. Affermavo che era necessario farlo per porre noi stessi nella condizione di “erranti”, di coloro che si pongono nella posizione di ricerca di un luogo in cui la vita quotidiana conosciuta non si possa considerare l'unica forma di esperienza possibile.
Il testo proseguiva così:
“Lo abbiamo pensato in tutti questi anni per porci nella condizione di ascolto dell'altrove che il sintomo psichico, la fatica di vivere, ci chiede di tradurre e chiede di poter trasformarsi in quadro, orizzonte, progetto, riconoscimento.
Esattamente sessanta anni fa morivano a Marcinelle 262 minatori divisi in ben 12 nazionalità di cui 136 italiani. Morirono a 975 metri sotto la terra e in quel momento erano i rappresentanti di ben tre continenti.
Un freddo elenco di deceduti per nazione, ci riporta a un Europa che era stata pensata a Ventotene, che vedrà a Roma i primi vagiti in quegli anni e che oggi ha necessità di un progetto di vita, come lo richiedono ancora i minatori di Marcinelle:
136 italiani; 95 belgi; 8 polacchi; 6 greci; 5 tedeschi; 3 ungheresi; 3 algerini; 2 francesi; 1 britannico; 1 olandese; 1 russo, 1 ucraino.
Cosa cercavano questi giovani tra le profondità della terra, questi giovani che tali sono rimasti da allora?
Ciascuno di loro sapeva che un luogo altro doveva esistere, un luogo che poteva dare corpo alle loro aspettative, ai loro sogni di niente, sogni che pensavano a un'esistenza altra di cui non potevano neanche delineare i contorni. È legittimo pensare che il desiderio di quella gente non riuscisse a esprimersi in forma di parola, essendo sempre collocato in un luogo altro dalla vita reale, essendo la loro parola, parola di servi che cercava il proprio linguaggio, la propria espressione, nel linguaggio dell'altro. Poi un giorno, quel desiderio, trovò espressione in una forma gentile: un manifesto rosa pallido. Su quel leggero foglio appeso tra i piccoli paesi del sud Italia, chi poteva leggeva, e molti chiedevano ai pochi di leggere, la speranza di un lavoro, di carbone per scaldarsi, di un premio per i figli, premio da trovare sotto la terra. E si, che di vita, sotto la terra, il nostro sud, come ogni sud della terra che s'incontrarono quel 8 agosto del 1956 in Belgio, molto sapevano.
Sotto la terra Proserpina scompare al suo amante per apparire solo nello splendore primaverile, sotto la terra si seppelliscono i morti perché sopra la terra i riti del lutto si possano esprimere in canti e cerimonie, sotto la terra si deposita il seme affinché nove mesi più tardi si posi il pane sul tavolo. E la terra era molto più vicina a tutti quei giovani di quanto non lo sia oggi sotto i piedi dei nostri giovani del 2016. Sotto la terra, quel popolo di giovani, non aspettava solo il buio, non aspettava una paga appena sufficiente per sfamare sé stessi e i propri cari, non aspettava di vivere in baracche che non potevano essere chiamate case, cercava il luogo atteso da una promessa di riscatto, passata di bocca in bocca attraverso le generazioni. Si mosse verso un luogo, annunciato da un manifesto rosa pallido, tintura della tipografia dell'epoca, che esprimeva, meglio di ogni altro strumento, il luogo altro che il desiderio non sapeva tradurre in parole, non essendo il desiderio stesso capace di trovarle. Il capitale utilizzò inchiostro e carta per tradire i desideri di una generazione, la speranza di vita di uomini e donne che non trovarono parole più attraenti che quelle stampate su manifesti di leggera carta, incollati a mura sbrecciate. Il capitale spedì più di mille italiani a estrarre dalle viscere della manifesto per il reclutamentoterra belga il di più di energia che doveva servire a alimentare la produzione di merce contro braccia, cose contro desideri, sintomi contro poesia, fumo dentro i bronchi per togliere il diritto alla parola. Chi scrive era nato da qualche mese e quell’8 agosto del 1956 ascoltava la parola dell'altro e si faceva essere di parola. Chi rimase sotto quei mille metri di terra, non ebbe più parola da cantare nei riti, non ebbe più desideri da incorniciare in un altrove che si fa incontro con l'altro. Ma può essere ancora cantato da noi con le parole di un mio amico che come me all'epoca non aveva parole ma che oggi, come me, ha superato i sessant'anni.

Noi che festeggiamo i sessant'anni
Non sappiamo da dove veniamo
I nostri nonni in fondo alle miniere
Le loro vite date per carbone.

Morirono italiani a Marcinelle
Morirono soffrendo in terre amare
Rinacque la speranza dalla guerra
In un'Italia già ferragostana.

Olimpiadi medaglie luccicore

Chi ci rappresenta è andato altrove.

                                   Concezio Salvo

A chi come noi intende la psicoanalisi come un delicatissimo strumento per dare parola all'altrove, ai luoghi del pensiero che si esprimono in forma di linguaggio ma che non trovano altro che sintomi, Marcinelle non è solo un ricordo, ma una continua sfida etica.

 

E-book

“Conserve” di Giuseppe Preziosi. Non presentazione di un libro in quattro puntate.

E-book
E-book di G. Preziosi

Quando ci portiamo a spasso, non abbiamo di certo necessità di pensare a quanti tendini stiamo mettendo in movimento, né a quante calorie alla fine del movimento, sensato o insensato che sia, avremo bruciato.
In generale, escludendo tutti i casi di ossessione salutistica o di vero allenamento sportivo, quando andiamo in giro con noi stessi, non pensiamo a prendere con noi il corpo ma tutto che ci servirà o dovrebbe servire.
Le chiavi di casa, quelle della bicicletta, della macchina, la patente, da qualche tempo la mascherina e il gel per le mani, ricevono le nostre attenzioni, il corpo viene da sé stesso, non direi come il cane ma in modo molto simile, quasi automatico, con tutto rispetto per il cane che di automatico non fa mai nulla.
Il corpo è l’alter ego con cui dialogare al momento di entrare nel mondo onirico, quello notturno che abbiamo sempre necessità di far convivere con quello diurno. È sempre lui che ci permette di poter riposare o passare una pessima nottata, al termine della quale saremo lieti di vedere la luce, come fosse il primo giorno di una fuga da clandestini.
Il corpo ci serve e non possiamo dimenticare di conservarlo.
Il corpo è ciò che siamo e ciò di cui non possiamo curarci ogni attimo, pena l’impossibilità di essere noi stessi. Una contraddizione insanabile ai cui estremi sta utilizzare il corpo per farne il recettore di dipendenze e dall’altra l’unico interesse di una vita che diviene schiava di un corpo immaginario. In qualche modo una dimostrazione delle teorie in cui è possibile far coincidere gli opposti.
In mezzo agli estremi di cui sopra, i corpi si scontrano, si incontrano, si distanziano, si infettano, vanno osservati da occhi clinici, sono causa di sguardi sensuali, senza il corpo non ci sarebbe sessualità, che poi la sessualità si arricchisca di eros, è un altro discorso. Il corpo non ne capisce niente di eros ma ogni sua parte può diventare quel meraviglioso oggetto di pensiero che fa da traino al desiderio. Se poi musica e coreografia si mettono a dare corpo alla poesia e all’arte, il corpo fa danzare ombre e lampi che non hanno posto tra le parole ma senza le quali non troverebbero espressione sui palcoscenici, al chiuso o all’aperto che vogliamo immaginare e che in questi giorni mancano.
Il mio corpo ha solo la mia storia, mi viene da affermare. Ne ricordo in modo quasi affettuoso, i momenti in cui mi ha permesso di attraversare un passaggio in parete come di fermare il passante a rete di un avversario ben tenace. Ne ho un buon ricordo anche quando l’ho accompagnato a farsi mettere a posto, piccole manutenzioni, nulla di più, che hanno però richiesto qualche notte in piedi.
L’affermazione che il mio corpo conservi solo la mia storia è un altro inganno. Il mio corpo porta con sé l’esplorazione che milioni di anni hanno compiuto esseri umani sui loro corpi. Tuttavia, poiché il peso di milioni di anni mi sembra eccessivo da portare, preferisco pensare a una storia più recente del corpo. Essere buoni servi del corpo, nel significato di essere coloro che ne sanno più del padrone del corpo, è un concetto che è sempre utile rammentare.
Non va dimenticato però che è qualità del servo saper osservare e saper conservare. Servo, non schiavo, chiaramente.
Tra le letture che ci propone il catalogo di Polimnia Digital Editions è apparso recentemente il testo di Giuseppe Preziosi “Conserve”. E già stiamo tutti pensando a quelle meraviglie del palato che l’eredità culturale della campagna, ci ha consegnato.
Devo deludere il lettore, odori e sapori della cucina non saranno presenti, se non marginalmente, nel testo di Preziosi che ha dato alle stampe solo la prima, delle quattro parti, che comporranno l’intera opera.
Troveremo invece un certo Ottavio Scarlattini che nel 1685, arciprete di Castel San Pietro e precursore di Quentin Tarantino, invitava a riutilizzare un corpo senza vita con “…tecniche di preparazione del “liquore”, fluido cadaverico dalle molteplici capacità terapeutiche, (somiglianti ndr) … a pratiche culinarie.>> (pag. 8). Lo stesso arciprete non disdegnava nemmeno i santi la cui imbalsamazione “rifletteva un ideale di paradiso che era un luogo di corpi, di membra risanate e ormai impassibili, non soggette a decadimento” (pag. 20).
L’immaginario di membra sparse e sante ha condotto la storia di santi e sante durante tutto il medioevo, in un contrabbando di capelli, unghie e maschere, che ritroviamo oggi esposti in mille splendidi luoghi di culto in tutta Europa. Passano i secoli e la stessa trance conservativa si ritrova oggi in quelle aziende che dal 1967 si fanno pagare per conservare corpi che attendono una risurrezione scientista. In pratica uomini e donne pagano affinché il loro corpo, post mortem, venga conservato nel freddo, sperando che un domani, qualcuno, trovi il modo di ridargli vita.
Il corpo a cui Giuseppe Preziosi, psicoanalista che anima il nostro studio, ha dato parola nel primo capitolo della sua opera prima “Conserve”, è un oggetto per tanti contenitori, o, in modo simmetrico, è un contenitore di tanti oggetti dell’immaginario umano che vive nel mondo onirico del diurno come in quello del notturno in una relazione biunivoca.Come ci insegna Bion è il corpo che ha trovato parola grazie alle donne che hanno fondato la psicoanalisi insieme a Freud.

In conclusione, affinché andiate a leggere, Conserve, Polimnia Digital Edition,  vi suggerisco di trovare la soluzione a un piccolo giallo che si nasconde nelle pieghe di questo primo capitolo.
Chi si nasconde dietro il soggetto che tanto interessa lo scrittore?

una dipensa in un bicchiere

Polivisione del 16 giugno 2020

"C'è qualcosa di strano nell'aria"

“C’è qualcosa di strano nell’aria. Lontano dal tono festoso che si muove nelle correnti sotterranee (…) Un po’ per via delle mascherine che non ti fanno ben capire chi ti stia salutando, un po’ per il corpo disabituato a salutare e la tua voce disabituata da chiacchiere abbozzate, un po’ per il tempo grigio che nuvoloso si sofferma sul tuo umore.” scrive il poeta Thomas Tsalapatis, tradotto da Viviana Sebastio.

Questa aria è penetrata nella dispensa che oggi si presenta non più come luogo del pieno, del necessario e del di più. La nostra dispensa richiede nuovi pensieri per essere utilizzata, per non disperdere la memoria di come essa ci ha servito in questi mesi.

una dipensa in un bicchiere
"Catalogo degli oggetti introvabili"

Ci incontriamo su piattaforma zoom martedì 16 giugno dalle 20,00 alle 21,30 in setting analitico con lo Psicodramma.

Il lavoro del gruppo verrà introdotto da un testo elaborato dall’equipe dello Studio Nuovi Percorsi.

Il gruppo verrà condotto dal dott. Nicola Basile, membro didatta della S.I.Ps.A. e l’osservazione sarà a cura del dott. Giuseppe Preziosi, membro titolare della S.I.Ps.A.

Per richiedere le credenziali:

TIPITIPIRÙ ASCOLTARE I POETI PER NARRARE AI BAMBINI

DALL’ANTOLOGIA "15 ½ PIUTTOSTO BIZZARRE DI PAVLINA PAMPOUDI"

NELLA TRADUZIONE DI VIVIANA SEBASTIO.

Nel 2004 insieme a Viviana Sebastio e al team di docenti di un istituto romano, con la collaborazione grafica di Federica Reale, abbiamo proposto a dei bambini di prima di scrivere un libro, quando sapevano per lo più articolare soltanto le prime forme di lettura e scrivere i primi segni grafici della loro lingua. Abbiamo chiesto a questi bambini di scrivere collettivamente, sollecitati dall'incontro con una lingua che non conoscevano, il neogreco. Abbiamo chiesto loro di disegnare e realizzare le immagini di un libro, affinché altri bambini potessero leggere quel che loro avevano creato.

Cosa ce lo abbia consigliato, è una domanda legittima.

Torno per un attimo al neolitico...
Sarà perché allora si stava definitivamente assestando il patrimonio neuronale della nostra specie, sarà perché il numero degli esseri umani era cresciuto, sarà inoltre per la scoperta che assieme si vive meglio, il fatto è che in quel periodo abbiamo avuto necessità di lasciare pittogrammi un poco ovunque su questo pianeta.
A cosa serviva lasciare un disegno su una parete, a quale urgenza rispondeva aggiungere una forma alle forme già lasciate da altri, così da formare veri e propri musei di pittogrammi, come ad Altamira, in Spagna?

Qpittogrammi da wikipediaualcuno ha scritto che l'urgenza di lasciare quei disegni era determinata dal pensiero che un altro della stessa specie, lo avrebbe visto e, nel poterlo ammirare, il visitatore riportava al presente l'altro. Un modo per entrambi, lettore e autore del pittogramma, di sentirsi in comunicazione nonostante l'assenza di uno dei due. Nelle grotte di Altamira nasce, si sviluppa, e arriva a noi attraverso i millenni, un meraviglioso libro, scritto da analfabeti che immaginano di esistere dopo la vita grazie alla pittura e al segno, i pittogrammi, appunto. Ad Altamira i disegni non sono solo disegni, sono soprattutto messaggi, lettere, testo, storia, dell'uomo che racconta la propria vita a un altro uomo che non conoscerà. Consapevoli di tutto ciò, abbiamo chiesto a una scrittrice greca di raccontare una sua favola attraverso i segni lasciati sulle pagine, grotta, dei suoi libri. Noi con i bambini siamo entrati nella
grotta libro dove i segni sono divenuti pezzi di persone di cartone, brandelli di colori da incollare sui pezzi di cartone che divenivano pupazzi o "pupezzi", simili ai pittogrammi dei nostri avi. Come i nostri avi li abbiamo messi insieme i pupezzi e abbiamo lasciato che ci raccontassero la storia che apparteneva alla comunità degli uomini e delle donne che sentono la solitudine come un dono
da condividere. Così i pupezzi si fanno prima segni, poi narrativo e infine si smaterializzano in pagine virtuali, affinché la grotta divenga sempre più ampia e possa accogliere tutti i naviganti della creatività, come una smisurata balena in cui ad accoglierci troviamo sempre Pinocchio con Geppetto, a leggere, scrivere e a narrare. Abbiamo infine pensato che a scrivere racconti, ci si sente meno soli, pensando che da qualche parte qualcuno comincerà a scrivere una nuova storia perché ha letto la nostra affinché
un altro la legga e scriva la sua e così via, in un mare dove l'attracco nei porti sia un diritto per poter proseguire nella navigazione.
Nicola Basile
psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista, psicodrammatista.

COME PASSA IL TEMPO…

L’ acquisizione del senso del tempo nei bambini è un percorso lento, complesso, articolato, che si costituisce a piccole tappe.

Già nel periodo prescolare molte attività che vengono proposte sono finalizzate alla conoscenza dei concetti di “tempo” per le molteplici valenze che questo argomento assume nella vita di ogni persona a partire dai primi anni di vita.

Per i bambini apprendere i concetti astratti non è affatto semplice, difatti per imparare la suddivisione del tempo nelle tre dimensioni, è fondamentale che si padroneggi prioritariamente il concetto di tempo, inteso come una variabile che denota le esperienze.

In merito allo sviluppo linguistico dei concetti temporali si può, a grandi linee, individuare una evoluzione progressiva che va da una fase in cui il parlare si situa nel qui ed ora (12-18 mesi) fino ad arrivare ad una padronanza linguistica del concetto di tempo (36-52 mesi), che si palesa con l’utilizzo del verbo al tempo adeguato (ad es. il bambino si serve del passato prossimo per connotare le azioni fatte il giorno precedente)

Queste abilità per essere stabilizzate e divenire cognitivamente fruibili dal bambino hanno bisogno di un periodo di tempo lungo; per cui il Tempo, inteso come operazione mentale, viene acquisito pienamente nel corso del periodo che Piaget definisce delle operazioni concrete, che va dai 7 – 8 anni fino agli 11 – 12 anni. In questo stadio, i bambini apprendono pienamente la cognizione del tempo e sono in grado di concettualizzare, mediante operazioni mentali, le peculiarità del passato, presente e futuro.

 

Il processo di acquisizione degli stadi temporali necessita quindi di un’evoluzione di costrutti mentali e linguistici specifici che noi adulti non possiamo in nessun modo accellerare ma al contrario possiamo sostenere e favorire.

Alla luce di questo, garantire ai nostri bambini una routine stabile permette loro di interiorizzare lo schema della giornata o dell’attività che si sta svolgendo, dandogli la possibilità di fare delle previsioni rispetto a quello che accadrà (il futuro), di ridurre l’ansia dell’ignoto (poiché l’ambiente è rassicurante e contenitivo) e di sperimentare l’attesa per soddisfare i propri bisogni (il bambino sa che il suo desiderio verrà appagato).

Le abitudini quindi, essendo ripetitive, prevedibili ed intellegibili permettono al bambino di acquisire la sicurezza necessaria per imparare a muoversi autonomamente.

 

In questo periodo storico particolare, in cui ci viene richiesto di rimanere in casa e stravolgere le nostre routine giornaliere ci rendiamo conto che i bambini, forse più che noi adulti, ne risentono negativamente. L’impossibilità di andare a  scuola (seppur spesso vista come impegno noioso), di poter frequentare lo sport abituale, di recarsi nel parco di quartiere rendono i piccoli nervosi ed irrequieti. Ci rivolgono spesso domande riguardo il giorno successivo, chiedono quando potranno di nuovo incontrare gli amici e così via. Le nostre risposte astratte (dobbiamo aspettare ancora un po’, vedremo tra qualche giorno se la situazione cambierà, lo capiremo più avanti) non aiutano i bambini a rassicurarsi anzi a volte li mettono ancora di più in uno stato di incertezza.

Quello che vogliamo condividere con voi è la possibilità di costruire in modo casalingo un calendario temporale. Pensiamo sia un modo divertente ed utile per poter trascorrere qualche ora con i vostri bambini, allenando la motricità fine e dando vita ad uno strumento utile a sostenere i nostri bambini in questi giorni difficili.

Ognuno è libero di creare un calendario personalizzato a seconda dei propri interessi e delle proprie specificità, dando libero sfogo alla fantasia.

Inseriamo qui in basso, se volete, alcune informazioni da cui prendere spunto e se ne avete piacere, a lavoro ultimato, potrete pubblicare una foto sulla pagina facebook dello studio (https://www.facebook.com/studioviaborelli/)

 

http://www.coccolesonore.it/lavoretti/calendario-routine-bambini_carta_tutorial/

 

Dott.ssa Francesca Piccari

Contagio dove si trova per te?

In questi giorni il gruppo di lavoro che fa vivere lo studio Nuovi Percorsi, in collaborazione con la SIPsA, sta preparando un incontro per condividere le domande e il sapere  sul sostantivo “Contagio”.
Si è scelto di non far precedere il sostantivo da alcun articolo per rendere più potente il suo potere evocativo e per poterlo cogliere sul fatto.

Il sostantivo senza articoli fa rotta verso epoche storiche diverse, qui penetra nelle vite degli uomini e donne come una maledizione divina, là si fa religione dell’altro che corrompe la società conosciuta, trova albergo nel capitolo XXXIV di quei Sposi Promessi del Manzoni

“in quanto alla maniera di penetrare in città, Renzo aveva sentito, così all’ingrosso, che c’eran ordini severissimi di non lasciar entrar nessuno, senza bulletta di sanità; ma che in vece ci s’entrava benissimo, chi appena sapesse un po’ aiutarsi e cogliere il momento. Era infatti così; e lasciando anche da parte le cause generali, per cui in que’ tempi ogni ordine era poco eseguito; lasciando da parte le speciali, che rendevano così malagevole la]rigorosa esecuzione di questo; Milano si trovava ormai in tale stato, da non veder cosa giovasse guardarlo, e da cosa; e chiunque ci venisse, poteva parer piuttosto noncurante della propria salute, che pericoloso a quella de’ cittadini; 

Contagio non disdegna la Cina del XXI secolo e le grandi navi da crociera che devono fermarsi e dare ospitalità e segregazione ai loro passeggeri detenuti, come si è trovato a suo agio nel maccartismo alla ricerca dell’intellettuale da bruciare o nelle leggi razziali italiane del 1938, atte a isolare il dilagare del sionismo tra le pure razze italiche.

Tuttavia contagio sa anche di festa, di moti popolari di liberazione, di idee libertarie che non trovano ostacoli per affermarsi, di arte che scrive sui palazzi per diffondere spore di nuovi segni che offrono respiro al sogno.

In estrema sintesi la domanda è quella del titolo di questo breve post: “Contagio dove si trova per te?”

L’incontro si terrà il 21/02/2020 a via A. Borelli, 5 Roma.

Per partecipare inviare un messaggio, whatsapp o sms, al numero 3296322722 o mail a  nuovipercorsiviaborelli@gmail.com o lasciare un messaggio in segreteria con nominativo e numero a cui essere richiamati al 067020310.

Non presentazione presso la libreria “L’Altracittà” 24 gennaio 2020 alle 19

Presentazione “L’alba è un massacro signor Krak” di Thomas Tsalapatis
a cura di Nicola Basile

 

  “Ma arriva il mattino e come ogni mattino
i libri si risvegliano, bianchi e esausti.
Insieme a loro si sveglierà anche il signor Krak.
Chiuso nella mattina infinita afferrerà la matita.
Cercherà di riscrivere il bianco, il libro bianco
pieno di parentesi.”

“L’alba è un massacro signor Krak”

 

Poesia e psicodramma analitico

Il 24 gennaio alle 19,00 ci ritroveremo c/o la libreria "L'altracittà" via Pavia 106, Roma , affinché la voce, le frasi del singolo si rendano lettera indirizzata all'altro, altro come colui presente nel gruppo e altro come colui presente nel pensiero. La poesia prenderà corpo nell'animazione del dispositivo dello Psicodramma Analitico, nella corporeità della drammatizzazione, conducendo i futuri lettori ad essere in primis narratori dei quesiti che li hanno portati ad essere scrittori senza carta, poeti senza rime da incardinare, pittori senza il confine di una cornice.

Affermiamo spesso che i sogni non si riescono a raccontare, nonostante restino vividamente nella memoria attraverso immagini o sensazioni. Altrettanto siamo in grado di sperimentare quando un’espressione musicale ci coinvolge a tal punto da renderci estranei al mondo, precipitandoci in un luogo e un tempo che poi ricorderemo intensamente.
Non ci dovremmo stupire se qualcuno vedendoci particolarmente coinvolti all’uscita di tale esperienza ci chiedesse se abbiamo bisogno di aiuto.
In qualche modo l’altro ci pone la stessa domanda che si poteva porre a noi bambini. Da bambini allargavamo le braccia in cerca di consolazione, all’uscita di un’esperienza particolarmente emozionante ricordiamo quel abbraccio.
Nella fruizione della poesia, dell’arte iconica, della musica, l’adulto non fa che utilizzare l’esperienza dell’infans, restando letteralmente “senza parola”.

“Dobbiamo provare a cercare le prime tracce dell’attività poetica già nel bambino?” domanda Freud nel saggio “Il poeta e la fantasia” (1907)
Non potendo divenire poeti noi stessi e quindi non potendo provare l’esperienza della scrittura della poesia, alla domanda sembra non poter dare risposta alcuna.
“Potessimo almeno trovare in noi stessi, o in coloro che sono come noi,una qualche attività in certo modo affine al poetare! Ci sarebbe la speranza, indagando tale attività, di farci una prima idea approssimativa della creazione poetica.”

I poeti però non si nascondono, osserva Freud, altrimenti la poesia stessa cesserebbe di esistere se alcun altro l’ascoltasse, la ripetesse, la barattasse nel mercato della vita.
Quindi la poesia la possiamo cercare in noi stessi? Si interroga Freud?
Se c’è un uomo c’è poesia e se c’è poesia possiamo sapere qualcosa selle sue origini.
“Forse si può dire che ogni bambino, impegnato nel giuoco si comporta come un poeta: in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondo”, senza perdere la distinzione tra giuoco e reale.
Nel gioco si fa strada l’immaginario che cambia temporaneamente le regole spazio tempo:
”in quanto costruisce un suo proprio modo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del mondo”.
In quell’assetto il bambino sperimenta un piacere che l’adulto ritrova nell’espressione artistica, gioco dell’infanzia che da adulto si ricerca nell’estetica dell’arte, della poesia, del cinema, della musica. Nel gioco incontriamo Krak che osserva teste che fuoriescono dal terreno, ombre che vendono frescura, chiodi fissi in testa al lettore. Thomas Tzalapatis incontra il rovescio del mondo che vediamo, raccontando di un signor Krak che ci dà il biglietto per transitarvi. Seguendo Krak, acquistiamo il titolo di viaggio valido per transitare in un mondo di contrasti dove è lecito far saltare ponti in vacanza. Chiuso il libro ovviamente non potremo che guardarci intorno per verificare se altri lo stiano facendo sul serio, chiudendo frontiere e porti. Ma questo è appunto il reale.
Seguendo Krak scopriremo che i

«I poeti sono alleati preziosi e la loro testimonianza deve essere presa in attenta considerazione, giacché essi sanno in genere una quantità di cose tra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta». ( Freud - Gradiva di Jensen 1906)
Il pensiero dominante deve escludere, mettere sotto il tappeto, omologare, in altre parole rimuovere. Ma quel che viene nascosto nella vita quotidiana” assume un valore fondamentale nella spiegazione di un testo (sogno o opera d’arte che sia)”.
Ciò è ancor più evidente nei movimenti satirici di ogni fase storica in cui sia stata compromessa la libera espressione. Nella satira ricompare ciò che viene nascosto dal potere: la sessualità e con essa l’espressione del non detto.

Per poter accadere ciò ovviamente la forma deve trovare dei canali simbolici che siano attinenti alla storia. Nonostante la storia o i periodi storici passino, il messaggio dell’espressionismo nell’arte iconica o del sincretismo nella poesia inducono piacere ancor oggi, così come leggiamo con piacere Trilussa anche se non ricordiamo più i papi contro cui lanciava le sue strofe.

Secondo lo psicanalista francese, Jacques Lacan (1901-1981) «l'inconscio è quel capitolo della mia storia che è marcato da un bianco o occupato da una menzogna: è il capitolo censurato. Ma la verità può essere ritrovata; il più spesso è già scritta altrove. (J. Lacan Scritti )
Cioè:
• nei monumenti: e questo è il mio corpo, cioè il nucleo isterico della nevrosi in cui il sintomo isterico mostra la struttura di un linguaggio...;
• nei documenti d'archivio, anche: e sono i ricordi della mia infanzia...;
• nell'evoluzione semantica: e questo corrisponde allo stock e alle accezioni del vocabolario che mi è proprio, così come al mio stile e al mio carattere;
• e nelle tradizioni, addirittura nelle leggende che in forma eroicizzata veicolano la mia storia;
• nelle tracce, infine, che di questa storia conservano inevitabilmente le distorsioni necessarie dal raccordo del capitolo adulterato con i capitoli che l'inquadrano, e delle quali la mia esegesi ristabilirà il senso».

L’inconscio si manifesta ma pur essendo un linguaggio non possiede parole. Le parole gliele offre ciò che esce da fessure, brecce del reale, in forma di metafore, nell’arte, nella letteratura e nella poesia e in forma metonimica, nella ricerca di un significato per un altro, che ogni autore offre prima di tutto a se stesso per esprimere ciò che ancora non appare.

Si tratta di figure che si pongono fra ciò che è manifesto e ciò che è stato occultato, posto “altrove”.
In questo movimento verso un “altrove”, mai posto nello stesso luogo, che andiamo a incontrare il signor Krak che è addetto allo svelamento del proibito, dell’altro testo, scritto al disotto e da leggersi in trasparenza, dove la tecnica di lettura non scorge che graffi e “di notte i libri conversano”.

Biblio
S. Freud – Il poeta e la fantasia (1907) – Opere vol. 5 – Boringhieri
S. Freud – Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di W. Jensen (1906) - Opere vol. 5 – Boringhieri
Jacques Lacan – Scritti – p.252 - Einaudi
http://www.luzappy.eu/lett-psica/freud-lett.htm
T. Tsalapatis - L'alba è un massacro - XY editore

Thomas Tsalapatis e il signor Krak di Nicola Basile e Viviana Sebastio

Colloquio sul signor Krak di Nicola Basile

“Non puoi non aver provato ciò che vive Krak!”
“Chi è Krak?”
“E’ un uomo che cammina interrogando la propria ombra.”
“Ma le ombre non parlano.”
“Krak le sa interrogare e far parlare."
"La mia ombra non è molto loquace e la sera se ne va. Come fa Krak a parlare con qualcosa che se va?"
"Krak pone domande alla zona dell’immaginario che nasconde il discorso ma da cui la vita creativa di ciascuno attinge, non solo per scrivere romanzi o poesie ma per poter decidere semplicemente di svegliarsi al mattino. Il signor Krak mentre cammina sulla superficie della terra, sa rispecchiarsi nel suo simmetrico altro, che compie atti dove si dichiarano misfatti, omicidi dove si compiono gesta d’amore. Il signor Krak sa dell’uno come dell’altro ma riesce a trovare un suo equilibrio nella poesia di Thomas Tsalapatis”
“E ora chi è Thomas Tsalapatis?”
“Forse è il sogno del signor Krak”
“Così non potrò incontrare né l’uno, né l’altro. Che me parli a fare?”
“Sei sicuro di voler il suo indirizzo?”
“Certo mi sento incuriosito da tanto mistero.”
“Allora ti invito a leggere "L’alba è un massacro signor Krak" (XY.IT edizioni), anche se il colloquio tra me e te è solo immaginario”

Prefazione di Viviana Sebastio

Thomas Tsalapatis e il signor Krak

Sembrerà strano, ma non sono disperato. Se pensi a quanto è accaduto in Grecia nel ventesimo secolo non puoi disperare. Qui parlano le pietre.
Thomas Tsalapatis

Ho conosciuto Thomas Tsalapatis anni fa, ad Atene a un Festival letterario in cui era ospite. L’anno seguente, nel 2012, la sua raccolta L’alba è un massacro signor Krak (Ekati, 2011) gli fa meritare il primo Premio Nazionale per la Letteratura come autore esordiente.
Classe 1984, Thomas inizia a scrivere per quotidiani e periodici nazionali poco più che ventenne, al contempo compone poesia, con la quale in seguito darà voce a varie pièce teatrali.
La familiarità con la scrittura nasce in casa, dove è circondato dai tantissimi libri del padre, lettore appassionato. E grazie al padre, sin da bambino, Thomas respira letteratura anche nelle frequentazioni. Cresce tra editori, poeti, scrittori, giornalisti, molti dei quali sono accomunati anche dalla passione per la politica.
Thomas Tsalapatis è considerato dalla critica, non solo greca, uno degli autori più rappresentativi e promettenti della sua generazione, caratterizzata da quella interessante e variegata corrente poetica che, come scrive il Guardian, «fiorisce nelle strade, nei bar e nei caffè della Grecia». È una poesia che germoglia e si esprime sotto varie forme, nei murales, nel rap, nel graphic novel, nella nascita di riviste letterarie e di blog, nelle installazioni multimediali che combinano poesia, performance e video, nell’esplorazione di nuove modalità di resa e di espressione del verso.
Thomas appartiene, dunque, a quella generazione che, cresciuta a cavallo di due millenni, è stata identificata prima come la generazione della Playstation e della pigrizia, poi, d’improvviso, come la generazione dello scompiglio, portato dagli scontri e dai disordini del dicembre 2008 a seguito dell’assassinio del 15enne Alexandros Grigoropoulos, per mano di un poliziotto. Oggi si parla di “generazione della crisi”.
E proprio in conseguenza alla crisi economica, con la quale i giovani greci «hanno imparato a rinegoziare le proprie esistenze e a sillabare la creazione del nuovo», si sono riaccesi i riflettori stranieri sulla poesia della piccola nazione. Tsalapatis è stato tradotto e incluso in più di un’antologia dedicata, appunto, a poeti greci del Secondo Millennio . I suoi libri sono stati pubblicati anche in Francia, dove è spesso ospite in Festival letterari.

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INCONTRO DI “POLIVISIONE” 3 MAGGIO 2019 h 19,00 – 20,30

Da ottobre 2018 lo studio Nuovi Percorsi di Roma, in collaborazione con i centri didattici “Apeiron” e “Campo di Ricerca sullo Psicodramma Analitico” della S0cietà Italiana di Psicodramma Analitico, ha deciso di estendere il proprio sguardo di riflessione clinico oltre l’età evolutiva. L’approccio che da oltre sei anni guida il nostro lavoro è rimasto il medesimo: sottoporre a un molteplice ascolto, i quesiti che genera l’incontro tra chi domanda cura e chi è deputato per legge ad offrirla. Per tale motivo abbiamo definito, e continuiamo a definirli, incontri di “polivisione” e non di supervisione clinica, termine sicuramente più noto.

La nuova struttura di 10 incontri, a cadenza mensile, prevede un’alternanza di settings con una costante: ogni incontro sarà concluso da un’osservazione che raccoglierà i nodi teorici, etici, deontologici che sono andati emergendo o che sono stati elusi.

Lo spazio di “polivisione” che si è tenuto a marzo è stato aperto soltanto a coloro che lavorano entro la relazione di cura, è stato dal dott. Nicola Basile con l'osservazione del dott. Giuseppe Preziosi dello studio, vi hanno partecipato tutti i professionisti dello studio assieme a altri colleghi.
In questa fase l’appartenenza a una figura sanitaria era indispensabile per motivi di segretezza del materiale trattato.
Nell’intervallo tra un incontro e l’altro, chi ha portato il caso e l’osservatore produrranno insieme
uno scritto che costituirà l’oggetto per l’ incontro successivo.

Il gruppo di “polivisione”, nell’incontro del 03 maggio 2019, si allargherà a ospiti scelti dallo studio per un loro interesse alla relazione di cura, senza esser necessariamente figure sanitarie. Gli ospiti, a cui verrà proposto un testo irriconoscibile nelle parti soggette a segreto professionale, saranno chiamati a interrogarsi sui nodi culturali, politici, economici, storici, che quel testo farà emergere assieme al gruppo.

L’ ospite è una figura che ci piace definire come colui che offre il suo ascolto e i suoi quesiti affinché sia possibile far emergere dal testo la  “cosa non vista”. Il dispositivo utilizzato in questo secondo incontro sarà lo psicodramma psicoanalitico con limitazione al role playing, per favorire l’incontro con l’oggetto nascosto in ciascuno dei partecipanti, senza che esso debba esser interpretato analiticamente. La conduzione e l’osservazione anche in questo secondo setting, sarà solamente di psicodrammatisti della SIPsA che hanno condotto una formazione psicoanalitica.

Da questo ciclo di incontri di polivisione ci attendiamo un contributo teorico alla ridefinizione della relazione di cura nell’attuale contesto storico, sociale e culturale oltre all’apertura di una ricerca che porti a “rendere leggibile” la contraddizione tra ciò che è privato, sintomo e  la relazione clinica, e ciò che è pubblico, il ruolo sociale.

Le prossime date sono pertanto le seguenti:
03/05 h 19,00-20,30 incontro aperto a chi ha già partecipato a marzo e a invitati;
24/05 h 19,00-20,30 incontro aperto a professionisti della relazione di cura;
21/06 h 19,00-20,30 incontro conclusivo aperto a chi ha già partecipato agli incontri precedenti e a invitati.

L'opera riprodotta è di Damon Hyldreth
url http://www.damonart.com/pop_public_knot21b.html

a cura di Nicola Basile e Sarah Salvatore

Per (il) corpo di Giuseppe Preziosi

da wikipedia

Il corpo moderno non potrebbe essere una meravigliosa stanza delle meraviglie, una galleria di stupefacenti trovate che vanno dalla ricerca di forme esasperate fino alla brutalità del maltrattamento?
Giuseppe Preziosi ci dice che in questo momento storico sarebbe utile pensare il corpo come una camera delle meraviglie, partendo proprio dalle “wunderkammer” degli inizi del ‘800.
Con leggerezza Preziosi scrive su un tema difficilissimo da svolgere, collaborando, insieme ad altri psicoanalisti, ad arricchire le pagine di Lacan-con-Freud.it. che desideriamo vengano lette. Congratulazioni a Preziosi e ai curatori del sito!

 

 

 

Riflessioni e proposte per l’incontro di polivisione del 19 gennaio 2018 di Nicola Basile

Il 14 dicembre 2017 abbiamo deciso di approfondire il testo “Monologo per l’altro” per non lasciare in sospeso alcuni nodi clinici e teorici che non avevamo avuto il tempo di far emergere a novembre.

Li riporto in modo sintetico:

  • Chi parla durante le presentazioni cliniche? Il soggetto di cui ascoltiamo la domanda è il minore o chi è chiamato a svolgere un compito terapeutico o riabilitativo o di relazione di cura, quindi l’adulto?
  • C’è uno stretto rapporto tra poesia e matematica. Viene considerato nel trattamento dei disturbi quali la discalculia?
  • Quando ci interessiamo alle sorti del minore non stiamo forse volgendo l’attenzione a una sorta di sociologia del futuro in cui spesso i padri sono evanescenti? E’ necessario trovare un nuovo ancoraggio del lavoro al compito di chi interviene.
  • Nel lavoro di polivisione qual è il confine tra il ruolo del professionista e la sua soggettività? E qual è il limite oltre il quale non si deve andare durante la discussione del caso clinico?
  • Il “taglio” che viene dato dall’animatore al il gioco di ruolo si pone dalla parte della formazione di chi presenta la clinica o è orientato a far emergere la domanda di cura?

Il 19 gennaio 2018 alle ore 18,10 riprendiamo la serie di incontri di polivisione.

  • Note
    La fotografia è tratta da: “Tant que la tête est sur le coup” (1978) Conception, mise en scène et interprétation de Claire HEGGEN et Yves MARC, Théâtre du Mouvement. Festival Mimes et Clowns, 1980. Photographe : Fastome management. Archives TJP, Strasbourg.” e pubblicata su  Pinterest al seguente url: https://it.pinterest.com/pin/608830443348952504/

Appunti e riflessioni dall’incontro di polivisione di novembre 2017

“Monologo per l'altro” 
dalla polivisione del 17/11/2018
di Nicola Basile

“Nel parlare di matematica, o nel fare matematica, che comporta il parlare, magari solo con se stessi, o nell’esporre matematica si deve sempre trovare un delicato equilibrio, variabile a seconda del livello dell’argomento e delle competenze e maturità degli attori che dialogano, tra la lingua naturale e i linguaggi simbolici. Per chi non abbia vissuto l’esperienza della matematica non è facile capire e giustificare la necessità di tale mescolanza e di tale equilibrio. La matematica è una attività molto difficile, non da fare, ma da definire. Essa è sostanzialmente un discorso, un insieme di discorsi.”
Le parole nella matematica
Gabriele Lolli Scuola Normale Superiore di Pisa
https://reliefteachingideas.com/

Che dire di me a voi che vi domandate di me?
Voi tutti dovete pur valere qualcosa, siete nati per dare un nuovo valore a un uomo e a una donna. Vi succede mai di non averlo a volte questo gran valore? Il valore si calcola con la matematica e per farlo si deve essere bravi in matematica. Sapete calcolare, ordinare? In che senso? Immagino che appena vi si chiede di fare qualcosa per qualcuno come me, voi sappiate a chi rivolgervi. In un attimo ordinate chi io debba incontrare e chi no, quando e per quanto tempo. In un soffio mi ritrovo già preordinata da voi esseri piuttosto ordinati.
Sapete anche cosa io debba indossare per apparire più grande di quanto mi senta? E se volessi rimanere ancora e ancora in quell'età che la necessità può trascurare e che dell’accessorio può fare una scienza?
Tu che sei venuta a trovarmi sei proprio quella donna che spero di diventare anche se non ho ancora capito bene come.

Che dire ancora a voi che vi domandate di me.
Sapete contare tutti i numeri dell’universo. Mi sa però che tra quei numeri il mio non è uscito bene. Assomiglio a una cifra difficile da leggere. Ad esempio la mia età vorrebbe che io non fossi alla scuola con i più piccoli ma hanno detto che in quella dei miei coetanei era francamente inutile che io andassi. I numeri della mia età non corrispondono mai con le mie competenze. E questa storia dei numeri fa veramente arrabbiare papà, mamma e gli insegnanti. Ma non dite che l’ho detto.

Ricordate Alice nel paese delle meraviglie quando incontra il Cappellaio Matto e la Lepre di marzo?
Quei mattacchioni non facevano altro che girare intorno al tavolo in attesa delle cinque, per festeggiare una festa di non compleanno. Io devo essere una di quelle tazzine del loro tavolo che sono sempre piene di tea o un minuto del loro orologio che staziona sempre sulla stessa cifra, un calendario che non cambia mai pagina. Così non so mai se vado veramente bene.

http://sostegno.forumattivo.com/

A voi che vi domandate di me, sembrano sensate le mie domande?
Si i numeri si trasformano in mostri dentati che mi vogliono divorare, come d'altronde sono i denti, numeri che si contano e numeri che si curano e poi si perdono. Io perdo sempre qualche numero. Quando arrivo a casa mi dicono che li lascio sempre a scuola e quando sono a scuola mi dicono che li ho lasciati a casa. I numeri non stanno mai al loro posto.

Avete idea dove si nascondano i numeri?
Questa storia mi confonde e le mie mani cercano di afferrare numeri e letteri mulinando nell’aria per scacciare cifre senza senso, cifre mute, lettere spaiate. Tra di voi che siete riuniti a domandarvi di me c’è un qualcuno che mi ha chiesto di stabilire delle regole, altrimenti saremmo rimasti bloccati al tavolino da te di Lewis Carroll e la sua Alice. Non è un granché essere una copia sbiadita di una personaggio famoso che attraversa lo specchio.

E' difficile attraversare lo specchio? Io lo so fare benissimo ma al di là di quello ci si ritrova sempre gli stessi che non crescono e che non sanno contare le carte della Regina di Cuori. Da tale principio inoltre ne consegue un altro: per bere il tè non bisogna alzarsi, fin quando tè e pasticcini non sono che un ricordo. Quindi voi vorreste instaurare un prima e un dopo che non capisco mai come si leghino.

Vengo prima io o mamma per papà? E per mamma chi viene prima?
Una questione per me è chiara, a scrivere sul quaderno delle regole devo essere io. Io e le regole non possiamo che essere tutt’uno. Vi domanderete il perché di questa mia osservazione, voi che vi riunite per chiedere se non vi assomiglio almeno un poco. È semplice. Se la regola è estranea a me, io non la posso modificare, devo poterla leggere e chiedermi chi la possa cambiare.
Mamma e papà dovrebbero poter cambiare le regole ma non so mai quando e dove lo facciano. Così con voi mi conviene scrivere le mie regole sul mio quaderno affinché le regole siano mie e mie soltanto.
Mi viene il sospetto che se papà non dà qualche regola, io comincio a confondermi e a assomigliare a un nome che sta tra me e lui, come la linea di frazione che sta tra due numeri.

Non assomiglio alla linea di frazione tra due numeri che operano un significato? Se papà non mi assegna un altro posto, lo dovrete fare voi, volenti o meno. Sarete costretti ad utilizzare pedagogia, neuropsichiatria, psicoanalisi, psicoterapia, tanta buona volontà cosicché si possa diventare buoni amici e cominciare a scriverci.
E se ci scriviamo possiamo definire la nostra assenza come uno spazio topologico con meridiani e paralleli, dove l’incontro è possibile. Potremmo stabilire un giorno, un’ora, un luogo del nostro incontro. Il mio cuore imparerebbe a battere un poco più forte in attesa dell'arrivo. Tu non lo sai ma stai pensando anche tu a me anche se sei arrabbiato perché hai perso il bus e qualcuno che ti sta antipatico ti trattiene, con il tuo orologio sempre avanti rispetto alla tua posizione geografica distante dalla mia. Io imparerò che il giorno in cui tu arrivi devo predisporre il tavolo con il materiale e l’ordine di quel tavolo sarai anche un poco tu. Apparecchiare un tavolo lo si fa per gli ospiti e mi sa che è la prima volta che ospito un ospite.

Chissà se lascerò il materiale ancora a scuola?
Vorresti essere Tutor, il mio Tutor?
La legge 170 dice che un disabile può avere un Tutor. Vorresti essere tu il mio tutor per il quale apparecchierei il tavolo, non ci girerei intorno e mi comincerei a domandarmi quanti minuti restano tra l’adesso e il futuro prossimo in cui ci incontreremo?
Sto forse citando l’incontro tra la volpe e il Piccolo Principe inconsapevolmente ma mai la questione è stata così seria come tra me e te e quella volpe e l’ometto, come mi hanno detto che chiamava l'altro la volpe.

NOTE
Le definizioni sulle frazioni sono tratte da: http://www.youmath.it/scuola-primaria/matematica-scuola-primaria/quarta-elementare/2084-cosa-sono-le-frazioni-e-come-si-leggono.html
Le immagini sono tratte da url citate nelle didascalia 
BIBLIOGRAFIA
M. Klein – La psicoanalisi dei bambini – Giunti ed.
M. Klein Lo sviluppo libidico del bambino - Bollati Boringhieri, 2013
Saint Exupery – Il Piccolo Principe - Bompiani

CHI E’ IL TERAPISTA DELLA NEURO E PSICOMOTRICITA’ DELL’ETA’ EVOLUTIVA?

Attualmente il panorama italiano delle professioni sanitarie della riabilitazione è caratterizzato da molteplici operatori professionali; in particolare l’area relativa all’età evolutiva presenta numerose figure specialistiche. Se da una parte tale molteplicità di scelta determina la possibilità di poter intervenire tempestivamente su un ampio ventaglio di disturbi, dall’altra può rappresentare per il genitore del bambino in difficoltà un ostacolo nell’individuare la figura più adatta alle esigenze del piccolo.

Nelle righe che seguono verrà presentata la figura professionale riabilitativa del Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’età evolutiva (TNPEE).

 Chi è, a chi si rivolge e di cosa si occupa il TNPEE.

lI Ministero della Salute riconosce all’interno dell’area Sanitaria della riabilitazione numerose figure professionali, tra queste è presente il Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età evolutiva (TNPEE).

Il Decreto Ministeriale del 17.10.1997, n. 56 (G.U. 14.03.1997, n. 61) individua la figura del TNPEE come l’operatore sanitario che in possesso del diploma universitario abilitante, svolge, in collaborazione con l'equipe multiprofessionale di  neuropsichiatria  infantile  e  in  collaborazione  con le altre discipline dell'area  pediatrica,  gli  interventi  di  prevenzione, terapia e riabilitazione delle malattie neuropsichiatriche infantili, nelle aree della neuro-psicomotricità, della neuropsicologia e della psicopatologia dello sviluppo.

Il terapista della neuro e psicomotricità dell'età evolutiva, in riferimento alle diagnosi e alle prescrizioni mediche, nell'ambito delle specifiche competenze:

  • adatta gli interventi terapeutici alle peculiari caratteristiche dei pazienti in età evolutiva con quadri clinici multiformi che si modificano nel tempo in relazione alle funzioni emergenti;
  • individua ed elabora, nell'equipe multiprofessionale, il programma di prevenzione, di terapia e riabilitazione volto al superamento del bisogno di salute del bambino con disabilità dello sviluppo;
  • attua interventi terapeutici e riabilitativi nei disturbi percettivo-motori, neurocognitivi e nei disturbi di simbolizzazione e di interazione del bambino fin dalla nascita;
  • attua procedure rivolte all'inserimento dei soggetti portatori di disabilità e di handicap neuro-psicomotorio e cognitivo; collabora all'interno dell'equipe multiprofessionale con gli operatori scolastici per l'attuazione della prevenzione, della diagnosi funzionale e del profilo dinamico-funzionale del piano educativo individualizzato;
  • svolge attività terapeutica per le disabilità neuropsicomotorie, psicomotorie e neuropsicologiche in eta' evolutiva utilizzando tecniche specifiche per fascia d'età e per singoli stadi di sviluppo;
  • attua procedure di valutazione dell'interrelazione tra funzioni affettive, funzioni cognitive e funzioni motorie per ogni singolo disturbo neurologico, neuropsicologico e psicopatologico dell'età evolutiva;
  • identifica il bisogno e realizza il bilancio diagnostico e terapeutico tra rappresentazione somatica e vissuto corporeo e tra potenzialità funzionali generali e relazione oggettuale;
  • elabora e realizza il programma terapeutico che utilizza schemi e progetti neuromotori come atti mentali e come strumenti cognitivi e meta-cognitivi; utilizza altresì la dinamica corporea come integrazione delle funzioni mentali e delle relazioni interpersonali;
  • verifica l'adozione di protesi e di ausili rispetto ai compensi neuropsicologici e al rischio psicopatologico;
  • partecipa alla riabilitazione funzionale in tutte le patologie acute e croniche dell'infanzia;
  • documenta le rispondenze della metodologia riabilitativa attuata secondo gli obiettivi di recupero funzionale e le caratteristiche proprie delle patologie che si modificano in rapporto allo sviluppo.

Il TNPEE svolge attività di studio, di didattica e di ricerca specifica applicata, e di consulenza professionale, nei servizi sanitari e nei luoghi in cui si richiede la sua competenza, contribuisce alla formazione del personale di supporto e concorre direttamente all'aggiornamento relativo al proprio profilo lavorativo. Svolge la sua attività in strutture pubbliche e private, in regime di dipendenza e libero professionale.

Il codice deontologico completo è consultabile nei siti delle Associazioni Professionali Rappresentative secondo la normativa vigente:

AITNE http://www.aitne.it/home-page/documenti/codice-deontologico

ANUPI http://www.anupieducazione.it/codice-deontologico-anupi-educazione.html

Nello specifico il TNPEE si occupa di intervenire sulle difficoltà che caratterizzano vari disturbi, come il Ritardo psicomotorio (nel bambino e nel neonato), Ritardo mentale di grado lieve-medio-grave, Disturbi minori del movimento (disprassie e maldestrezze), Disgrafia, Inibizione psicomotoria, ADHD (disturbo da deficit d’attenzione e iperattività),ASD (disturbi dello spettro autistico), Stati psicotici, Disturbi del temperamento e del comportamento, Difficoltà relazionali, Quadri sindromici, PCI (paralisi cerebrali infantili), Torcicollo miogeno (nel neonato), Stiramento del plesso brachiale (nel neonato), Plagiocefalia (nel neonato), Ipotonìa generalizzata (nel neonato), Distrofia muscolare, Miastenia.

Per un ulteriore approfondimento relativo alla figura del TNPEE si consiglia di consultare l’atlante delle professioni sanitarie ( www.atlantedelleprofessionisanitarie.it ) in cui è anche possibile visionare gli ambiti in cui opera e le procedure specifiche che attua negli interventi riabilitativi.

I Terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva che operano all’interno dello Studio Nuovi Percorsi, in Via A. Borelli n.5, Roma sono il Dott. Brandi Giacomo e la Dott.ssa Piccari Francesca.

Si ringrazia l'autrice di 6 anni per il contributo dato.

Francesca Piccari

 

Lo psicodramma in istituzione

Il 12 aprile del 2015 alcuni professionisti dello studio, partecipanti al centro didattico Campo di Ricerca sullo Psicodramma Analitico della SIPsA, richiamavano prima di tutto a loro stessi e poi ai compagni di viaggio dentro e fuori lo studio "Nuovi Percorsi", l’esser noi sempre dei migranti, soggetti in transito. Ricordavamo nella presentazione di allora come il transito sia sempre legato alle leggi politiche e di mercato dentro le quali il soggetto deve vivere sviluppando la sua capacità di lettura.
Per poter essere un cittadino, un lavoratore, un uomo e una donna capaci di relazionarsi con gli altri, ciascuno di noi deve interiorizzare regole e comportamenti che comunque sono sempre opera di un Altro. Al contempo questi comportamenti e queste regole ciascun uomo e donna di questo pianeta li deve poter leggere e pensare come trasformabili, grazie al lavoro comune con l’altro, uomo, donna, anziano, bambino che sia. Quindi ciascuno di noi deve potersi mettere al di fuori della legge per poterla riconoscere e renderla utile alla convivenza.
Il CRPA nela sua fondazione ha voluto il ricordo del sacrificio degli emigranti di Marcinelle che morirono per dare all’Italia carbone negli anni ’50, il transito delle popolazioni dell’Africa che cercano dignità altrove dal luogo che li ha visti nascere, la domanda della donna che si è riconosciuta madre anche per potersi guardare nell’altro, la perdita della propria soggettività nell’uguaglianza degli uomini e delle donne nel gioco d’azzardo e nella tossicodipendenza, l’alterità della psicosi che rende il nome dell’Altro impronunciabile. La psicoanalisi che ha saputo rappresentare il soggetto come alienato da sé stesso e lo psicodramma,  sono gli strumenti del nostro lavoro nella clinica delle istituzioni, nel lavoro clinico dello studio, nella ricerca della nostra professione, fuori e dentro le stanze del nostro studio che fu fondato per offrire "Nuovi Percorsi" alla domanda di uomini, donne, bambini, adolescenti, adulti, anziani. In questo ultimo anno alcuni professionisti dello studio hanno collaborato alla realizzazione del primo numero della rubrica trimestrale del portale web della SIPsA con alcuni articoli.
Li abbiamo pubblicati con l’intento di rendere pubblico all’altro, che transita con noi tra i continenti del desiderio, che lui non è solo e per poter ripetere il gesto di speranza dell’uomo che disegnò e scrisse per incontrare l’assente all’alba dell’umanità. Ci auguriamo di condividere la nostra scrittura ospitata sulle pagine che troverete di cliccando: rubrica trimestrale S.I.Ps.A.  
                                                                                                                                                  Nicola Basile e Giuseppe Preziosi

 

SUPERVISIONE o POLIVISIONE?

Il lavoro che implica una relazione di cura con i minori, pone, ai professionisti coinvolti, una serie di questioni che portano a riflettere su ipotesi diagnostiche e di intervento. A sostegno della formulazione di un caso c’è la supervisione. Nel dizionario di psicologia di Umberto Galimberti alla voce “supervisione” compare un rimando ad un’ ulteriore voce che è l’analisi didattica, definita come trattamento psicoanalitico a cui si sottopongono coloro che vogliono svolgere la professione di psicoanalista. Dopo un’ esperienza di autoanalisi, Freud formulò la convinzione secondo la quale, siccome non si può praticare l’ attività analitica se non si accede alla conoscenza del proprio inconscio che deve disporsi “come il ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmittente”, è necessario che chi si propone di diventare psicoanalista si sottoponga ad un’ analisi didattica. Secondo il padre della psicoanalisi la funzione dell’ analisi didattica è assolta se porta l’allievo al sicuro convincimento dell’ esistenza dell’ inconscio. Galimberti continua scrivendo che l’analisi didattica viene completata con l’analisi di controllo o SUPERVISIONE dove un’analista in formazione rende conto ad un’ analista più esperto del proprio modo di condurre i trattamenti; il supervisore, può, in tal modo, controllare il lavoro e soprattutto il controtransfert. Questa definizione di supervisione rimanda dunque ad un’idea di controllo che sembra giustificare la prospettiva dall’ alto: super-visione.

Gli incontri che lo studio “Nuovi Percorsi” ha proposto e propone, per una riflessione clinica sui casi dell’ età evolutiva, si articolano su due sessioni di lavoro: nella prima parte viene seguita la metodica neuropsichiatrica; nella seconda, viene interrogato il desiderio di chi ha il compito della cura, con il dispositivo dello psicodramma analitico. In tal modo è possibile fare un’ analisi della domanda di terapia, riformulare ipotesi diagnostiche, ridefinire setting, attraverso accorgimenti di set in corso, o pensando ad interventi di rete in grado di rispondere alla complessità delle domande di presa in carico. Attraverso lo psicodramma analitico è possibile ricercare i processi inconsci che si definiscono nella relazione tra professionista e minore, e, in questo modo, liberare la capacità di risonanza del professionista. Elena Croce (1990) scrive: “Il lavoro di supervisione sembra consistere nell’ analisi o scioglimento di quelle rappresentazioni e affetti reattivi che, come tali, sono suscitati dal paziente, nella vita psichica del terapeuta che lavora in una prospettiva analitica, mettendo momentaneamente in scacco il suo ascolto e la sua capacità di costruzione”, intendendo come tale l’atteggiamento di fondo che rende possibile l’analisi, che permette che la parola del paziente riceva la sua capacità di risonanza in analisi. Il gruppo di psicodramma ha il potere di svelare aspetti emotivi inconsci dei professionisti, che, se visti, rappresentano una chiave per comprendere il sintomo. E’ così possibile cambiare posizione nel gioco e, dunque, passare da un assetto di super-visione ad un altro di poli-visione.

                                                                                                                                                                             Sarah Salvatore

Appunti per l’incontro di polivisione del 7 luglio 2017

Ora questo bravo bambino aveva l’abitudine — che talvolta disturbava le persone che lo circondavano di scaraventare lontano da sé in un angolo della stanza, sotto un letto o altrove, tutti i piccoli oggetti di cui riusciva a impadronirsi, tal ché cercare i suoi giocattoli e raccoglierli era talvolta un’impresa tutt’altro che facile. Nel fare questo emetteva un “o-o-o” forte e prolungato, accompagnato da un’espressione di interesse e soddisfazione; secondo il giudizio della madre, con il quale concordo, questo suono non era un’interiezione, ma significava “fort” [“via”]. Finalmente mi accorsi che questo era un giuoco, e che il bambino usava tutti i suoi giocattoli solo per giocare a “gettarli via”. (1)

Il testo di Sigmund Freud è stato presente durante tutta la sessione di lavoro del 23 maggio 2017 che segue quella già commentata del 28 aprile 2017 (2) . L’incontro di aprile si era svolto utilizzando le conoscenze e i modelli interpretativi della neuropsichiatria infantile, in un setting seminariale, centrato sulla fondazione di un gruppo di bambini e bambine con diagnosi di autismo ad alto funzionamento. (3).
Durante quel incontro era emersa la necessità di presentificare il gioco dei bambini affinché gli adulti ne sentissero gli aspetti creativi e quelli involutivi acora nascosti sotto il potere della rimozione.
Era apparso anche evidente che da quel gioco gli adulti sono esclusi per necessità, come nonno Freud che si fa osservatore partecipante ma astinente al “gioco” del nipote. Con la scrittura e la teorizzazione Freud si appropria del “gioco” osservato e lo trasforma nella psicoanalisi, indirizzando così il desiderio infantile di ricongiungimento con il corpo materno verso un orizzonte creativo.
Gli educatori, gli psicoterapeuti, gli educatori, i neuropsichiatri, i terapisti della neuro e psicomotricità, le insegnanti che il 23 maggio 2017 si sono incontrati nello studio Nuovi Percorsi di via Borelli 5 a Roma, sapevano che avrebbero ripercorso un tratto di strada che ciascuno aveva già percorso, sia nell’esperienza della sessione precedente, sia attraverso la propria e originale esperienza di separazione dal corpo materno, di cui ciascuno è originale testimone. Al fine di offrire opportunità espressive alla ricchezza simbolica che il lavoro in setting seminariale aveva suscitato, abbiamo ritenuto necessario quindi riunirci in un piccolo gruppo, secondo le regole del dispositivo dello psicodramma analitico, disposti a mettere in gioco la clinica del desiderio.
Mentre la dott.ssa Martina Balbo, psicoterapeuta, narrava alcune scene del gruppo di bambini e bambine che condivide con le professioniste del centro, scene che in parte avevamo già ascoltato, le parole assumevano altri colori, anzi hanno preso la dimensione della luce e del buio, antitesi che permettono la vita. Il silenzio fa da contenitore alla narrazione di Martina che si riempie di buio e della luce che lo interrompe, come di un buio che combatte la distinzione portata dalla luce stessa.
La fusione e la differenziazione è garantita da due logoterapiste, garanti della relazione di cura che, secondo il racconto di Martina, non sono sufficienti. Così proprio in lei, attraverso la sua presenza astinente, si palesa il terzo garante dell’alternanza del buio con la luce. 
Martina si rappresenta, e viene anche rappresentata, nel gioco psicodrammatico, come garante che il gioco fusionale, di incontro e scontro di corpi nel buio, abbia un limite.
Il limite permette l’andata e il ritorno, dalla non vita alla vita del gruppo di adulti e bambini e bambine. Nel gioco garantito dall’animatore del gruppo di psicodramma si sperimenta l’assenza del taglio, della vista, quando il buio rende l’uno e l’altro non distinguibili, come la frustrazione della luce che fende il buio, rendendo l’altro irraggiungibile in quanto distinto.
Il meccanismo teatrale è semplice: si accendono e spengono le luci della stanza e ci si protegge per il viaggio con un telo, sotto il quale l’altro non è più separato, in quanto il telo placenta riporta nell’unione con il materno. Nella rappresentazione degli adulti gli oggetti erano simbolici. Read more

Appunti per l’incontro di polivisione del 23 maggio 2017 alle ore 19,00

Inizio dalle righe che Giuseppe Preziosi ha letto al termine del suo lavoro di osservazione per raccontare l’incontro di polivisione del 28 aprile 2017 che sa di favola ma non lo è.

La zanzara che viene dalla periferia, inquieta cerca una strada alla conoscenza del contatto ma uno straniero, non sapendo come dirlo, per attirare la sua attenzione spacca il ponte. ” Non mi è mai capitato!” dice Fra e saluta disinibito “Devi essere gentile” aggiunge. Il gigante, che non manca mai, resta fermo per non far male a nessuno, giusto uno ” scusa”. ” Dite sempre le stesse cose” urla il drago, tentando di uscire dall’istantanea e provare a prender voce attraverso la drammatizzazione.

Un gruppo di adulti decide un giorno che se è in grado di costruire delle relazioni sociali indirizzate alla crescita di ogni componente, può ospitare un altro gruppo che conta sugli adulti per crescere con loro. Questo è solo l’incipit di una storia che comincia a essere scritta e di cui siamo lieti di essere anche noi dei testimoni.
Venerdì 28 aprile 2017 il seminario sulla polivisione di casi clinici dell’età evolutiva è stato pienamente chiamato a testimoniare degli avvenimenti di cui sopra.Qualche riga per descrivere, solo provvisoriamente e solo in modo approssimativo, che abbiamo ascoltato una comunicazione, piena di emozione, sulla fondazione di un gruppo di bambini e bambine con diagnosi di autismo ad alto funzionamento. La fondazione la si deve a psicologhe, a terapiste della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva (TNPEE), logoterapiste che vedendo esaurirsi le opportunità offerte dalle terapie individuali, ben riuscite, va detto, ideano e realizzano uno spazio sociale e di cura per i loro assistiti. Sappiamo che la tradizione di questa metodica ha un luogo di nascita: Neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli. A questa meravigliosa istituzione si deve anche lo sforzo di teorizzazione che ad oggi appare ancora incompleto come incompleto è il quadro normativo di riferimento per quanto concerne il rapporto di convenzione pubblico, privato sui costi della terapia riabilitativa in gruppo.

Come si intravvede da queste righe l’impresa è e sarà, nel futuro prossimo, gigantesca.
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Adolescenti e Comunità Terapeutiche a cura di C. Bencivenga e A. Uselli – ed. Alpes

Ho avuto il piacere di condividere un’esperienza di CTU con il curatore e autore di molte parti del libro di cui proporrò solo una breve presentazione. L’autore è psicologo, psicoterapeuta, docente di Psicologia dei Gruppi e delle famiglie c/o l’Università degli Studi di Parma, promotore nel Lazio della prima Struttura terapeutica estensiva e a carattere comunitario per minori adolescenti, in due parole Claudio Bencivenga. Nel libro come nel nostro incontro professionale Bencivenga cerca di far emergere in quali contesti si possa dare voce all’infans, a ciò che per statuto è silenzio, mancanza di parola. L’autore e curatore del libro, si sforza di costruire e utilizzare spazi mentali e istituzionali che si determinano, nel dare regola al conflitto tra due genitori, anche attraverso il verdetto di un giudice, per offrire un contenitore di pensiero a coloro che altrimenti non l’avrebbero, i minori. Parlando di Claudio Bencivenga sto anche descrivendo il progetto del libro “Adolescenti e Comunità Terapeutiche”, edito da Alpes, curato assieme a Alessandro Uselli, psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica.

Il titolo del libro è seguito da un sottotitolo assai impegnativo, “tra trasformazioni e nuove forme di malessere” .

Gli autori dei testi sono stati coordinati dai curatori affinché il lettore fosse posto in condizione di ridefinire il sintomo come ciò che nasconde la parola ma ne lascia tracce e come esso possa venire tradotto in un progetto educativo e riabilitativo per adolescenti.

Nel libro troviamo un’ampia panoramica teorica e clinica su come costruire un vero e proprio spazio, fisico, culturale, pedagogico e psicoterapeutico da offrire al minore schiacciato nella contesa tra essere soggetto e paria del desiderio dell’altro. “La Comunità terapeutica per adolescenti è una struttura (…) che per raggiungere le sue finalità si avvale di un trattamento complesso multifattoriale e multidisciplinare di tipo evolutivo/trasformativo” scrive Bencivenga “ E’ necessario che in questo tipologia di struttura venga svolto un costante lavoro di ponte e collegamento con altri contesti, non solo di cura, ma anche di vita dell’utente”.

Il progetto quindi è vastissimo ma gli autori ne delineano con cura e perizia sia i contenuti teorici che quelli normativi. Condivido con Bencivenga le righe che ritrovo in un capitolo centrale del libro, consigliando a tutti coloro che sono impegnati nel lavoro con gli adolescenti la lettura di questa bella opera.

“Crediamo di aver illustrato come il rapporto quotidiano con i pazienti, il vivere assieme condividendo esperienze impensabili per un setting classico, sia un fattore indispensabile nel lavoro di Comunità: del resto ciò è inevitabile se ci si approccia alla cura del paziente “grave” partendo dal presupposto che la residenzialità, così come la si è intesa, è uno strumento di terapia e di trattamento elettivo per questa frangia di utenti”. (1)

(1) Claudio Bencivenga – Residenzialità comunitaria, parafamiliarità e terapeuticità – p.40

Appunti per l’incontro di polivisione del 28 aprile 2017

 “Desiderio di essere e di perseverare in un futuro”

Nello sviluppo del bambino assistiamo costantemente a trasformazioni che impongono una nuova definizione tra ciò che era prima e ciò che è, in attesa di ciò che sarà. Il corpo che si trasforma e cresce impone queste tre dimensioni, sincroniche che altro non sono che le relazioni simboliche tra il bambino e l’immagine che di se stesso si va formando attraverso la parola di chi lo ha desiderato, la madre e il padre. Il corpo del bambino si esprime attraverso bisogni che l’altro deve poter soddisfare, bisogni primari e affettivi ma anche attraverso la definizione di desideri che fanno di lui un soggetto.
Ci dice F. Dolto, che l’immagine del corpo infantile “si struttura in un rapporto di linguaggio con gli altri. Inizialmente e fondamentalmente con la madre o la figura che la sostituisce.” (1)  Tale immagine non può che essere molteplice: strutturale, genetica e relazionale. La percezione narcisistica permette di integrare i frammenti del corpo in un’unità che fa riferimento a un corpo che riposa, a un corpo che respira, a un corpo che desidera di vivere strutture della immagine corporea che è dalla nascita e che si trasforma con la crescita. Durante le trasformazioni parti del corpo saranno scelte come rappresentanti dei processi legati al piacere-dispiacere e alle diverse fluttuazioni dinamiche di tali processi. Così dalla dimensione statica si passa a una rappresentazione del corpo dinamica dove la tensione si contrappone alla quiete favorendo il passaggio all’investimento erogeno di parti del corpo.
L’immagine dinamica collega le tre precedenti e corrisponde al desiderio di essere e di perseverare in un futuro”(2) La Dolto afferma che “un’immagine del corpo sana può coabitare in uno schema corporeo malato. Dipende da come si parla alla persona con handicap”(3).
Nel lavoro di polivisione svoltosi c/o lo Studio Nuovi Percorsi tra insegnanti, psicoterapeuti, neuropsichiatri dell’età evolutiva e terapisti della neuro e psicomotricità, il 31 marzo 2017, nella sede di via Borelli 5 a Roma, è stato interrogato il lavoro clinico che un corpo infantile, uscito da una malattia genetica, pone alla medicina come alla psicoterapia.  Read more

Appunti per l’incontro di polivisione del 31/03/2017

"Cosa c'è prima e dopo un intervento di cura rivolto a un bambino? 

Ci sembra di poter tradurre così la domanda che è stata posta a febbraio, nell'ultimo incontro di polivisione che si è svolta nello studio Nuovi Percorsi in via Borelli 5, Roma.
Un bambino viene portato dai genitori perché possa seguire una terapia neuropsicomotoria ma durante gli incontri appare evidente come sia necessario includere la coppia genitoriale nella terapia che nell'istituzione non ha un suo spazio.
Il bambino richiede alla terapista della neuro e psicomotricità, la presa in carico complessiva delle sue emozioni, della sua fatica di relazionarsi con l'altro.
La terapista si domanda quale istituzione sorregga la domanda di cura a lei rivolta, quale tessuto relazionale, umano e professionale sia necessario costruire affinché il bambino, che lei incontra, possa trovare le risorse sufficienti per utilizzare al meglio le proprie competenze e farle evolvere.
Può la solitudine della coppia adulto, bambino, probabile solitudine delle relazioni familiari, essere un motore del cambiamento?

È possibile prendere in cura solo il bambino?

Prendere in carico un bambino con disturbo dello sviluppo vuol dire iniziare un percorso insieme.

Conoscere il disturbo e le difficoltà che ne conseguono, essere preparati ad affrontare le problematiche che strada facendo emergono, saper scegliere ed organizzare le proposte terapeutiche più adatte, confrontarsi con i vari caregivers che ruotano intorno al bambino, consigliare i genitori su attività e comportamenti da adottare a casa, al parco, etc. è ciò che viene richiesto all’operatore quando attiva una terapia riabilitativa.

La domanda posta nell’incontro di polivisione, svolto nello studio Nuovi Percorsi, nasce proprio da questi presupposti; come può il riabilitatore prendere in carico solo il bambino con difficoltà quando la coppia genitoriale ha evidente bisogno di essere aiutata?

Ciò che emerge dal confronto con il gruppo vede come linea di partenza la definizione di confini relazionali comunicanti, nella triade bambino-terapista-famiglia; prevede un supporto attivo dell’istituzione, pur riconoscendo i limiti sanitari delle strutture presenti sul territorio, che ridefinisca i ruoli e sia in grado di accogliere e supportare le domande di tutti gli individui che partecipano al percorso di cura del piccolo paziente.

 

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Appunti per l’incontro di supervisione del 17 febbraio 2017

E’ supposto che qualcuno sappia,
in questo caso il soggetto in gruppo,
lo domanda,
a ciascun partecipante all’incontro
che si fa contenitore di bisogni
e non urna e lapide
del sapere ogni volta diverso.

Ci diamo appuntamento
qui a rovistare tra questi bisogni
in modo da trasformarli in domande
che aprano alla dimensione
fluttuante del desiderio
che cerca un contenitore
che permetta agli sguardi
di farsi parola.
La costruzione di uno studio contenitore
di uno sguardo/ supervisione
non senza impicci
non senza fatiche
si fonda sulla giusta altezza
del bambino che ci interroga,
sul tempo fluttuante del gesto,
del sogno condiviso,
osservato da più punti di vista
da chi e con chi
è in quel luogo
per offrire relazione e cura
alla domanda.

 

Questa pagina esce per rendere pubblico il nostro lavoro mensile di supervisione in gruppo, a chi  si occupa di relazione di cura con i minori, a chi la richiede.
Non scriviamo per gratificare il piacere della pubblicazione, scriviamo affinché chi incontriamo nelle stanze dello studio “Nuovi Percorsi” di via Borelli 5 a Roma, possa offrirci il suo di pensiero, e se non lo ha fatto, possa pensare di farlo.
E’ un semplice augurio affidato alla parola, affinché essa trovi un suo contenitore temporaneo anche su queste pagine, come nel prossimo incontro di venerdì 17 febbraio e in tutti gli incontri, in gruppo e individuali.
                                                                                                    a cura di Nicola Basile e Giuseppe Preziosi
Si ringrazia l’artista Alessandro Broccoletti per la gentile concessione visibile al seguente indirizzo: http://www.iskandart.it/

Piccole note sulla clinica nello psicodramma analitico

di Giuseppe Preziosi

Questo scritto nasce dall’ incontro tra la mia pratica clinica con lo psicodramma analitico e la lettura del testo “Mi vedevo riflessa nel suo specchio” di Luisella Brusa; non credo possa essere definito una recensione, né articolo, tuttalpiù come delle note che illustrano dell’ intrecciarsi fecondo tra la clinica, lo studio e la riflessione teorica per generare pensiero e riflessione.

Il punto di partenza del testo di Luisella Brusa è una domanda: quale posto occupa, nella costruzione di un soggetto femminile, la passione che divide e lega una donna con la madre?

Il mio pensiero va alla forza e alla graniticità delle lamentazioni di una paziente che incontro nel gruppo di psicodramma analitico.

Seconda dopo un fratello, Margherita è figlia, nei suoi racconti, di una donna gelida e severa, silenziosa e giudicante e di un padre estroso, dinamico ma distante, tutto chiuso nella sua attività di venditore ambulante e nelle scommesse sulle corse dei cavalli. Margherita ha passato molta della sua infanzia insieme al padre all’ippodromo o ad osservarlo mentre affabulava, spesso truffava, i suoi clienti. Di questi momenti ricorda il sorriso di lui, trionfante di condivisione e complicità con la figlia. Read more

“Il romanzo familiare” di Nicola Basile e Giuseppe Preziosi

N.Basile e G.Preziosi propongono nel nuovo numero dei Quaderni di Psicodramma Analitico una comune riflessione sul delicato tema del “Romanzo familiare” e di come si articoli il narrativo, cosciente e incosciente, di donne e bambini all’interno di un viaggio che teso a scoprire il loro volto e quello di coloro a cui hanno dato vita.

I due autori si orientano, nella comune esperienza, utilizzando gli strumenti dell’antropologia dell’immaginario di Gilbert Durand e  i concetti della psicoanalisi Freudiana che proprio sul romanzo familiare ha scritto forse le più belle pagine della sua inesausta ricerca.

Questo scritto nasce con l’intento di delineare il profilo di una istituzione, una casa famiglia per ragazze madri, il lavoro di tessitura del romanzo familiare di chi, per un tempo definito, la abita. Ogni strumento educativo, pedagogico, psicoterapico che l’istituzione ha elaborato nella sua lunga esperienza, ci sembra subordinato a un delicato lavoro di riscrittura che si incarna nell’architettura stessa del luogo, nell’organizzazione dei suoi spazi. Continua a leggere. Auguri di buone festività a tutti!

 

“L’occhio che mi guarda”

Introduzione di Nicola Basile

Si può interagire attraverso lo sguardo, lo hanno dimostrato le ricerche sulle relazioni neonatali tra madre e infante, lo hanno confermato le ricerche sui neuroni a specchio, lo troviamo scritto e descritto nelle ricerche della Esther Bick sulla relazione madre bambino, ne ha fatto una metodica osservativa il gruppo diretto da Franco Scotti che ha pubblicato i suoi lavori in quel bel libro intitolato “Osservare e Comprendere” (2002) che narra come l’incontro degli sguardi metta in moto progettualità nei diversi campi della relazione di cura. L’elenco tralascia ovviamente l’intera ricerca condotta dalla psicoanalisi nelle persone del suo fondatore Sigmund Freud, quella della Klein, che proprio intorno alla pulsione scopica scrive pagine memorabili, alle pagine di Winnicott che intreccia sguardo e segno con i suoi piccoli analizzandi per non terminare con Jacques Lacan e il concetto dello specchio, in cui si dà conto dell’origine dell’inconscio. L’elenco deve essere per forza incompleto per lasciare spazio alle righe che gentilmente Pau Farràs Ribas ha scritto e tradotto per noi dal catalano.  Con Pau da anni lavoriamo a intenso scambio proprio sull’esperienza di cosa possa produrre un osservatore in un campo educativo, osservatore partecipante ma astinente, allenato a sostenere per un tempo dato un ruolo di presenza senza parola e meno ingombrante possibile. L’articolo recentemente apparso su “El jardì de Sant Gervasi“, nello spazio nominato “L’arte di osservare”, Pau lo ha tradotto per noi e noi lo pubblichiamo nelle due lingue, catalano (raggiungibile con il link sulla pagina) e italiano perché i suoni si confrontino, si completino, suscitino domande. Ringraziamo ovviamente Dino Buzzati e il suo cane Galeone, (1968) , che ci hanno dato un’altra opportunità di incontro e che speriamo vengano nuovamente letti e apprezzati.
1) 2002 Borla editore
2) 1968 Arnoldo Mondadori Editore

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Dare voce all’infans

Immaginare una città senza bambini è impresa da sceneggiatore di un cupo film di fantascienza, molto ben girato, “I figli degli uomini” del regista messicano Alfonso Cuaròn. La trama è semplice e shoccante, l’uomo non genera più bambini e sta per scomparire come specie sul pianeta. Tuttavia l’eros sosterrà la vita e i suoi rappresentanti lotteranno perché l’infans continui a manifestarsi su Gea.

Questa premessa sta alla base del lavoro che si svolge nello studio multidisciplinare “Nuovi Percorsi” nato per dare voce all’infans, presente tanto nell’adulto come nel più giovane degli umani.

Tradurre la parola infans permette di definire il perimetro di questo scritto.

Infans lo possiamo tradurre come infantile, in fasce, ma anche come muto. L’infans nella pratica psicoanalitica è ciò che è “senza parole” ma non per questo non comunica. Nella osservazione dello sviluppo post natale del bambino verifichiamo che l’infante vive una relazione simbiotica con la madre che gli offre l’illusione di esser tutt’uno con lei. Il bambino è parte del corpo della madre, il seno materno è anche il corpo dell’infante, immaginato come proprio. Più questa illusione è una illusione corredata di parole, musiche, prossemica accogliente della madre, più quella illusione nutrirà la crescita dell’infante verso la parola che lo distinguerà e separerà dall’illusione stessa che pur troverà un suo posto, nel sogno.

La relazione del bambino con il soddisfacimento dei suoi bisogni sarà dunque alla base del futuro rapporto con la vita di relazione, con la parola che esprime i sentimenti, con la conoscenza in cui il bambino è immerso fin dalle ultime fasi della vita intrauterina ma ne è anche necessariamente estraniato, essendo il conoscere altro dal conoscente. Read more

spighe di grano

“Negli ultimi anni mi sono molto appassionato al crescente”

Il dialogo tra Claudio Paluzzi e Riccardo Lombardi porta a enucleare alcuni temi preziosi per la psicoanalisi attuale. Evidenzio quelli che più hanno interessato lo scrivente affinché il lettore possa andare a leggerli nella loro interezza: “l’importanza del corpo nell’organizzazione dell’Io”; il “riconoscimento della morte come dato di realtà”; “psicoanalisi come artigianato” e infine l’arte come “possibilità di rappresentare e comunicare quelle che Bion avrebbe chiamato esperienze ineffabili”. Non ritengo utile un mio commento in quanto il dialogo tra i due permette di attingere pienamente al pensiero di Riccardo Lombardi.

Consiglio di leggere l’interessantissima intervista allo psichiatra e psicoanalista Riccardo Lombardi della S.P.I., realizzata da Claudio Paluzzi, psicoterapeuta dell’A.I.P.P.I.

Un sentito grazie a entrambi.
Nicola Basile