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2025: il Quirinale chiama, 1915, risponde l’inquilino del 19 di Berggasse a Vienna

Un dialogo ideale tra epoche, istituzioni e pensiero

Immaginiamo un ponte ideale che collega il cuore delle istituzioni italiane del presente con la Vienna intellettuale degli inizi del Novecento. Nel 2025, il Quirinale si fa voce di una nuova Italia che guarda al futuro, ma non dimentica le domande, le inquietudini e le speranze che hanno attraversato l’Europa del 1914 - 1918. Dall’altra parte, l’inquilino di via Bergasse – celebre indirizzo viennese, simbolo di fervore culturale e riflessione – risponde con esperienza, saggezza e un tocco di umanità.

Questo scambio tra passato e presente non è solo un espediente letterario, ma un invito a riscoprire, con spirito costruttivo e dialogante, il valore dell’ascolto tra generazioni e tra contesti diversi. In un’epoca che impone sfide nuove e spesso impreviste, il confronto tra la voce istituzionale di oggi e le intuizioni di ieri può offrire spunti preziosi per interpretare il nostro tempo con maggiore consapevolezza e serenità.

Ritratto del Presidente Sergio Mattarella da Wikipedia

Non è poi così straniante pensare che il presente possa interrogare il passato, succede nei sogni, accade nel ricordo durante la veglia, è un meraviglioso strumento letterario e cinematografico. È perlomeno inusuale quando accade contemporaneamente nella vita quotidiana nei primi giorni di un settembre del 2025, per l’esattezza il 10/09/2025.
L’inquilino del Quirinale, Sergio Mattarella, si trova in visita ufficiale in Slovenia, è ospite della Presidente della Repubblica Slovena, Nataša Pirc Musar. La ringrazia per l’ospitalità, manifestando un forte sentimento di gratitudine a lei e alla Slovenia per questa seconda occasione di incontro.[1]

La dichiarazione di Sergio Mattarella si sofferma su “GO!2025”, in cui Gorizia e Nova Gorica, sono divenute un’unica capitale Europea della cultura, benché ancora divise da un confine che porta le croci di due insensate guerre mondiali; attraversa temi quali istruzione, diritti delle minoranze, in cui Slovenia e Italia si riconoscono essere all’avanguardia; sprona l’Europa ad accogliere le nuove richieste di adesione “fondamentali anche per la nostra autonomia strategica, per la nostra difesa, per la sicurezza economica e interna, per la lotta al terrorismo e ai trafficanti di esseri umani che lucrano in maniera ignobile sull’immigrazione irregolare” e arriva ai conflitti tanto a nord come a sud dei confini Europei.

1917 - 1919 Giorgio de Chirico "Le muse inquietanti"

I conflitti vengono descritti per quelli che sono: guerre.
“Dall’Ucraina giungono segnali tutt’altro che rassicuranti. Allarmanti sempre di più. Di fronte ai tentativi di dialogo per giungere a un ‘cessate il fuoco’, a negoziare una pace giusta, duratura, definitiva, si vedono bombardamenti quotidiani, diurni e notturni, sulla popolazione civile ucraina.”; a sud, prosegue la dichiarazione, “in Medio Oriente la condizione rimane drammatica. Dopo la pagina oscura, drammaticamente nera nella storia dell’umanità, del 7 di ottobre, con ostaggi ancora detenuti da Hamas in maniera davvero inammissibile, vi sono delle condizioni appalesate come sempre più inaccettabili e di dimensioni tragiche. Quello che avviene a Gaza non è accettabile: una popolazione intera ridotta alla fame è una condizione che la comunità internazionale e le coscienze individuali non possono accettare. Così come non è accettabile l’intenzione di espellere dal proprio territorio una popolazione. O quella di occupare territori dell’Autorità palestinese in Cisgiordania, rendendo impossibile una soluzione politica definitiva in quella regione, che è a vantaggio di tutti, anche della sicurezza di Israele.”

Gli aggettivi che segnano con forza questo testo sono forti, marcati: “condizione drammatica”, “pagina oscura, drammaticamente nera nella storia dell’umanità, del 7 di ottobre”, “popolazione ridotta alla fame”. I verbi non sono da meno: “espellere” genti, “occupare” spazi territoriali. Il Presidente richiama il ruolo delle Nazioni Unite come garante della pace. Poi rispondendo alle domande dei giornalisti, torna alla sua primigenia scoperta dello studio della storia con le seguenti parole: “Quando ero ragazzo ho letto uno dei primi libri di storia sullo scoppio della Prima Guerra Mondiale, sul luglio 1914, che forse nessuno voleva far scoppiare, ma l’imprudenza dei comportamenti - come spesso è avvenuto nella storia - provoca conseguenze poi non scientemente volute, ma ugualmente provocate dai comportamenti che si mettono in campo. Per questo è di gravissima responsabilità quel che avviene.” E infine ammonisce “(…) il rischio estremamente alto è che, senza rendersene conto, si scivoli, non in un allargamento, in un conflitto di dimensioni inimmaginabili e incontrollato.[2]

19 di Berggasse a Vienna

Ma di chi è la responsabilità della Guerra? E non solo della Prima Guerra Mondiale? E quale ente può governare, contenere questo rovinare verso la catastrofe?
Sergio Mattarella, la cui famiglia ha pagato con la vita del fratello la lotta alla mafia, secondo chi scrive queste righe, oggi e idealmente, rivolge la domanda a un uomo che nel 1915, viveva al numero19 di Berggasse a Vienna, Sigmund Freud. E come nei migliori romanzi, Freud gli risponde, incurante dei 110 anni che separano l’uno dall’altro oltre alla discontinuità temporale di 365 giorni, quelli che basteranno a maturare tra gli 8,5 milioni e i 12,5 di militari morti tra il 1914 e il 1915, anni di maturazione del Primo conflitto mondiale.

 

Illustrated-Biography-Corrine-Maier

Freud in questo momento lo possiamo pensare intento a scrivere il suo saggio “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte” e rispondere così allo scritto di Mattarella:
““Egregio collega, sotto l’influsso di questa guerra mi permetto di rammentarLe due asserzioni che la psicoanalisi ha avanzato e che certamente hanno contribuito a renderla impopolare presso il pubblico. Dallo studio dei sogni e delle azioni mancate delle persone sane, oltreché dei sintomi nevrotici, la psicoanalisi ha tratto la conclusione che gli impulsi primitivi, selvaggi e malvagi dell’umanità non sono affatto scomparsi, ma continuano a vivere, seppure rimossi, nell’inconscio di ogni singolo individuo (così ci esprimiamo nel nostro gergo), aspettando l’occasione di potersi riattivare. La psicoanalisi ci ha inoltre insegnato che il nostro intelletto è qualcosa di fragile e dipendente, gingillo e strumento delle nostre pulsioni e dei nostri affetti, e che siamo costretti ad agire ora con intelligenza ora con stoltezza a seconda del volere dei nostri intimi atteggiamenti e delle nostre intime resistenze.
Ebbene, guardi cosa sta accadendo in questa guerra, guardi le crudeltà e le ingiustizie di cui si rendono responsabili le nazioni più civili, la malafede con cui si atteggiano di fronte alle proprie menzogne e iniquità a petto di quelle dei nemici; e guardi infine come tutti hanno perso la capacità di giudicare con rettitudine: dovrà ammettere che entrambe le asserzioni della psicoanalisi erano esatte. È probabile che esse non fossero del tutto originali: molti pensatori e conoscitori del genere umano hanno detto cose analoghe. Tuttavia la nostra scienza ha portato entrambe queste tesi fino alle loro estreme conseguenze e le ha utilizzate per chiarire numerosi enigmi di natura psicologica. Augurandomi di riincontrarLa in tempi migliori, La saluto con molta cordialità. Suo Sigmund Freud.”[3]
Fino a qualche mese prima lo stesso Freud era caduto nella trappola immaginaria del patriottismo, da cui si riavrà, scrivendo il “25 novembre 1914 a Lou Andreas-Salomé” e il giorno di Natale a  Ernst Jones, le sue attonite e angosciate riflessioni sui sentimenti degli uomini in relazione al devastante scenario bellico.
E’ quindi attendibile che l’inquilino del Quirinale, nel settembre 2025, possa ricevere conforto dal pensiero del fondatore della psicoanalisi che nel 1915 viveva ancora a Vienna.

Picasso - Massacre in Korea (1951)

Lo scenario bellico entra nel 2025 a quasi tutte le ore, in casa, in macchina, sull’autobus, reso innocuo per la mente, grazie all’assuefazione che i media hanno ingenerato nella nostra comprensione, ma i corpi sono in difesa e i sintomi relativi all’angoscia si risvegliano e rendono più difficile risolvere i conflitti quotidiani.
Ciò che Mattarella indica come “condizioni appalesate come sempre più inaccettabili e di dimensioni tragiche” si confondono con pubblicità e fake news, in quanto sono semplicemente scisse, nascoste, occultate alla coscienza individuale dal rumore di fondo che impedisce all’uno di provare passioni, emozioni, rivolte all’altro. L’altro, scrive mestamente Mattarella a Freud e Freud a Mattarella, è semplice obiettivo delle pulsioni aggressive che non sono rielaborate dalla cultura delle regole di convivenza. L’altro è un puntino nel mirino di un drone o di un missile lanciato da un bunker posto a migliaia di chilometri, guidato spesso da una IA che non possiede criteri morali ma algoritmi e parametri spazio-temporali. L’altro non ha nome, poiché il soggetto ha perso il suo, così da non poter più chiamare ne essere invocato.

“Punto Linea Superficie” di W. Kandinsky, ed. Biblioteca Adelphi 16.

L’infinito “chiamare” è una bellissima forma verbale che facilmente fa pensare alla domanda: “chi amare?”. Chi amare, se l’altro è indistinto da me e pertanto è impossibile da riconoscere nella sua soggettiva e preziosa limitatezza? Chi è possibile amare se l’altro è uno strumento di successo o di sconfitta? Infine, chi amare se, non potendoci distinguere, l’altro è solo una componente del mio potere, quindi più altri posseggo, più posso dimostrare la mia potenza?

Scrive ancora Mattarella idealmente a Freud e a noi che ci domandiamo sul “chi amare”, che  fanno bene la comunità di Colleferro e il suo Sindaco a non far cadere la smemoratezza sul nome e il sacrificio di Willy Monteiro Duarte, medaglia d’oro al valor civile:
“(…) A lui va il ricordo e il dolore di tutti gli italiani, feriti da tanto orrore. Non dimenticare vuol dire non essere indifferenti. L’indifferenza è negativa e spregevole come la violenza. L’indifferenza nasce dalla chiusura in sé stessi, dalla sfiducia, dalla rassegnazione. La violenza si sconfigge con la solidarietà, con le relazioni umane, con l’inclusione, con il dialogo, con la comprensione delle opinioni e delle esigenze degli altri. Ogni tempo, ogni civiltà è stata attraversata dalla violenza. Un peso, un freno sull’umanità. In ogni tempo la violenza si è manifestata in modi diversi. Dobbiamo guardare alla violenza del nostro tempo per contrastarla, per sconfiggerla.”[4]

Borgonzoni "Una parola contro la guerra" - anni '70

Ma quanto cinque anni fa è accaduto a Colleferro, non sta forse moltiplicandosi sul nostro continente e su quelli vicini  con “la diffusione di un clima di avversione, di rancore, di reciproco rifiuto che spesso - come si legge nei recenti fatti di cronaca - sfocia nella violenza e giunge all’omicidio”[5]. Forse Freud non sa dei social, anche se la narrazione bellica aveva i suoi canali anche nel 1915, ma vengono citati da Mattarella quando, da strumenti di comunicazione, essi divengono amplificatori di “parole di odio” e di  “narrazioni create per generare sfiducia, paura, risentimento, per provocare divisioni, conflitti, scontri.”[6] Questo processo produce elementi anti-umani, privi di speranza, riflette sempre Mattarella.

Freud non ha conosciuto Martin Luther King, ma il valore delle parole dei costruttori di pace può andare sia verso il passato che verso il futuro. Così Mattarella invia a Freud queste parole: “Un grande uomo di pace e di civiltà, come è stato Martin Luther King, ripeteva che “l’odio moltiplica l’odio e la violenza moltiplica la violenza”[7]. Colleferro è un piccolo centro vicino a Roma forse non più piccolo della Vienna del 1915. E da quella Vienna Freud, leggendo la immaginaria missiva Mattarella, risponde:
“Il singolo, se non è egli stesso un combattente e non è quindi diventato un semplice ingranaggio della gigantesca macchina bellica, ha smarrito ogni orientamento e si sente inibito nelle sue potenzialità. Penso perciò che accoglierà con favore ogni minima indicazione che lo aiuti a sentirsi a proprio agio, almeno nel suo intimo. Tra i fattori che sono responsabili della miseria spirituale in cui è piombato chi è rimasto a casa, e contro cui è tanto difficile lottare, ve ne sono due che vorrei mettere in rilievo e trattare in questa sede: la delusione provocata da questa guerra, e il mutamento impostoci da questa, come da ogni altra guerra, nel nostro atteggiamento verso la morte. Quando parlo di delusione, ognuno comprende immediatamente ciò che intendo dire. Anche senza alcun fanatismo pietistico, e pur comprendendo la necessità biologica e psicologica della sofferenza nell’economia della vita umana, non si può non condannare la guerra, nei suoi scopi e nei suoi mezzi, e non aspirare alla cessazione delle guerre.
Dicevamo sì a noi stessi che le guerre non possono scomparire fintanto che i popoli vivono in condizioni di esistenza così diverse, fintanto che il loro modo di valutare la vita individuale è così divergente e gli odi che li separano sono alimentati da forze motrici psichiche così potenti.  (…) Ma ci cullavamo anche in un’altra speranza. (…) "da questi popoli" (ndr), almeno, ci aspettavamo che giungessero a risolvere per altre vie i loro malintesi e i loro contrasti d’interesse. All’interno di ciascuna di queste nazioni erano state instaurate, per il singolo, norme morali elevate, e ad esse il singolo individuo doveva uniformare la sua condotta di vita se voleva partecipare ai beni comuni della civiltà. Queste prescrizioni, spesso troppo rigorose, esigevano molto da lui: una considerevole autolimitazione, una cospicua rinuncia al soddisfacimento pulsionale. Gli era soprattutto interdetto approfittare dei grandi vantaggi che si possono trarre, nella competizione con i propri simili, dall’uso della menzogna e della frode. Lo Stato civile considerava queste norme morali come il proprio stesso fondamento, interveniva inflessibilmente contro chi cercasse di attentarvi, dichiarava spesso illecito anche soltanto il sottoporle a verifica in sede critica. Si poteva perciò pensare che lo Stato intendesse rispettare per parte sua tali norme e che non le avrebbe mai violate, non foss’altro per non contraddire alle basi stesse della sua esistenza. (...)  Tuttavia, si poteva supporre che questi grandi popoli avessero acquisito tanta comprensione per ciò che fra loro vi è di comune, e tanta tolleranza per quanto vi è di diverso, da non poter più, come ancora avveniva nell’antichità classica, confondere in un unico concetto lo “straniero” e il “nemico” [10]

La guerra è arrivata, nel 1915 a Vienna come in tutta Europa, la guerra sta mietendo vittime e profitti tanto nell’Europa ricca, contradditoria, acculturata come nel Medio Oriente, colto, religioso e anch’esso pieno di ricchezza e povertà. Oggi come ieri, nel nostro immaginario Freud e Mattarella continueranno a scriversi, affinché i loro lettori possano costruire legami costruttivi, dirigendo eros e passioni verso la crescita di spazi dove l’intelligenza dell’uomo si metta al servizio dell’altro, altro esistente sia come umano, sia come vita diversa da sé.

[1] “Dichiarazioni alla stampa del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al termine dell’incontro con la Presidente della Repubblica di Slovenia Nataša Pirc Musar”. Fonte: https://www.quirinale.it/elementi/139451

[2] idem

[3] 1962 - Ernest Jones - Vita e opere di Freud, Il Saggiatore, Milano in Opere di Sigmund Freud
Edizione diretta da Cesare L. Musatti - Boringhieri editore - 1977 - Nella realtà storica Freud sta scrivendo a Ernest Jones.

[4] 16/09/2025 - Colleferro (RM) - Intervento del Presidente Mattarella in occasione della cerimonia commemorativa del 5° annivarsario della morte di Willy Monteiro Duarte - https://www.quirinale.it/elementi/140564

[5] Fonte Quirinale - idem

[6] idem

[7] idem

[8] 1915 Freud Sigmund - Considerazioni attuali sulla guerra e morte in Opere di Sigmund Freud -Edizione diretta da Cesare L. Musatti - Boringhieri editore - 1977

[10] 1915 Freud Sigmund - Considerazioni attuali sulla guerra e morte in Opere di Sigmund Freud -Edizione diretta da Cesare L. Musatti - Boringhieri editore - 1977

Appunti per l’incontro di polivisione del 7 luglio 2017

Ora questo bravo bambino aveva l’abitudine — che talvolta disturbava le persone che lo circondavano di scaraventare lontano da sé in un angolo della stanza, sotto un letto o altrove, tutti i piccoli oggetti di cui riusciva a impadronirsi, tal ché cercare i suoi giocattoli e raccoglierli era talvolta un’impresa tutt’altro che facile. Nel fare questo emetteva un “o-o-o” forte e prolungato, accompagnato da un’espressione di interesse e soddisfazione; secondo il giudizio della madre, con il quale concordo, questo suono non era un’interiezione, ma significava “fort” [“via”]. Finalmente mi accorsi che questo era un giuoco, e che il bambino usava tutti i suoi giocattoli solo per giocare a “gettarli via”. (1)

Il testo di Sigmund Freud è stato presente durante tutta la sessione di lavoro del 23 maggio 2017 che segue quella già commentata del 28 aprile 2017 (2) . L’incontro di aprile si era svolto utilizzando le conoscenze e i modelli interpretativi della neuropsichiatria infantile, in un setting seminariale, centrato sulla fondazione di un gruppo di bambini e bambine con diagnosi di autismo ad alto funzionamento. (3).
Durante quel incontro era emersa la necessità di presentificare il gioco dei bambini affinché gli adulti ne sentissero gli aspetti creativi e quelli involutivi acora nascosti sotto il potere della rimozione.
Era apparso anche evidente che da quel gioco gli adulti sono esclusi per necessità, come nonno Freud che si fa osservatore partecipante ma astinente al “gioco” del nipote. Con la scrittura e la teorizzazione Freud si appropria del “gioco” osservato e lo trasforma nella psicoanalisi, indirizzando così il desiderio infantile di ricongiungimento con il corpo materno verso un orizzonte creativo.
Gli educatori, gli psicoterapeuti, gli educatori, i neuropsichiatri, i terapisti della neuro e psicomotricità, le insegnanti che il 23 maggio 2017 si sono incontrati nello studio Nuovi Percorsi di via Borelli 5 a Roma, sapevano che avrebbero ripercorso un tratto di strada che ciascuno aveva già percorso, sia nell’esperienza della sessione precedente, sia attraverso la propria e originale esperienza di separazione dal corpo materno, di cui ciascuno è originale testimone. Al fine di offrire opportunità espressive alla ricchezza simbolica che il lavoro in setting seminariale aveva suscitato, abbiamo ritenuto necessario quindi riunirci in un piccolo gruppo, secondo le regole del dispositivo dello psicodramma analitico, disposti a mettere in gioco la clinica del desiderio.
Mentre la dott.ssa Martina Balbo, psicoterapeuta, narrava alcune scene del gruppo di bambini e bambine che condivide con le professioniste del centro, scene che in parte avevamo già ascoltato, le parole assumevano altri colori, anzi hanno preso la dimensione della luce e del buio, antitesi che permettono la vita. Il silenzio fa da contenitore alla narrazione di Martina che si riempie di buio e della luce che lo interrompe, come di un buio che combatte la distinzione portata dalla luce stessa.
La fusione e la differenziazione è garantita da due logoterapiste, garanti della relazione di cura che, secondo il racconto di Martina, non sono sufficienti. Così proprio in lei, attraverso la sua presenza astinente, si palesa il terzo garante dell’alternanza del buio con la luce. 
Martina si rappresenta, e viene anche rappresentata, nel gioco psicodrammatico, come garante che il gioco fusionale, di incontro e scontro di corpi nel buio, abbia un limite.
Il limite permette l’andata e il ritorno, dalla non vita alla vita del gruppo di adulti e bambini e bambine. Nel gioco garantito dall’animatore del gruppo di psicodramma si sperimenta l’assenza del taglio, della vista, quando il buio rende l’uno e l’altro non distinguibili, come la frustrazione della luce che fende il buio, rendendo l’altro irraggiungibile in quanto distinto.
Il meccanismo teatrale è semplice: si accendono e spengono le luci della stanza e ci si protegge per il viaggio con un telo, sotto il quale l’altro non è più separato, in quanto il telo placenta riporta nell’unione con il materno. Nella rappresentazione degli adulti gli oggetti erano simbolici. Read more