Categoria: Poesia

“E la guerra non parla” – Polivisione 8 aprile 2022 ”

"Non esiste la storia muta. Per quanto le diano fuoco,
per quanto la frantumino,
per quanto la falsifichino,
la storia umana si rifiuta di tacere."
Eduardo Galeano
(Montevideo3 settembre 1940 – Montevideo13 aprile 2015)
giornalistascrittore e saggista uruguaiano.

Introduzione al seminario di Polivisione del 8/04/2022
Giuseppe Preziosi,
"Nuovi Percorsi"- via Borelli 5 - Roma.

... da un incontro di Polivisione con lo Psicodramma analitico del 11 marzo 2022

Theater Box with The-Night Moth Ballet and The Half Moon Queen and The Man in The Moon on Stage George Grosz

Presi nel vortice di questo tempo di guerra, privi di informazioni obiettive, senza la possibilità di considerare con distacco i grandi mutamenti che si sono compiuti o che si stanno compiendo, o di prevedere l’avvenire che sta maturando, noi stessi non riusciamo a renderci conto del vero significato delle impressioni che urgono su di noi, e del valore dei giudizi che siamo indotti a pronunciare. Ci sembra che mai un fatto storico abbia distrutto in tal misura il prezioso patrimonio comune dell’umanità, seminato confusione in tante limpide intelligenze, degradato così radicalmente tutto ciò che è elevato. Anche la scienza ha perduto la sua serena imparzialità; i suoi servitori, esacerbati nel profondo, cercano di trar da essa armi per contribuire alla lotta contro il nemico”

S. Freud-  Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915).

 

Parole


Parole attualissime, parole scritte, sarebbe certamente credibile, solo una settimana fa. E invece si tratta di decenni. Come a dire il tempo della guerra è immobile, oppure che la guerra come l’inconscio non conosce il tempo, si ripete uguale a se stessa, insiste, si ostina.

Maria Lai - dalla Gazzetta della Sardegna

Gesti

Negli stessi gesti, nelle stesse azioni, ormai così slabbrate da aver perso ogni significato. E la guerra non parla. Se non nella lingua del diavolo (colui che separa). Una lingua che riempie la gola e soffoca. E la guerra ci guarda con i suoi occhi di vetro, opachi e ottusi. La guerra ci guarda e ci riguarda.

Maria Lai - Duemila anni di guerra

 

 

 

Il tentativo di un secolo.

Il tentativo di un secolo di rimuovere la guerra, attraverso l’azione illuminante di una razionalità superiore, o di “una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia” come scrive Freud, oppure magari di un “governo dei migliori” come affermerebbe qualcun altro, ha minimizzato le guerre che eppure ci sono state, in sintomi marginali, residuali, tic e piccole nevrosi, anche quando erano lì, proprio dietro l’angolo.

La guerra ci guarda.

Ma la guerra ci guarda e ci riguardava e ha continuato a riguardarci. Nelle attenzioni “ossessive” di un madre che teme il soffocamento dei figli come se anche loro potessero ferirsi in battaglia, nelle dispense riempite di zucchero e di viveri come se fosse sempre possibile la fame, l’inedia, la mancanza. Nell’offesa che solca il corpo e la vita dei nostri affetti, nell’incomunicabilità del trauma.

 

 

 

Picasso - Guernica

Segni e tracce

Ora che il rimosso si è mosso, muove anche il rimosso che ci abita, rimuove le difese e le dimenticanze e riporta alla luce i ricordi di bambini e bambine che della guerra hanno visto solo i segni, e le tracce, e i marchi, e hanno potuto illudersi che si trattasse solo di favole macabre, brutte storie, paurose fantasie.

 

 

 

 

Burri - Combustioni su plastica - 1957

Ma con la guerra condividiamo anche un certo rifiuto alla rinuncia pulsionale, una rinuncia che mette le basi per la civiltà e la convivenza ma verso la quale proviamo una certa insofferenza.
E così tra i racconti di guerra può far capolino, come una infiorescenza, lo sguardo di una bambina che rimane sospesa tra il divieto e il desiderio, tra fascinazione e imbarazzo. E il discorso del Thanatos arriva a far riemergere un ricordo impastato di Eros.

Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto. Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre legata – vincolata, come noi diciamo – con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, solo così ne permette il raggiungimento. Per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente erotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta a oggetti, necessita un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle”.

S. Freud-Considerazione attuali sulla guerra e sulla morte (1915).

Il seminario  del 08/04/2022, come sempre non è gratuito.  La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
Per per poter ricevere il link di accesso a Meet, scrivere a Nicola Basile - nuovipercorsiviaborelli@gmail.com, indicando il proprio nome, professione, numero di telefono. Riceverete una mail e messaggio WhatsApp di conferma.

“Riverberi ”

... da un incontro di Polivisione con lo Psicodramma analitico

Introduzione al seminario di Polivisione del 11/03/2022 - h 20,00 - 21,30.
di Nicola Basile
responsabile centro didattico Aletheia della S.I.Ps.A ,
fondatore dello studio e del sito web "Nuovi Percorsi"- via Borelli 5 - Roma.

“La mia patria è qui
dove libertà e legge
non hanno bisogno di custodi
perché sono parte dell'uomo
della terra;
qui dove le case
non hanno cancelli
reti o muri intorno
ma l'uscio sempre aperto;
dove il nascere
il vivere
il morire d'ognuno
è per tutti
un grande evento."

da: RIVERBERO
poesie e racconti di Paolo Bassani.
"Alla volta di Leucade"

Brevissima premessa

Prosegue il lavoro di ricerca sul nucleo tematico "Famiglia". In questi giorni siamo oppressi dalla frammentazione della famiglia Europa il cui mito nasce proprio da un rapimento. Il rapimento di una lembo di territorio europeo da parte di una componente della cultura, arte e religione dell'Europa stessa è fatto gravissimo e, a differenza del mito, non fonda alcunché ma tende alla distruzione.
Per le vittime che in queste ore disseminano di corpi inerti l'Ucraina, per le speranze spezzate di essere fratelli e sorelle che possono lasciare gli usci aperti, credo importantissimo proseguire nell'opera di "Riverbero" delle parole che abbiamo esplorato il 5 febbraio 2022, utilizzando il dispositivo dello Psicodramma Analitico.
Le ho lasciate come fossero paragrafi di un testo ancora da scrivere, missive da un fronte che non hanno il tempo, né l'occasione per essere ampliate. Il soldato Montale strappò dalle trincee della prima guerra mondiale, all'orda mortale del capitalismo guerrafondaio, le sue parole di poesia. Rubo al poeta Paolo Bassani l'incipit e il titolo.

 

Maggiore età e divorzio

Maggiorenne, completati gli studi magistrali, ottenuta una borsa di studi, deve andare via dalla sua regione. È la sua occasione per aprirsi al mondo. La norma le impedisce di viaggiare da sola. Viene accompagnata dal fratello minorenne. A tornare a casa da solo sarà il fratello, ancora bambino.
Storia di mezzo secolo addietro.

La prima donna della sua cittadina a divorziare.

Maggiorenne, in procinto di partire per un viaggio con il fidanzato, si ritrova sottoposta a un veto dalla madre. Non partirà.
Le Americhe non sono più distanti dal continente della Sicilia.

Tradizione e storia

La tradizione di preparare la figlia alla vita, si legge solo come malessere.
Sappiamo che qualcosa di profondo agisce divenendo cultura, sa di malessere come di benessere. Le donne erano molto evolute, una nonna materna insegnava alle elementari, aveva una governante e non eravamo che all’inizio del ‘900.

Oliva, personaggio omonimo del libro, corregge la maestra.
Oliva si prende cura di tutti, non cammina nelle stesse scarpe che altri le avevano dato.
In nome della tradizione nessuno può essere chi è.
Benessere e malessere sono oscillazioni.

Storia e rappresentazioni

La storia non è sempre storie di vita, va letta e ricordata, memoria di storie di morte come di vita.
Le rappresentazioni della storia sono sottoposte a un utilizzo, torsione della storia verso finalità di sottomissione della massa a un potere.

La politica può occuparsi di tutto e si mette a leggere le storie e si ritrova a farne un uso.
Nella polis non si parla d’altro.

Il soggetto proviene da una pluralità di tempi, per continuità contrapposte a discontinuità. Non può essere mai copia dell'altro. Ciò la storia fatica a rappresentarlo e la politica a dirlo.

La voce del padre: libri e non solo.

A commuoversi è il padre di Paddy (personaggio del libro Paddy Clarke, ah, ah) perché egli può dare al figlio indicazioni geopolitiche sulla provenienza. Il figlio può riconoscere nel padre la sua origine, stenta però a riconoscere le mappe.

Il padre di Oliva Denaro (nome e titolo dell’omonimo libro) può camminare con lei a piedi nudi, agitando l’equilibrio dato dal divieto. L’incontro è una ribellione a una legge di stampo materno.

In un libro un bambino viene riempito di botte dal padre, quel bambino trova la sua stabilità facendo il pugile, forte dell'odio.
Il pugile lavora con i disabili e durante una notte di incubi, sogna di uccidere proprio quello a lui più vicino. Al mattino il bambino picchiato, divenuto pugile e operatore, riceverà una lettera di amicizia dal disabile.

Va con i figli a chiamarlo. Lui le getta in aria i soldi che ricadono pesantemente in terra. Madre e figli li raccolgono. Storia di fine '800.

Nell’abisso di voci di donne, quella del padre, assente, flebile, colpevole, eroica, turba l’equilibrio.

Immigrazione


Nella famiglia ciascuno è un immigrato senza documenti, clandestino a se stesso.

Nella famiglia parole per rispondere a domande non sempre sono a disposizioni. Quella per avere i documenti non trova accoglienza.

Le parole non impastano pane ma futuro. Senza parola, il soggetto rischia di morire di inedia alla tavola imbandita.

Fiabe e favole


Ci sono film o racconti basati su una ricerca di parole che non si trovano. Si possono trovare parole parziali fallaci, per parlare di separazioni, malattie come di gioia e stupore. Ci sono favole studiate da adulti che veicolano dinamiche interne e universali. In queste favole l'epilogo è universale. Il soggetto passa dall'individuale a uno dei tanti collettivi possibili.

Anche il poeta non sa rispondere alle domande della sua poesia ma le sa scrivere per gli altri.

Fratelli e sorelle

Spedita via, spedito via, esordio della sua malattia, non ci possiamo incontrare. Lei mia sorella, lui mio fratello è, sono, siamo dietro una porta di un SPDC. La legge che vieta l'incontro si legge "TSO".

Il padre ringhia al vento: - Siamo a posto, adesso.

Io non sono il vento, sono il fratello, sono la sorella, sono il figlio, sono la figlia,  sono il padre, sono la madre.
Ho imparato a usare la parola e a non farmi beccare dalla legge che chiude le porte e lancia anatemi e guerre. Il becco lo lascio agli uccelli, ne fanno un buon uso.

Rimozione


A raccontare storie ci si accorge che in quella storia che hai vissuto, sarebbe stato meglio fare qualcos'altro. E non va proprio giù che non ci hai pensato.

Te ne accorgi, ricordandola a qualcun altro che prova ad ascoltarti.
Se l’altro sarà un buon ascoltatore, quella storia potrà andare nella rimozione.

La rimozione è la fucina delle storie.

Carichi e responsabilità


Il bambino o la bambina sente il carico della responsabilità che dovrebbe esser portato da spalle più grandi. Accade tuttavia che quel peso, venga trasmesso tutto, senza sconti, all’infanzia.
L’infanzia non ce la fa a sostenerlo e deve portare il senso di colpa per non essere riuscita a farlo.

Se qualcuno si prende la briga di ricordare che i bambini e le bambine non hanno il compito di assumere le zavorre degli altri, le bambine e i bambini ce la faranno a ricordare e potranno riporre nella rimozione il dolore.

Se non c’è alcuno ad ascoltare l’infanzia, i bambini e le bambine saranno adulti infantili.
Quegli adulti non saranno in grado di essere accoglienti con l’infanzia, forse perché non riescono a raccontare la loro storia.

  • È bellissimo staccare la spina - dice una donna che sviene guardando il suo sangue.

Mani di ghiaccio, nero e colori.

Le mani di ghiaccio fanno venire in mente l'impossibilità di un ballo a due. Alcuno prenderebbe tra le sue lamine senza colore.

Quando non si è visti, lo sguardo dell'altro ti può definire come vuole malata, bella, svergognata. Lo sguardo può farti a pezzettini.

I colori possono diventare, sovrapponendosi, solo nero, il nero può prendere tutti i pezzi. Il nero è un colore. Si può avere paura del nero, lo si può accettare, si può guardare attraverso la cecità, si può accogliere il buio.

La famiglia ha tanti colori, sulla sua tavolozza appare anche il nero.

"Per non finire....

"Per non finire, quando la parola è attaccata dalla occupazione nazi fascista, il corpo nasconde esso e la parola per non perire, uniti nella sopravvivenza. Corpo e parola restano in attesa di un buon transfert, della sapienza di un ascoltatore accogliente, che possa donare al borgo indirizzi, voci e corpi. L’antitesi è, morte elaborabile soltanto con una lotta partigiana e repubblicana. L’attesa regola sia il flusso mestruale femminile, sia l’alternarsi delle stagioni in cui vi è libertà e in cui si soggiace all’occupazione, mito di Proserpina rivisto e non corretto. Oggi ci porremo altri quesiti su come interiorizzare processi che portino alla consapevolezza della libertà e della ripetizione."
L'avevo scritto per l'incontro di febbraio, mi sembra il caso di riverberare ancora queste parole, nate dal lavoro di un gruppo di lavoro appassionato della psicoanalisi che ha vissuto la guerra sempre cercando l'eros.

"Nota finale per iniziare"

Ho elaborato il testo utilizzando l'osservazione dell’incontro di Polivisione con il dispositivo dello psicodramma analitico del  05/02/2022.
Il seminario  del 11/03/2022, come sempre non è gratuito.  La partecipazione richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi.
Per per poter ricevere il link di accesso a Meet, scrivere a Nicola Basile - nuovipercorsiviaborelli@gmail.com, indicando il proprio nome, professione, numero di telefono. Riceverete una mail e messaggio WhatsApp di conferma.

Crediti

Immagini
1 - E. Munch – Separation da Art project Google
2 - Napoli_museo_httpsartsandculture.google.comstorypompei-madre-materia-archeologica-le-collezionibwWhJsDlhez3IA
3 - The solitary archeologist, De Chirico_1937
4 – Immigrazione-fan page- https://design.fanpage.it/la-street-art-per-i-migranti-le-10-opere-piu-toccanti-sui-muri-d-europa/
5 - “Principessa delle nevi” da cartoon russo 1957, diretto da Lev Atamanov
6 -  Van Gogh “Vento” - 1883
7 – A. Boetti - Un pozzo senza fine – 1961 - https://www.archivioalighieroboetti.it/scheda/un-pozzo-senza-fine/
8 - Ara Pacis - Roma
9 -  Alberto Burri - https://www.fondazioneburri.org/la-fondazione/ex-seccatoi.html
Restiamo a disposizione per ogni eventuale imprecisione.

manifesto per il reclutamento

CHI CI RAPPRESENTA È ANDATO ALTROVE

Ero nello stesso 8 agosto di oggi, appena quattro anni fa e l’eccidio di Marcinelle allora come oggi richiedeva un pensiero generativo, non solo celebrativo per poter essere in pace domani. Scrivevo ai colleghi della Società Italiana di Psicodramma Analitico con cui condivido il piacere della ricerca nella psicoanalisi da oltre vent’anni per riflettere sui processi di migrazione, aspri allora come oggi. Affermavo che era necessario farlo per porre noi stessi nella condizione di “erranti”, di coloro che si pongono nella posizione di ricerca di un luogo in cui la vita quotidiana conosciuta non si possa considerare l'unica forma di esperienza possibile.
Il testo proseguiva così:
“Lo abbiamo pensato in tutti questi anni per porci nella condizione di ascolto dell'altrove che il sintomo psichico, la fatica di vivere, ci chiede di tradurre e chiede di poter trasformarsi in quadro, orizzonte, progetto, riconoscimento.
Esattamente sessanta anni fa morivano a Marcinelle 262 minatori divisi in ben 12 nazionalità di cui 136 italiani. Morirono a 975 metri sotto la terra e in quel momento erano i rappresentanti di ben tre continenti.
Un freddo elenco di deceduti per nazione, ci riporta a un Europa che era stata pensata a Ventotene, che vedrà a Roma i primi vagiti in quegli anni e che oggi ha necessità di un progetto di vita, come lo richiedono ancora i minatori di Marcinelle:
136 italiani; 95 belgi; 8 polacchi; 6 greci; 5 tedeschi; 3 ungheresi; 3 algerini; 2 francesi; 1 britannico; 1 olandese; 1 russo, 1 ucraino.
Cosa cercavano questi giovani tra le profondità della terra, questi giovani che tali sono rimasti da allora?
Ciascuno di loro sapeva che un luogo altro doveva esistere, un luogo che poteva dare corpo alle loro aspettative, ai loro sogni di niente, sogni che pensavano a un'esistenza altra di cui non potevano neanche delineare i contorni. È legittimo pensare che il desiderio di quella gente non riuscisse a esprimersi in forma di parola, essendo sempre collocato in un luogo altro dalla vita reale, essendo la loro parola, parola di servi che cercava il proprio linguaggio, la propria espressione, nel linguaggio dell'altro. Poi un giorno, quel desiderio, trovò espressione in una forma gentile: un manifesto rosa pallido. Su quel leggero foglio appeso tra i piccoli paesi del sud Italia, chi poteva leggeva, e molti chiedevano ai pochi di leggere, la speranza di un lavoro, di carbone per scaldarsi, di un premio per i figli, premio da trovare sotto la terra. E si, che di vita, sotto la terra, il nostro sud, come ogni sud della terra che s'incontrarono quel 8 agosto del 1956 in Belgio, molto sapevano.
Sotto la terra Proserpina scompare al suo amante per apparire solo nello splendore primaverile, sotto la terra si seppelliscono i morti perché sopra la terra i riti del lutto si possano esprimere in canti e cerimonie, sotto la terra si deposita il seme affinché nove mesi più tardi si posi il pane sul tavolo. E la terra era molto più vicina a tutti quei giovani di quanto non lo sia oggi sotto i piedi dei nostri giovani del 2016. Sotto la terra, quel popolo di giovani, non aspettava solo il buio, non aspettava una paga appena sufficiente per sfamare sé stessi e i propri cari, non aspettava di vivere in baracche che non potevano essere chiamate case, cercava il luogo atteso da una promessa di riscatto, passata di bocca in bocca attraverso le generazioni. Si mosse verso un luogo, annunciato da un manifesto rosa pallido, tintura della tipografia dell'epoca, che esprimeva, meglio di ogni altro strumento, il luogo altro che il desiderio non sapeva tradurre in parole, non essendo il desiderio stesso capace di trovarle. Il capitale utilizzò inchiostro e carta per tradire i desideri di una generazione, la speranza di vita di uomini e donne che non trovarono parole più attraenti che quelle stampate su manifesti di leggera carta, incollati a mura sbrecciate. Il capitale spedì più di mille italiani a estrarre dalle viscere della manifesto per il reclutamentoterra belga il di più di energia che doveva servire a alimentare la produzione di merce contro braccia, cose contro desideri, sintomi contro poesia, fumo dentro i bronchi per togliere il diritto alla parola. Chi scrive era nato da qualche mese e quell’8 agosto del 1956 ascoltava la parola dell'altro e si faceva essere di parola. Chi rimase sotto quei mille metri di terra, non ebbe più parola da cantare nei riti, non ebbe più desideri da incorniciare in un altrove che si fa incontro con l'altro. Ma può essere ancora cantato da noi con le parole di un mio amico che come me all'epoca non aveva parole ma che oggi, come me, ha superato i sessant'anni.

Noi che festeggiamo i sessant'anni
Non sappiamo da dove veniamo
I nostri nonni in fondo alle miniere
Le loro vite date per carbone.

Morirono italiani a Marcinelle
Morirono soffrendo in terre amare
Rinacque la speranza dalla guerra
In un'Italia già ferragostana.

Olimpiadi medaglie luccicore

Chi ci rappresenta è andato altrove.

                                   Concezio Salvo

A chi come noi intende la psicoanalisi come un delicatissimo strumento per dare parola all'altrove, ai luoghi del pensiero che si esprimono in forma di linguaggio ma che non trovano altro che sintomi, Marcinelle non è solo un ricordo, ma una continua sfida etica.

 

«Conquistare le forze dell’ebbrezza per la rivoluzione»

Per non far sparire nell’ombra il passaggio di Krak, facciamo appello alle parole di W. Benjamin da “Il surrealismo” (1)

 
 Giuseppe Preziosi
"…quando irruppe (il surrealismo) sui suoi fondatori nella forma di un’ispiratrice ondata di sogni, esso apparve come sommamente integrale, definitivo, assoluto. Tutto ciò con cui veniva a contatto si integrava. La vita pareva degna di essere vissuta solo quando la soglia che c’è tra la veglia e il sonno era come cancellata, in ciascuno, dai passi di mille immagini fluttuanti; il linguaggio pareva veramente tale solo là dove il suono e l’immagine, l’immagine e il suono erano ingranati l’uno nell'altra con tale automatica esattezza, con tale felicità che non restava più alcuna fessura dove infilare il gettone «senso» […] Non soltanto sul senso. Anche sull'io. Nella compagine dell’universo il sogno allenta l’individualità come un dente cariato. Proprio questo allentamento dell’io nell’ebbrezza è nello stesso tempo l’esperienza viva e feconda che ha consentito a queste persone di sottrarsi al dominio dell’ebbrezza [...] Esso può vantarsi di una sorprendente scoperta. Per primo si imbatté nelle energie rivoluzionarie che appaiono nelle cose «invecchiate», nelle prime costruzioni in ferro, nelle prime fabbriche, nelle prime fotografie, negli oggetti che cominciano a scomparire, nei pianoforti a coda, negli abiti vecchi più di cinque anni, nei ritrovi mondani, quando cominciano a passare di moda. Quale sia il rapporto di queste cose con la rivoluzione – nessuno può saperlo più esattamente di questi autori. Come la miseria, non solo quella sociale ma anche e altrettanto quella architettonica, la miseria dell’interno, le cose asservite e asserventi si rovescino in nichilismo rivoluzionario, prima di questi veggenti e astrologi non se n’era accorto nessuno [...] Conquistare le forze dell’ebbrezza per la rivoluzione: intorno a questo motivo ruota il surrealismo in tutti i suoi libri e le sue iniziative. Questo può essere definito il suo compito più proprio e specifico. Esso non consiste solo e semplicemente nel fatto che come sappiamo - una componente di ebbrezza è presente e operante in ogni atto rivoluzionario. Essa è identica con quella anarchica. Ma mettere l’accento esclusivamente su di essa equivarrebbe a trascurare interamente la preparazione metodica e disciplinare della rivoluzione a favore di una prassi oscillante fra l’allenamento e i preparativi di una festa. A ciò si aggiunge una concezione troppo immediata e affrettata, “adialettica” della natura dell’ebbrezza. L’estetica del pittore, del poeta en état de surprise, dell’arte come reazione alla sorpresa, è prigioniera di alcuni pregiudizi romantici quanto mai infausti. Ogni indagine seria delle doti e dei fenomeni occulti, surrealisti, allucinatori presuppone un intreccio dialettico di cui una mentalità romantica non verrà mai a capo. E infatti non è molto utile sottolineare con tono patetico o fanatico gli aspetti enigmatici dell’enigmatico; noi riusciamo invece a penetrare il mistero solo nella misura in cui lo ritroviamo nella vita quotidiana, grazie a un’ottica dialettica che riconosce il quotidiano come impenetrabile, l’impenetrabile come quotidiano [...] la più appassionata indagine dell’ebbrezza da hascisc non insegnerà, intorno al pensiero (che è un narcotico per eccellenza), nemmeno la metà di quello che l’illuminazione profana del pensiero insegna sull’ebbrezza da hascisc. Leggere, pensare, attendere, passeggiare sono forme di illuminazione non meno del consumo di oppio, del sogno, dell’ebbrezza. E sono forme più profane. Per tacere di quella più terribile droga (noi stessi) che prendiamo in solitudine.
(1) Scritti 1928 – 1929 – in opere complete vol. 7 – Einaudi Editore

Non presentazione presso la libreria “L’Altracittà” 24 gennaio 2020 alle 19

Presentazione “L’alba è un massacro signor Krak” di Thomas Tsalapatis
a cura di Nicola Basile

 

  “Ma arriva il mattino e come ogni mattino
i libri si risvegliano, bianchi e esausti.
Insieme a loro si sveglierà anche il signor Krak.
Chiuso nella mattina infinita afferrerà la matita.
Cercherà di riscrivere il bianco, il libro bianco
pieno di parentesi.”

“L’alba è un massacro signor Krak”

 

Poesia e psicodramma analitico

Il 24 gennaio alle 19,00 ci ritroveremo c/o la libreria "L'altracittà" via Pavia 106, Roma , affinché la voce, le frasi del singolo si rendano lettera indirizzata all'altro, altro come colui presente nel gruppo e altro come colui presente nel pensiero. La poesia prenderà corpo nell'animazione del dispositivo dello Psicodramma Analitico, nella corporeità della drammatizzazione, conducendo i futuri lettori ad essere in primis narratori dei quesiti che li hanno portati ad essere scrittori senza carta, poeti senza rime da incardinare, pittori senza il confine di una cornice.

Affermiamo spesso che i sogni non si riescono a raccontare, nonostante restino vividamente nella memoria attraverso immagini o sensazioni. Altrettanto siamo in grado di sperimentare quando un’espressione musicale ci coinvolge a tal punto da renderci estranei al mondo, precipitandoci in un luogo e un tempo che poi ricorderemo intensamente.
Non ci dovremmo stupire se qualcuno vedendoci particolarmente coinvolti all’uscita di tale esperienza ci chiedesse se abbiamo bisogno di aiuto.
In qualche modo l’altro ci pone la stessa domanda che si poteva porre a noi bambini. Da bambini allargavamo le braccia in cerca di consolazione, all’uscita di un’esperienza particolarmente emozionante ricordiamo quel abbraccio.
Nella fruizione della poesia, dell’arte iconica, della musica, l’adulto non fa che utilizzare l’esperienza dell’infans, restando letteralmente “senza parola”.

“Dobbiamo provare a cercare le prime tracce dell’attività poetica già nel bambino?” domanda Freud nel saggio “Il poeta e la fantasia” (1907)
Non potendo divenire poeti noi stessi e quindi non potendo provare l’esperienza della scrittura della poesia, alla domanda sembra non poter dare risposta alcuna.
“Potessimo almeno trovare in noi stessi, o in coloro che sono come noi,una qualche attività in certo modo affine al poetare! Ci sarebbe la speranza, indagando tale attività, di farci una prima idea approssimativa della creazione poetica.”

I poeti però non si nascondono, osserva Freud, altrimenti la poesia stessa cesserebbe di esistere se alcun altro l’ascoltasse, la ripetesse, la barattasse nel mercato della vita.
Quindi la poesia la possiamo cercare in noi stessi? Si interroga Freud?
Se c’è un uomo c’è poesia e se c’è poesia possiamo sapere qualcosa selle sue origini.
“Forse si può dire che ogni bambino, impegnato nel giuoco si comporta come un poeta: in quanto si costruisce un suo proprio mondo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondo”, senza perdere la distinzione tra giuoco e reale.
Nel gioco si fa strada l’immaginario che cambia temporaneamente le regole spazio tempo:
”in quanto costruisce un suo proprio modo o, meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del mondo”.
In quell’assetto il bambino sperimenta un piacere che l’adulto ritrova nell’espressione artistica, gioco dell’infanzia che da adulto si ricerca nell’estetica dell’arte, della poesia, del cinema, della musica. Nel gioco incontriamo Krak che osserva teste che fuoriescono dal terreno, ombre che vendono frescura, chiodi fissi in testa al lettore. Thomas Tzalapatis incontra il rovescio del mondo che vediamo, raccontando di un signor Krak che ci dà il biglietto per transitarvi. Seguendo Krak, acquistiamo il titolo di viaggio valido per transitare in un mondo di contrasti dove è lecito far saltare ponti in vacanza. Chiuso il libro ovviamente non potremo che guardarci intorno per verificare se altri lo stiano facendo sul serio, chiudendo frontiere e porti. Ma questo è appunto il reale.
Seguendo Krak scopriremo che i

«I poeti sono alleati preziosi e la loro testimonianza deve essere presa in attenta considerazione, giacché essi sanno in genere una quantità di cose tra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta». ( Freud - Gradiva di Jensen 1906)
Il pensiero dominante deve escludere, mettere sotto il tappeto, omologare, in altre parole rimuovere. Ma quel che viene nascosto nella vita quotidiana” assume un valore fondamentale nella spiegazione di un testo (sogno o opera d’arte che sia)”.
Ciò è ancor più evidente nei movimenti satirici di ogni fase storica in cui sia stata compromessa la libera espressione. Nella satira ricompare ciò che viene nascosto dal potere: la sessualità e con essa l’espressione del non detto.

Per poter accadere ciò ovviamente la forma deve trovare dei canali simbolici che siano attinenti alla storia. Nonostante la storia o i periodi storici passino, il messaggio dell’espressionismo nell’arte iconica o del sincretismo nella poesia inducono piacere ancor oggi, così come leggiamo con piacere Trilussa anche se non ricordiamo più i papi contro cui lanciava le sue strofe.

Secondo lo psicanalista francese, Jacques Lacan (1901-1981) «l'inconscio è quel capitolo della mia storia che è marcato da un bianco o occupato da una menzogna: è il capitolo censurato. Ma la verità può essere ritrovata; il più spesso è già scritta altrove. (J. Lacan Scritti )
Cioè:
• nei monumenti: e questo è il mio corpo, cioè il nucleo isterico della nevrosi in cui il sintomo isterico mostra la struttura di un linguaggio...;
• nei documenti d'archivio, anche: e sono i ricordi della mia infanzia...;
• nell'evoluzione semantica: e questo corrisponde allo stock e alle accezioni del vocabolario che mi è proprio, così come al mio stile e al mio carattere;
• e nelle tradizioni, addirittura nelle leggende che in forma eroicizzata veicolano la mia storia;
• nelle tracce, infine, che di questa storia conservano inevitabilmente le distorsioni necessarie dal raccordo del capitolo adulterato con i capitoli che l'inquadrano, e delle quali la mia esegesi ristabilirà il senso».

L’inconscio si manifesta ma pur essendo un linguaggio non possiede parole. Le parole gliele offre ciò che esce da fessure, brecce del reale, in forma di metafore, nell’arte, nella letteratura e nella poesia e in forma metonimica, nella ricerca di un significato per un altro, che ogni autore offre prima di tutto a se stesso per esprimere ciò che ancora non appare.

Si tratta di figure che si pongono fra ciò che è manifesto e ciò che è stato occultato, posto “altrove”.
In questo movimento verso un “altrove”, mai posto nello stesso luogo, che andiamo a incontrare il signor Krak che è addetto allo svelamento del proibito, dell’altro testo, scritto al disotto e da leggersi in trasparenza, dove la tecnica di lettura non scorge che graffi e “di notte i libri conversano”.

Biblio
S. Freud – Il poeta e la fantasia (1907) – Opere vol. 5 – Boringhieri
S. Freud – Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di W. Jensen (1906) - Opere vol. 5 – Boringhieri
Jacques Lacan – Scritti – p.252 - Einaudi
http://www.luzappy.eu/lett-psica/freud-lett.htm
T. Tsalapatis - L'alba è un massacro - XY editore

Thomas Tsalapatis e il signor Krak di Nicola Basile e Viviana Sebastio

Colloquio sul signor Krak di Nicola Basile

“Non puoi non aver provato ciò che vive Krak!”
“Chi è Krak?”
“E’ un uomo che cammina interrogando la propria ombra.”
“Ma le ombre non parlano.”
“Krak le sa interrogare e far parlare."
"La mia ombra non è molto loquace e la sera se ne va. Come fa Krak a parlare con qualcosa che se va?"
"Krak pone domande alla zona dell’immaginario che nasconde il discorso ma da cui la vita creativa di ciascuno attinge, non solo per scrivere romanzi o poesie ma per poter decidere semplicemente di svegliarsi al mattino. Il signor Krak mentre cammina sulla superficie della terra, sa rispecchiarsi nel suo simmetrico altro, che compie atti dove si dichiarano misfatti, omicidi dove si compiono gesta d’amore. Il signor Krak sa dell’uno come dell’altro ma riesce a trovare un suo equilibrio nella poesia di Thomas Tsalapatis”
“E ora chi è Thomas Tsalapatis?”
“Forse è il sogno del signor Krak”
“Così non potrò incontrare né l’uno, né l’altro. Che me parli a fare?”
“Sei sicuro di voler il suo indirizzo?”
“Certo mi sento incuriosito da tanto mistero.”
“Allora ti invito a leggere "L’alba è un massacro signor Krak" (XY.IT edizioni), anche se il colloquio tra me e te è solo immaginario”

Prefazione di Viviana Sebastio

Thomas Tsalapatis e il signor Krak

Sembrerà strano, ma non sono disperato. Se pensi a quanto è accaduto in Grecia nel ventesimo secolo non puoi disperare. Qui parlano le pietre.
Thomas Tsalapatis

Ho conosciuto Thomas Tsalapatis anni fa, ad Atene a un Festival letterario in cui era ospite. L’anno seguente, nel 2012, la sua raccolta L’alba è un massacro signor Krak (Ekati, 2011) gli fa meritare il primo Premio Nazionale per la Letteratura come autore esordiente.
Classe 1984, Thomas inizia a scrivere per quotidiani e periodici nazionali poco più che ventenne, al contempo compone poesia, con la quale in seguito darà voce a varie pièce teatrali.
La familiarità con la scrittura nasce in casa, dove è circondato dai tantissimi libri del padre, lettore appassionato. E grazie al padre, sin da bambino, Thomas respira letteratura anche nelle frequentazioni. Cresce tra editori, poeti, scrittori, giornalisti, molti dei quali sono accomunati anche dalla passione per la politica.
Thomas Tsalapatis è considerato dalla critica, non solo greca, uno degli autori più rappresentativi e promettenti della sua generazione, caratterizzata da quella interessante e variegata corrente poetica che, come scrive il Guardian, «fiorisce nelle strade, nei bar e nei caffè della Grecia». È una poesia che germoglia e si esprime sotto varie forme, nei murales, nel rap, nel graphic novel, nella nascita di riviste letterarie e di blog, nelle installazioni multimediali che combinano poesia, performance e video, nell’esplorazione di nuove modalità di resa e di espressione del verso.
Thomas appartiene, dunque, a quella generazione che, cresciuta a cavallo di due millenni, è stata identificata prima come la generazione della Playstation e della pigrizia, poi, d’improvviso, come la generazione dello scompiglio, portato dagli scontri e dai disordini del dicembre 2008 a seguito dell’assassinio del 15enne Alexandros Grigoropoulos, per mano di un poliziotto. Oggi si parla di “generazione della crisi”.
E proprio in conseguenza alla crisi economica, con la quale i giovani greci «hanno imparato a rinegoziare le proprie esistenze e a sillabare la creazione del nuovo», si sono riaccesi i riflettori stranieri sulla poesia della piccola nazione. Tsalapatis è stato tradotto e incluso in più di un’antologia dedicata, appunto, a poeti greci del Secondo Millennio . I suoi libri sono stati pubblicati anche in Francia, dove è spesso ospite in Festival letterari.

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