Mese: <span>Ottobre 2022</span>

Là Qui Là/L’Aquila

 

 

Testi preparatori al seminario di Polivisione
a cura di
Silvia Brunelli - Milena Ciano - Alessandra Corridore - Dario Maggipinto - Marina Pagliarini

 

Il giorno 21 ottobre 2022, dalle h 19,00 alle 21,00, svolgeremo l’incontro on line,  per proseguire il lavoro del seminario di Polivisione con lo Psicodramma Analitico, stagione settembre 2022 - giugno 2023.

"Là Qui Là/L’Aquila" - dott.sse Silvia Brunelli e Milena Ciano

 

Il gruppo dopo un lungo periodo di lavoro online, si ritrova in presenza, a far incontrare i corpi, accolto in uno studio che era dispensa, dove i pixel dello schermo si fanno concreti e vividi: dispensa in cui ognuno ha accumulato e organizzato contenitori e contenuti che si personificano, offrendo la possibilità di assaporare il desiderio in gruppo, portando tra le sedie anche La presenza di chi non ha potuto esserci.
Il luogo dell'incontro è in una città ferita dal terremoto che ha scosso la sua quotidianità e, come noi, è in ricostruzione, diventando simbolo di come ciò che è attraversato dalla morte può tornare alla vita, alla ri-costruzione e all’accoglienza. Si parla di stanze, case, luoghi che possono diventare monumenti al dolore e alla mancanza; dove una richiesta impossibile ha tessuto un filo che non si può spezzare e lega alla morte chi è vivo.

Là Qui Là

Là è l’altrove sconosciuto dove arriva chi abbandona il mondo di Qui: il gruppo si interroga su quale Là possa esistere come cucitura che rimedia all’incomunicabilità di questi due luoghi: vivere pur ricordando, separarsi da ciò che non è più, per accogliere ciò che resta. Come si saluta chi parte da Qui?
Là è impensabile, inchioda all’impotenza e induce a pensare che stare, esserci, sostenere sia qualcosa che ha a che fare con l’azione concreta. È difficile perdere, lasciar andare, la presenza di un’assenza resta e può occupare tutto lo spazio disponibile, il vuoto diventa pieno: un blocco monolitico.                                      L’unico modo di aprire uno spiraglio sembra quello di sostare in quel vuoto, costruendo con l’altro la possibilità di abitarlo.

Sul sapere dell’altro

Un nome impronunciabile, una diagnosi-sentenza che non può essere ascoltata, afferma: “Io so per me e per l’altro”. Così non c’è spazio per il terzo che separa e costringe a riconoscere l’altro da un sapere che non può manipolare, liberando i due dalla dipendenza di chi sa e di chi deve abdicare. Nel gruppo si ascolta e si riflette sul ruolo di chi, in istituzione, media, separa e crea un contesto di cura che liberi il soggetto e gli permetta di essere riconosciuto nella sua disabilità ma anche nella sua possibilità.

 

 

L’Aquila

 

Come l’Aquila anche i pazienti incontrati nei giochi hanno crepe e fragilità da sostenere: si apre il cantiere della cura per costruire un nuovo modo del paziente di stare nel Qui. Il gruppo si interroga su come divenire nel lavoro di ricostruzione, sostegno transitorio per l’altro, sapendo riconoscere quando la struttura ha acquisito una sufficiente stabilità.

                                                                                         

"Corpi" - dott. Dario Maggipinto

Corpi che si incontrano, si osservano e si accolgono con un profondo senso di nostalgia, alla ricerca di uno spazio fisico dove presentificarsi. Roma? L’Aquila? Lo spazio è troppo grande? Troppo piccolo? Ci sarà un posto per me?Nel flusso onirico del gruppo, entra in scena l’immagine del monolite, un vuoto troppo pieno, granitico, come rappresentazione di un ignoto e inconoscibile alieno che diviene atto fondativo della “civiltà” del gruppo, matrice insatura ed elemento imprescindibile per stimolare la curiosità a trasformare le pulsioni in pensieri pensabili. Nel tentativo di digerire contenuti non pensabili, il corpo diviene di sale, si pietrifica dinanzi ad una colpa congelata, le assenze divengono omicidi. L’impensabilità in corpi totalmente disinvestiti dalla realtà è l’elemento principale della prima parte del lavoro del gruppo, come a voler rappresentare non solo i casi clinici riportati dai partecipanti, ma anche la profonda sensazione di corpi anestetizzati sperimentata durante gli incontri on-line. Emerge forte nel gruppo la rabbia o il profondo senso di impotenza dinanzi ad un corpo alienato in difesa dal corporeo morente. La-Qui-La, il luogo che ci ospita diviene suggeritore dei movimenti del gruppo, si interroga sull’ (aldi)La, sulla vita senza il corporeo, si glorifica nel Qui, nella presenza vitale del corpo che si incontra e investe con l’altro, si perde nel La, altra dimensione, alienata, dove il corpo diviene una prigione vivente di un mentale morente, fino ad arrivare alla negazione totale dei bisogni corporei e morire di fame: resto attaccato alla perdita.

Contrasto

Nella seconda parte del lavoro di gruppo, il flusso di pensiero si articola intorno al contrasto tra legami duali fusionali e la funzione dell’istituzione come “crudele” separatrice. In questo scenario, i partecipanti si sentono gravati dalla crudeltà di dover strappare figli da genitori troppo bisognosi o di dover definire attraverso una diagnosi di “schizofrenia” una individuazione, seppur patologica, tra figlia e madre, che porta quest’ultima a perdere l’oggetto delle proprie identificazioni e proiezioni, divenuto ormai troppo danneggiato. Si riconosce nell’istituzione oltre ad una funzione di cura, anche il suo esatto opposto, ossia un movimento di patologizzazione o di fallimento, creando uno scontro profondo tra la soggettività della persona in sofferenza e l’impotenza dell’operatore. Il gruppo rievoca la profonda ambivalenza della decisione istituzionale rispetto alle quarantene, improntate sull’urgenza di una protezione fisica dal virus, ma ignorando totalmente le conseguenze psicologiche ed emotive di una chiusura in spazi o famiglie tossiche. Il perturbante si alimenta nel movimento perverso dell’istituzione, in un cambio di rotta da funzione separatrice degli elementi famigliari a stimolatore di fusionalità in spazi già fin troppo piccoli. Dove si colloca l’operatore di cura? Il gruppo assolve alla funzione di contenitore del dilemma tra estrema fusionalità della “cura” e rischiosa disumanizzazione che genera disintegrazioni identitarie.

 

"Trattenere o lasciar andare?" - dott.ssa Alessandra Corridore

"La forza schiacciante dell'inconscio, l'aspetto divoratore e distruttore in cui e con cui esso può manifestarsi, è figurata come madre cattiva, che può essere la signora cruenta della morte e della peste, della fame o dell'inondazione, la forza dell'istinto o la dolcezza che trascina al disastro. Quale madre buona invece essa è la pienezza del mondo prodigo, la dispensatrice benefica di felicità e di vita, il suolo della natura che produce il nutrimento e la cornucopia del grembo che partorisce; è la bontà e la grazia della forza creativa originaria, che permette e dona quotidianamente redenzione e resurrezione, nuova vita e nuova nascita" (1).

LA-QUI-LA, qualcuno ha detto. E dov’è il “qui” e dov’è il “là”? Roma, L’Aquila, Bari…, l’appartamento o lo studio di ognuno quando ci si incontra da remoto in un luogo, che è un non-luogo, in cui giocare ed essere insieme simbolicamente? Al “desiderio della presenza” (cfr. introduzione alla Polivisione settembre 2022), in alcuni casi legata ad una conoscenza meramente virtuale, è seguita la presenza dei corpi, con tutta la loro potenza.

Gioco 1: analista con la sua paziente chiusa in casa con la promessa di essere fedele al marito morto, non vuole andare alla commemorazione

Pietra che ricorda e commemora la pratica della Sati al Meherangarh Fort di Jodhpur

La scena può essere amplificata riferendosi alla pratica della Sati, chiamata anche suttee, appartenente ad alcune comunità indù in cui una donna da poco vedova, volontariamente, drogata o con l’uso della forza, si suicida a causa della morte del marito. La forma più nota di sati è quando una donna brucia a morte sulla pira funebre del marito anche se esistono altre forme, tra cui l’essere sepolta viva con il cadavere del marito e l’annegamento.

Il termine sati è derivato dal nome della dea Sati, nota anche come Dakshayani, che si autoimmolò perché non era in grado di sopportare l’umiliazione inferta da suo padre Daksha nei confronti del marito Shiva, ancora vivente. La pratica della sati compare per la prima volta nel 510 a.C., quando una stele che ricorda questa storia venne eretta a Eran, antica città nello stato moderno del Madhya Pradesh.

La pratica della sati era considerata la più alta espressione di devozione coniugale verso il marito morto. Era ritenuta un atto di pietà senza pari, finalizzato a liberare dai peccati, dal ciclo di nascita e rinascita e a garantire la salvezza al marito morto e a sette generazioni a venire. Poiché i suoi sostenitori hanno da sempre lodato il comportamento di queste donne rette, non lo si è mai ritenuto un suicidio, altrimenti sarebbe stato vietato o scoraggiato dalle scritture indù.

Solo se la donna era virtuosa e pia sarebbe stata degna di essere sacrificata; di conseguenza, essere bruciata o essere vista come una moglie fallita erano spesso le uniche scelte
(cfr. https://www.indianepalviaggi.it/la-pratica-della-sati-le-vedove-bruciate/). Stein D.K.  nel 1978 scrive: “La vedova sulla strada per la sua pira era oggetto (per una volta) di tutta l’attenzione del pubblico … dotata del dono della profezia e del potere di curare e benedire, si  immolava in pompa magna, con grande venerazione“. Probabilmente si trattava dell’unico modo per esistere, come forse anche per la donna del racconto

[1] Non c’è quindi da stupirsi che le donne vivendo in una società e cultura in cui si prestava così poco attenzione alle donne come individui, abbiano ritenuto che questo fosse l’unico modo per una buona moglie di comportarsi. L’alternativa, in ogni caso, non era attraente. Dopo la morte del marito la vedova hindi si aspettava di vivere una vita apparente, rinunciando a tutte le attività sociali, rasatura della testa, mangiare solo riso bollito e dormire su sottili stuoie grossolane. Per molte la morte era preferibile, soprattutto per le vedove ancora bambine.

Gioco 2: cambio di casa e di abitudini nella morte

Jung in Gli aspetti psicologici dell'archetipo della Madre parla dell'esistenza di due aspetti tra loro opposti racchiusi nel simbolo della Grande Madre, la madre amorosa e la madre terrificante (2). L’archetipo della Grande Madre, che in questo caso potrebbe essere richiamato dal personaggio della nonna, rappresenta il principio benefico, protettivo, sostenitore, stimolante, fecondo e nutriente, finché il figlio non si allontana prendendo la via dell’autonomia e lei si accorge che sta per morire simbolicamente. Allora si trasforma in Grande Madre Terribile che, come Demetra quando Kore fu rapita da Ade per farne la sua sposa, furiosa provocò un lungo inverno e bloccò la crescita di messi e raccolti.

Jung dice anche che sono tre gli aspetti del materno "La sua bontà che alimenta e protegge, la sua orgiastica emotività, la sua infera oscurità"  (3) Inoltre, aggiunge: "Quando avviene una trasformazione, la forma precedente non perde assolutamente nulla della sua forza d'attrazione: chi si separa dalla madre brama di ritornare da lei. Questo desiderio può invertirsi in passione divorante che mette in pericolo il frutto delle acquisizioni precedenti. In questo caso la 'madre' da un lato appare come la mèta più alta, dall'altro come minaccia gravida quanto mai di pericoli, come 'Madre terrificante' (4)

Gioco 3: la cui madre non la lascia parlare

Simbolicamente, con Neumann potremmo parlare di “l’incesto uroborico … sempre visto come segno di morte, di dissoluzione definitiva nell’unione con la madre. Caverna, terra, sepolcro, sarcofago, bara sono i simboli di questo rito di riunione” (5)

Gioco 4: responsabilità e impotenza/onnipotenza nel voler salvare tutti

https://www.comune.laquila.it/pagina129_lapertura-della-porta-santa.html

Trattenere o lasciar andare? Trattenere o lasciar andare un marito, una madre, un figlio, un paziente, un alunno? Ogni scelta, che determina una nuova direzione, una nuova vita, una nuova casa, un luogo “altro” in cui incontrarsi, porta sofferenza e morte di una parte, che però non smette di chiamare attivando sensi di colpa e desideri di riparazione. Neumann scriveva che soltanto la capacità di dire “no”, di distinguere, separare, escludere (piuttosto che unire, abbracciare, fondere) permette la differenziazione dall’Uroboros materno (6)). Non si tratta però di una scelta facile e non scevra da sofferenza!
L’Aquila sembra fare da cornice a tutto ciò. Emblematica infatti è la figura di papa Celestino V, colui al quale viene attribuito il “gran rifiuto”: forse sarebbe stato più facile per Pietro da Morrone accondiscendere alla Grande Madre Chiesa del XIII secolo, continuando a sostenere le sue consuetudini, tra le quali il “traffico delle indulgenze”, piuttosto che dire “NO” attraverso l’istituzione della Perdonanza e della Porta Santa, presso la Basilica di Collemaggio, che ogni anno dal 1294 viene aperta per permettere ai fedeli la remissione i propri peccati.

 

Bibliografia

1 – Neumann E., 1949, Storia delle origini della coscienza, pp. 54-55 Astrolabio - Ubaldini

2 – Jung C G.,  1938/54, Gli aspetti psicologici dell’archetipo della Madre, in Opere, vol. 9*, Gli archetipi e l’inconscio collettivo, Boringhieri, Torino, 1980

3 - Idem

4 - Jung C. G., 1912/52, Simboli della Trasformazione, in Opere, vol. 5, Boringhieri, Torino, 1970, p. 83.

5 - Neumann, 1949, Storia delle origini della coscienza, AstRolabio, Roma, 1978, p. 236.

6 - ibidem, p. 297.

Si consiglia inoltre di visitare: https://www.indianepalviaggi.it/la-pratica-della-sati-le-vedove-bruciate/

Abitare la notte dott.ssa Marina Pagliarini

“Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il  suo tempo sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo  per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare  quello che si è piantato. Un tempo per uccidere e un tempo per curare, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per fare lutto e un tempo per danzare (...) un tempo per cercare e  un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo  per buttare via  (...)”

(dal Qoèlet o Ecclesiaste)

tempo per piantare, per costruire, per danzare

notte sulla ferrovia
notte sulla ferrovia di N. B.

Una nonna, anziana e sofferente, sente avvicinarsi la fine; lei desidera solo la quiete del LA’, ma è ancora nel QUI con tutto il peso della corporeità e della sua umanità.La giovane e vitale nipote le vuole bene, le vuole stare vicino e la vuole aiutare, cerca di capire. Per la giovane ragazza è il tempo per piantare, per costruire, per danzare: attraversa un QUI che non prevede il LA'. Ma nel gioco dell'incontro tra il QUI e il LA' c’è uno spazio che è un luogo interiore in cui si trascorre la notte, un tempo di riposo, talvolta di angoscia e di domande in cerca di risposta. E abitando la notte, attraverso la notte, nel proprio tempo logico, ecco farsi giorno. Si rinasce al nuovo giorno. È il tempo per cercare: nasce il desiderio della Cura e del farsi soggetto della cura dell'Altro.