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“Per essere vivi bisogna essere separati…”

Introduzione al seminario di Polivisione del 5/11/2021 - h 20,00 - 21,30


Cosa accade quando una donna viene relegata nel ruolo di madre?

di Sarah Salvatore - psicologa - psicoterapeuta - socio SIPsA

Il lavoro di Polivisione sul tema della cura ha portato a riflettere sulla complessità del desiderio materno, non sempre esente da ambivalenze.

Lacan si è discostato dal modello anglosassone che proponeva il desiderio materno in termini di holding e rêverie, per introdurre una versione di madre che anziché assumere funzione di riparo dall’ angoscia, può talvolta, provocarla. Nel “Seminario Libro VII. Il rovescio della psicoanalisi” (1969-1970) offre l’immagine di una bocca spalancata di un coccodrillo per descrivere la spinta fagocitante di ogni madre, anche la più dedita ed amorevole.

 

Recalcati ne “Le mani della madre” (2015) sottolinea che quando il codice materno perdura oltre il periodo in cui è funzionale rischia di mettere in pericolo il processo di differenziazione tra il bambino e la madre.

 

Ma quando le cure materne possono degenerare in questo modo?

Recalcati, in linea con Lacan, individua l’origine di questa degradazione nella tendenza della madre ad annullarsi per il figlio, a vivere solo per lui e a dedicarsi senza alcun limite. L’esistenza di questo limite dovrebbe essere stabilita dal legame d’amore da cui la vita del figlio è scaturita, quel legame che separa l’esistenza della madre dall’ esistenza della donna. Senza questa distanza, madre e bambino si confondono dentro una simbiosi mortifera. In questi casi, non è solo il bambino ad essere divorato dalla madre, ma anche la donna viene fagocitata dalla madre, perché il suo desiderio viene assorbito da quello materno. Il mondo, allora, si contrae e non ammette la possibilità di tollerare nessuna separazione. Ma un legame senza possibilità di separazione non può che cancellare il desiderio.

Come è possibile liberare il soggetto dalla madre coccodrillo?

Per Lacan è la Legge del padre che salva dal rischio della divorazione materna. La Legge prevede una castrazione simbolica che rende impossibile il desiderio incestuoso e funge da interdizione dell’unione tra la madre e il bambino. Il Nome del padre proibisce la divorazione incestuosa preservando la differenza fondamentale tra “l’essere della madre” e “l’essere della donna”, affinché la libido della donna non venga sequestrata completamente e unicamente dal figlio. In questa ottica, il desiderio femminile è già una specie di Nome del Padre in quanto agente e garante della separazione.

BIBLIOGRAFIA

Lacan, J., Il seminario. Libro VII. Il rovescio della psicoanalisi. 1969-1970, Einaudi, Torino 2001.

Recalcati M. (2015). Le mani della madre. Milano. Feltrinelli.

Il seminario non è gratuito; si richiede la fatica del proprio esserci e il desiderio della psicoanalisi. Per partecipare scrivere a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com indicando il proprio nome, professione, numero di telefono per poter ricevere il link di accesso a meet.

https://goo.gl/maps/mwatyd5JZVJXvL9m6 1

“E il contratto che stipulo mi chiama alla cura di te”

di Sarah Salvatore - psicologa - psicoterapeuta - socio SIPsA

Introduzione al seminario di Polivisione del 1/10/2021
organizzato dallo Studio Nuovi Percorsi e dalla SIPsA

Il lavoro del gruppo di Polivisione induce a riflettere sulla questione del “prendersi cura” nella relazione con l’Altro. Il caregiving è un fenomeno fondamentale dell’essere umano, evidente già nelle primissime https://goo.gl/maps/mwatyd5JZVJXvL9m6 1interazioni madre-bambino, ma è anche un aspetto caratterizzante la relazione terapeutica. L’analista può essere pensato come “contenitore materno”. Bion (1962) sviluppò questa idea formulando una teoria del contenimento materno e terapeutico e usò il concetto di identificazione proiettiva per far luce sull’ interazione interpersonale. All’ interno di quest’ottica, il bambino, piangendo, attua una forma di comunicazione proiettiva, attraverso la quale la sofferenza è sentita ed introiettata dalla madre. Se la madre è in quel momento in grado di svolgere abbastanza bene le sue funzioni, può fare un lavoro psichico al proprio interno che le permette di definire il problema e ciò che serve per risolverlo. Essendo capace di comprendere ciò che non va, la madre può intraprendere le azioni opportune, provvedendo al bambino, in modo da alleviarne le sofferenze. Il processo di definizione del malessere e del modo in cui affrontarlo viene comunicato al bambino attraverso l’atto di occuparsi di lui, ad esempio, nutrendolo. Si tratta di una proiezione di ritorno della sofferenza, trasformata in un’azione di comprensione (rêverie materna). Il bambino, una volta che la madre ha iniziato a provvedere e a dare assistenza alla sua sofferenza, può riprendersi tale esperienza (reintroiettarla) ma in una forma modificata. Attraverso l’introiezione dell’esperienza che è stata compresa, il bambino può arrivare ad acquisire la stessa comprensione che ha la madre. Per esempio, se la madre è attenta, egli può comprendere, attraverso i suoi interventi, che una determinata esperienza significa fame (ovvero richiede che qualcosa sia accostata alle sue labbra per essere succhiata e dare nutrimento). L’accumularsi delle occasioni in cui le esperienze vengono capite inizia a creare un’acquisizione, interna al bambino stesso, di un oggetto interno che ha la capacità di comprendere le sue esperienze. La Segal (1975) descrisse questa interazione madre-bambino come modello dello sforzo terapeutico dell’analista.

Un altro contributo fondamentale al tema della cura è stato fornito da Winnicott, che ha individuato nel rapporto madre-bambino il nucleo da cui trae origine lo sviluppo psichico dell’individuo, la formazione del Sé, la costituzione dell’Io e il rapporto con il mondo esterno.
Winnicott ha coniato l’espressione di madre sufficientemente buona per definire quella figura di accudimento capace di riconoscere i bisogni, sia fisici che psichici, del bambino e di adattarsi attivamente ad essi. La madre sufficientemente buona possiede la preoccupazione materna primaria, ovvero uno stato della mente che le permette di offrire al bambino un ambiente di Holding: spazio fisico e psichico protetto, in cui il bambino può sperimentare l’onnipotenza soggettiva, ovvero la sensazione di essere lui, con i suoi desideri, a creare ogni cosa. I desideri del bambino fanno sì che le cose accadano: se il bambino ha fame compare il seno materno. La madre sufficientemente buona si occupa di disilludere gradualmente il bambino e di condurlo verso un’esperienza di realtà oggettiva: il bambino si accorge che l’appagamento del suo desiderio richiede una negoziazione adattiva con gli altri. Tra le due esperienze ne compare una terza, l’area transizionale. In questo stadio l’oggetto si trova nel mezzo: non è né creato dal bambino ma nemmeno separato. L’oggetto transizionale è un’estensione speciale del sé del bambino, a metà tra la madre che il bambino crea nell’ onnipotenza soggettiva e la madre che scopre agire di sua iniziativa nel mondo oggettivo. L’esperienza transizionale ammortizza il salto tra un mondo in cui i desideri rendono reali i propri oggetti in modo onnipotente e un mondo in cui, affinché i propri desideri siano appagati, è necessaria la collaborazione con gli altri.
Winnicott introdusse uno stile terapeutico in cui la situazione analitica veniva equiparata alla relazione madre-bambino e mise in risalto la capacità dell’analista di riconoscere i bisogni primari del paziente. In questo senso, attribuiva al setting un ruolo fondamentale tanto quanto l’interpretazione: avvicinava il setting all’ holding, cioè alla capacità della madre di fungere da contenitore. In altre parole, Winnicott considerava il processo analitico come una replica riparatrice del processo naturale di crescita. Pertanto, considerava che per poter accedere in analisi a situazioni di carenza primaria erano necessari dei lunghi tempi di attesa, insieme ad un setting-contenitore sufficientemente buono che consentisse al paziente di costruire una fiducia di base, elemento fondamentale per la regressione e la ricostruzione.

BIBLIOGRAFIA
Bion W. (1962). Apprendere dall’ esperienza. Armando Editore, Roma.
Segal, H . (1975). A psycho-analytic approach to the treatment of schizophrenia. In: Lader, M. (Ed.) Studies of Schizophrenia. Headley Bros, Ashford, pp.94-97.
Winnicott D. W. (1971). Gioco e realtà. Armando Editore, Roma.

Scrivere a nuovipercorsiviaborelli@gmail.com indicando il proprio nome, professione, numero di telefono per poter ricevere il link di accesso a meet.

Polivisione 10-09-21

Polivisione

attraverso il dispositivo dello

psicodramma analitico.

“ Sostenere la tensione del desiderio.”

venerdi 10 settembre ore 19-20,30 incontro “aperto”.

IIL SOGNO DI CHAGALL IN UNA MOSTRA SPETTACOLO.
Si consiglia lettura dell'articolo.

Riprendono gli appuntamenti con la “polivisione” attraverso il dispositivo dello psicodramma analitico.

Prosegue la ricerca del gruppo di lavoro dello studio Nuovi Percorsi che, all’indomani del lockdown del 2020, spostatosi nell’online, ha iniziato ad indagare la dimensione del soggetto e del gruppo nella presenza/assenza del digitale e gli effetti sulla relazione di cura.

Se in primo tempo il tema dominante dei nostri incontri è stato la “dispensa”, come a tratteggiare un bisogno di protezione, ripiegamento ma anche valorizzazione delle proprie risorse interne, l’ultimo anno di lavoro ha visto il nostro gruppo di lavoro confrontarsi con la fiaba, la violenza e la questione della legge. Forse la nostra comunità, che nei mesi ha accolto via via nuovi partecipanti, sta immaginando nuovi miti, nuove forme, nuovi sogni per “pensare” questo nostro contemporaneo così precario, incerto e instabile.

Ci sostiene la tensione del desiderio. Desiderio di incontro, di ricerca, di confronto, di erranza e smarrimento, verso articolazioni inedite e sorprendenti della parola e del discorso e del loro intreccio con la pratica clinica e l’elaborazione teorica, come nutrimento essenziale della relazione di cura.

Sono previsti otto incontri a partire da settembre 2021 fino a giugno 2022. Sei appuntamenti saranno online mentre gli incontri di febbraio e giugno si terranno in presenza, rispettivamente a Roma e sul territorio pugliese.

Come nostra modalità di lavoro alterneremo incontri dedicati a tutte le professioni coinvolte nella relazione di cura (psicologi, psicoterapeuti, terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva, neuropsichiatri ecc,) e centrati quindi sulla clinica, a incontri “aperti” a tutti coloro i quali abbiano l’interesse e la curiosità di interrogarsi e interrogarci sui temi che la “cura” pone alla società e al legame sociale.

Primo appuntamento: venerdi 10 settembre ore 19-2030 incontro “aperto”. I successivi appuntamenti online saranno sempre di venerdi ma con orario 20 – 21.30. Per gli appuntamenti in presenza saranno pubblicati nei prossimi mesi aggiornamenti sulle modalità di partecipazione e sulla organizzazione delle giornate.

Calendario prossimi appuntamenti

1 OTTOBRE (incontro clinico) ore 20-21,30

5 NOVEMBRE (incontro aperto) ore 20-21,30

3 DICEMBRE (incontro clinico) ore 20-21,30

5 FEBBRAIO IN PRESENZA (ROMA)  sabato ore 9,30-15,30 e 15,00-17,00

11 MARZO (incontro aperto) ore 20-21,30

8 APRILE (incontro clinico) ore 20-21,30

11 GIUGNO IN PRESENZA (PUGLIA)  sabato orario da definirsi.

Contatti:
dott. Nicola Basile 3296322722
email nuovipercorsiviaborelli@gmail.com

Polivisione 11 giugno 2021 h 19,00 – 20,30

L’incontro di chiusura della Polivisione prima della pausa estiva porta a riflettere sul percorso fatto insieme e sul desiderio che ci ha mossi nel procedere fin qui.

L’occasione è delle più spiazzanti e impensabili: il nuovo percorso della Polivisione è stato impresso dalla pandemia, costringendoci a un lungo periodo di emergenza che ha sovvertito il modo conosciuto di muoverci nel mondo e di stare con l’altro.   Sono entrati nella vita quotidiana il timore del contagio, la dimensione del traumatico, dell’attacco invisibile dall’esterno, facendoci incontrare il perturbante, tema emerso a più riprese e sotto forme diverse nei nostri incontri.

Il concetto di “Perturbante”, introdotto in ambito psicologico per la prima volta dallo psichiatra tedesco Ernst Jentsch nel 1906, è stato sviluppato da Freud nel suo saggio del 1919 dal titolo “Il Perturbante”( “Das Unheimlich”).

A questo concetto Freud aveva già fatto riferimento in una breve nota di “Totem e Tabù” (1912-13, pag.92), parlando del “modo di pensare animistico”. Il significato di tale termine ricade sotto la categoria semantica dello “spaventoso”, del “terrifico”, e tende a coincidere con tutto ciò che ci disgusta, ci offende, ci spaventa, dando così una forma ad un’esperienza emotiva che fa vacillare momentaneamente le nostre certezze acquisite, le nostre consuete categorie di interpretazione del mondo. L’interesse di Freud per quest’area dell’esperienza umana si focalizza in particolare intorno a quelle produzioni artistiche e letterarie che maggiormente fanno leva sull’evocazione del “soprannaturale” e dello spaventoso per coinvolgere il lettore/fruitore e condurlo verso un’esperienza emotiva micro-traumatica nella quale l’affetto principalmente indotto è appunto quello della paura.

Freud riprende la teorizzazione di Jentsch ed estende la lettura del fenomeno in chiave psicoanalitica prendendo anch’egli come esempio di analisi critica il racconto di E T.A. Hoffmann, “Il mago sabbiolino” (1815).
Questo racconto incluso nella raccolta “I notturni”, viene interpretato da Freud come rimando letterario all’angoscia infantile di castrazione, poiché mette in scena il mostruoso personaggio del Mago Sabbiolino, entità maligna capace di cavare gli occhi ai bambini che non vogliono dormire, nonché di darli in pasto ai suoi figli a loro volta esseri mostruosi dotati di becchi curvi.

A partire dall’analisi del racconto di Hoffmann, Freud costruisce una sua teoria del Perturbante riconducendo tale fenomeno emotivo all’azione della rimozione, o per meglio dire del “ritorno del rimosso”.
Attraverso un’accurata indagine filologica della parola “Unheimlich” (Perturbante), che in tedesco significa “non familiare, estraneo, non usuale”, Freud sottolinea tuttavia nel suo opposto, “Heimlich” il significato collaterale di “tenuto nascosto, celato, segreto”, oltre che il significato più consueto di “familiare”o “intimo”.
Se l’”heimlich” è ciò che è familiare ma “tenuto nascosto”- rimosso, l’ ”Unheimilch” è dunque lo svelamento del rimosso, e in ciò stesso risiede la sua natura traumatica, ansiogena e disturbante.

Il Perturbante freudianamente inteso agisce proprio a questo livello, come teoria traumatica, cioè come tentativo dell’Io di creare una “formazione di compromesso”, per “darsi una ragione”, per tollerare l’angoscia che invade i suoi confini, e per tentare di ristabilire la propria omeostasi narcisistica.

Il Perturbante quindi, nell’esperienza estetica, sembra riuscire a condensare questo duplice movimento intrinseco alle parti più primitive della mente del soggetto: da una parte evoca la morte dell’Io mediante una evocata frantumazione dei suoi confini; dall’altra genera significazione, cioè un nuovo confine psichico, attraverso il lavoro della raffigurabilità

emotivo – immaginativa (funzione α). Il valore culturale, “transizionale” (Winnicott, 1971) del Perturbante, sembra cioè consistere in questa sua potenzialità continuamente decostruente e insieme costruttiva di un “confine”, di uno spazio mentale e culturale. Infatti, Il Perturbante si muove sempre sul confine della “rottura del senso”, e di questo confine fa tuttavia il suo luogo d’elezione ed esplorazione.

Ci piacerebbe che l’incontro di venerdì 11 giugno 2021 traesse energia creativa dalla rottura di senso a cui siamo e saremo esposti per indicare alla ricerca psicoanalitica possibili nuove forme del desiderio.

L’incontro si terrà su piattaforma meet.

Per ricevere le credenziali scrivere a: nuovipercorsiviaborelli5@gmail.com

Lasciare un messaggio con numero telefonico alla segreteria del numero 067020310.

L’incontro non è gratis, richiede il proprio lavoro di elaborazione.

Silvia Brunelli e Nicola Basile

occhi che osservano con dolcezza

INCONTRO CON L’OSSERVAZIONE DIRETTA

L’OSSERVAZIONE DIRETTA
E LA SUA APPLICAZIONE IN CAMPO EDUCATIVO
NELLO STUDIO REALIZZATO A BARCELLONA

organizzato in collaborazione con Studio Multidisciplinare Nuovi Percorsi, via Borelli 5 Roma
28 maggio 2021 h 19 – 20,30,  piattaforma meet

occhi che osservano con dolcezzaQuesto incontro presenterà come si è svolta un’esperienza di ricerca in ambito educativo e formativo in cui è stata utilizzata la metodica dell’osservazione diretta. Verrà illustrato ciò ha portato alla definizione di un modello di apprendimento che ha aiutato ad ampliare e modificare lo sguardo dell’adulto sull’infanzia.

Introduce il webinair: Nicola Basile – psicoanalista, membro didatta della SIPsA, che ha collaborato alla costruzione della Metodica dell’Osservazione Diretta.
L’esperienza verrà presentata dall’antropologa dott.ssa Pau Farras Ribas che ha svolto la ricerca.
Seguirà conversazione su esperienze di osservazione in ambiti educativi e formativi-

Per ricevere il link contattare i seguenti recapiti:
mail_nuovipercorsiviaborelli@gmail.com
Nicola Basile – 3296322722

Polivisione

14 maggio 2021

h 19,00 – 20,30

Testo di preparazione al seminario mensile

Lo scorso incontro di Polivisione, svoltosi il 23 aprile 2021, ci ha messo in contatto con un mondo adulto sordo e cieco che espone la bambina ad un trauma senza parole. Il contenuto del trauma, celato dall’inganno e serbato nel segreto, fa cadere nel buco dell’invisibile, l’incomprensibile che si scrive però sulla pelle dell’infanzia femminile e diventa sintomo impossibile da leggere. La bambina, divenuta adulta, cerca le parole che possano essere ascoltate, che producano un suono riconoscibile per trasformare il dolore e l’angoscia in uno spazio di vita.

Di una stanza si dice che è sorda quando le pareti assorbono bene il suono. Ciò che assorbe non permette di sentire? Se qualcosa arriva all’orecchio lo fa perché non ha posti in cui sparire. Il suono è un’energia che non si crea e non si distrugge, può solo cambiare forma. Assorbire vuol dire non sentire. Ma si può ascoltare? Serve un mezzo, come l’aria, perché il suono si mantenga e venga udito ma se questo mezzo manca, il suono si affievolisce fino a scomparire. L’aria è un elemento solo apparentemente vuoto, in realtà è uno spazio che sostiene e non fa cadere la parola, è senza il superfluo, non costringe ma veicola e accoglie.

Il terapeuta è forse un po’ come l’aria: non riempie lo spazio di cose proprie, non forza il paziente a dire ma resta pronto ad ascoltare e accogliere ciò che prende forma di seduta in seduta.  Durante l’incontro di Polivisione si è presentificato all’ascolto dei partecipanti un dialogo al femminile nel quale si cerca di articolare parole piene e scongelare emozioni bloccate dall’esposizione ad una oscenità che sporca sia chi la compie sia chi la subisce.

L’etimologia della parola osceno è dubbia ma le due più plausibili ipotesi etimologiche rimanda al verbo latino ob-scaervare (ob + scaervus = sinistro), cioè portare cattivo augurio, oppure al latino ob = a cagione di + coenum = fango, melma, sporco e, in senso lato, senza pudore, disonesto.
Se parlato tra due donne diventa denuncia, rimette distanza tra gli “oscenati” con l’introduzione di un terzo, la legge.

Il poter dare parole all’evento traumatico, permette di smascherarlo e portarlo fuori da sé attraverso il linguaggio; una “scrittura” che si fa esterna al corpo e per questo leggibile, pensabile.Quando le parole, prima di essere tali, sono segni incisi in profondità, masticati, nascosti, mistificati, esperiti senza poter essere compresi, di quale mezzo hanno bisogno per essere ascoltate? C’è bisogno di ordire quel dolore in una trama accettabile per poterne parlare, per dare aria al suono e farlo vibrare limitando l’onda d’urto su di sé. E se in questo incessante lavoro di traduzione, l’assorbimento è tale da non permettere al suono di essere udito? Le pareti assorbenti sono molteplici: quelle di chi parla tra paura, vergogna e senso di colpa, portando nel discorso tutto lo sforzo per essere altro dalla ferita, quelle di chi ascolta con le proprie orecchie e i propri discorsi che si accavallano al resto e poi la stanza, luogo sospeso che custodisce suoni, fantasmi, segni e sintomi. Di quanta aria c’è bisogno perché quattro orecchie, due bocche e due storie possano dare spazio e ascolto a ciò che viene detto o non detto?

Una rivoluzionaria street artist afghana, Shamsia Hassani, rappresenta volti di donna senza bocca e con gli occhi chiusi, per dare voce alle donne che non ne hanno per cultura, religione, politica.

La bambina, ora donna, non ha avuto modo di portare alla luce il suo grido, la sua narrazione perché non c’era qualcuno in grado di ascoltare il suo silenzio e ha iscritto in sé l’esperienza che porta oggi nella stanza di terapia. Esistono lingue diverse in cui ogni comunità si esprime ma il linguaggio può essere universale perché porta con sé un messaggio che può essere compreso oltre le parole. Bisogna, però, portarlo fuori e pulirlo dal fango e dalla malignità dell’oscenità per non identificarsi con esso.

dott.ssa Silvia Brunelli
dott.ssa Milena Ciano

Per partecipare:
recapito telefonico: dott. Nicola Basile 3296322722
mail: nuovipercorsiviaborelli5@gmail.com

Jung e lo Psicodramma junghiano

 

                                                 

Il Centro Didattico della SIPsA Aletheia, nell’ambito del proprio programma di divulgazione della  psicoanalisi e del dispositivo dello psicodramma analitico, in collaborazione con lo studio multidisciplinare Nuovi Percorsi di via Borelli 5, Roma, sabato 15 maggio, alle ore 10,00 su piattaforma Meet, è lieto di invitarvi all’incontro su “Jung e lo Psicodramma junghiano”.

Giacometti scultura

La dott.ssa Alessandra Corridore, Psicoterapeuta, Psicologa Analista con funzione di docenza CIPA, associato SIPsA, Docente di Psicologia Sociale della Famiglia presso l’Università degli Studi dell’Aquila ci introdurrà alla psicologia analitica e allo psicodramma junghiano, teatro d’immagini, “sacro temenos” in cui si intrecciano narrazioni e si attivano processi creativi della psiche individuale e di gruppo.

La discussione sarà coordinata dal dott. Nicola Basile, didatta SIPsA. In base al numero dei partecipanti si potrà avviare una breve sessione di psicodramma analitico.

Si consiglia lettura:

Il seminario terminerà alle 12,30.

Per partecipare richiedere il link, lasciando le proprie generalità e numero telefonico ad uno dei seguenti recapiti:

  •  nuovipercorsiviaborelli5@gmail.com;
  •  cell. studio Nuovi Percorsi: 3516369902
  •  cell. Nicola Basile: 3296322722
  •  tel. fisso Nuovi Percorsi: 067020310 (risponde segreteria automatica)

Cordiali saluti
dott. Nicola Basile
Responsabile Cd Aletheia SIPsA

Gerda e Kay….al-meno una madre ci sarà!

Cosa dovrebbe imparare di sé un bambino che legge questa favola così narrata?
Per essere capace di accedere a metafore, metonimie, all’uso dei simboli numerici, il nostro eroe dovrà investire il corpo della madre da pulsioni distruttive, immagini maligne, catastrofici sentimenti di impotenza, scissioni dualistiche in cui non c’è possibilità di riunione tra bello e brutto, buono e cattivo?
Proviamo a discuterne assieme venerdì 19 marzo alle ore 19,00 su piattaforma zoom. Introdurranno i dottori Nicola Basile e Giuseppe Preziosi. Seguirà elaborazione in setting di Psicodramma Analitico.
L’incontro fa parte dei seminari sulla Polivisione della SIPsA, organizzati dai centri didattici Apeiron e CRPA di Roma, in collaborazione con lo studio.
Per ricevere le credenziali scrivere a: nuovipercorsiviaborelli@gmail.com

Incontro di Polivisione del 22 gennaio 2021 h 19,00

C'est Polyvision! vu par Abel GancePrima traccia per il nuovo incontro di Polivisione con lo Psicodramma analitico.
“Quel che è accaduto nel Game è che l’ego di miliardi di singoli umani è stato alimentato quotidianamente con delle super vitamine, in parte generate dai tool che moltiplicavano le sue abilità, in parte sviluppato dai ripetuti parricidi che commetteva liberandosi dalle élite. Una nuova consapevolezza di sé è salita in superficie nella coscienza di milioni di individui che non erano abituati a immaginarsi in quel modo […]Dunque, ipertrofia dell’ego. O meglio: ricostruzione dell’ego, perché alla fine quel che l’insurrezione digitale ha ottenuto di restituire alla gente è la robustezza dell’ego che in precedenza era riservata alle élite, e che le élite non hanno mai considerato un’ipertrofia, ma la equilibrata articolazione delle proprie capacità. Quindi: restituzione dell’ego, chiamiamola cosí. Fatta con tremenda abilità, dovete capire. Una caratteristica geniale dei tool digitali è che, oltre ad alimentare il nostro ego, hanno anche fornito a quell’ego una sorta di habitat protetto, un terreno soft dove poter crescere senza rischiare troppo” A.Baricco, The Game